Giovannino Guareschi: lo sguardo dell’antropologo del quotidiano

(Giovannino Guareschi, Lungolago (Iseo), 1941 © Archivio Giovannino Guareschi)

Fino al 20 giugno 2026, l’APE Parma Museo ospita “Giovannino Guareschi fotografo. Uno sguardo d’autore in bianco e nero” la prima mostra fotografica dedicata allo scrittore, un’occasione inedita per scoprire un lato meno noto del celebre autore. Il percorso espositivo è un intreccio armonico di fotografie, disegni e citazioni, organizzato in nuclei tematici che esplorano la pratica fotografica del “padre” di Don Camillo e Peppone in un arco temporale che va dal 1934 al 1956.

Un archivio di storia e memoria

La mostra attinge ai preziosi materiali dell’Archivio Giovannino Guareschi custodito nei locali dell’ex ristorante di famiglia a Roncole Verdi (Busseto) e riconosciuto ufficialmente come archivio “di notevole interesse storico”. Per preservare l’integrità dei negativi e dei piccoli provini a contatto originali — gli unici supporti su cui l’autore lavorò, non essendosi mai cimentato con la camera oscura — la scelta curatoriale è ricaduta su riproduzioni digitali di alta qualità. Questa soluzione permette non solo di tutelare gli originali, ma anche di offrire al visitatore una lettura agevolata attraverso ingrandimenti che rivelano dettagli altrimenti invisibili.

Profilo di un artista poliedrico

Nato a Fontanelle di Roccabianca nel 1908 e scomparso a Cervia nel 1968 Guareschi ebbe come mentore scolastico Cesare Zavattini. Sebbene sia universalmente noto per aver venduto oltre venti milioni di copie nel mondo, Giovannino fu molto più di uno scrittore: fu giornalista, grafico, umorista, vignettista, sceneggiatore e persino autore pubblicitario.

Uomo di grande ascendente e convinto monarchico, attraversò le turbolenze del Novecento con coerenza e coraggio, pagando spesso di persona le proprie posizioni. Rifiutò l’arruolamento nella Repubblica di Salò, trascorrendo due anni nei campi di concentramento tedeschi, e nel dopoguerra si oppose con fermezza sia al comunismo sia alla Democrazia Cristiana. La sua satira tagliente e l’irriverenza verso il potere lo portarono persino in carcere nel 1953, a seguito del celebre Affaire De Gasperi.

La poetica dell’obiettivo: oltre il dilettantismo

Ma cosa ci rivela il Guareschi fotografo? Non è un dilettante allo sbaraglio, né un professionista nel senso tecnico del termine; è, piuttosto, un introspettivo che crea immagini. Per lui, la fotografia è un’estensione del pensiero e dello sguardo.

Le sue inquadrature rifuggono il canone classico: predilige asimmetrie, diagonali ardite, riprese dal basso o dall’alto, tagli sbilenchi e punti di vista laterali. Le sue opere compongono un mosaico eterogeneo dove la descrizione si fonde con la narrazione, sempre pervasa da quell’ironia che è la cifra distintiva della sua esistenza. Guareschi si rivela un antropologo del quotidiano, capace di cogliere la potenzialità narrativa del casuale e la poesia delle “cose qualunque”.

Temi e visioni del mondo

Mentre percorreva la Bassa in bicicletta, Guareschi catturava il mondo in un bianco e nero dominato dal gioco delle ombre. Tra i suoi leitmotiv troviamo:

  • Architetture e paesaggi: finestre, strade padane e i tralicci dell’alta tensione che appaiono come fantasmi moderni.
  • L’animazione dell’inerte: statue che sembrano prender vita (come quella di Verdi che esce dal monumento) e oggetti domestici che si trasformano in nature morte animate.
  • Satira e costume: le “anti-cartoline” dei monumenti equestri da visitare in pochi minuti, le insegne curiose sulle case (“in questa casa non si bestemmia”) e i nuovi grattacieli descritti come labirinti verticali abitati da “minotauri teledipendenti”.
  • Vita quotidiana: scene di picnic, volti sorridenti di donne, ritmi di biciclette e atmosfere lacustri sfumate.

L’opera si chiude idealmente con un autoritratto surrealista: l’ombra austera del fotografo riflessa sul selciato bagnato, a testimonianza di una presenza che osserva il mondo con curiosità e rispetto.

Perché visitare la mostra?

Visitare questa esposizione significa immergersi in una visione del mondo in cui, nonostante le amarezze della storia, la vita resta profondamente bella. Oltre alle immagini e ai disegni, la mostra espone cimeli iconici come la sua fotocamera Rolleiflex e la leggendaria macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, strumenti di un uomo che amava dire: “Porto spesso a spasso la mia ombra, la controllo, la sorveglio. Sento che il mio passo ha ancora una voce”.

 

La mostra è a cura di Carla Dini, con la collaborazione scientifica di Giuseppina Benassati e Roberta Cristofori.
E’ aperta all’APE Parma Museo (strada Farini 32/a, Parma) da martedì a domenica, ore 10.30 – 17.30, fino al 28 giugno 2026.
Ingresso: 8 euro (intero); 5 euro (ridotto)
Contatti: tel. 0521 203413.
www.apeparmamuseo.it