«La solitudine la si istituisce con gli altri, non è un problema da fugare con il contorno degli altri. È una dimensione di verità che si prova con gli altri, i quali non sono più gli artefici della sua eliminazione, bensì i complici della sua manifestazione. È qui che l’amicizia veramente comincia: quando non è un obiettivo, ma soltanto, obiettivamente, un dono azzurro»: vien da pensare a un frammento di un altro volume pubblicato dalla gloriosa Quodlibet nel 2015 –Setta. Scuola di tecnica drammatica di Claudia Castellucci- apprestandosi a scrivere una breve nota sul commovente Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni.
(e Gianni Celati), ho azzardato nel titolo di questa breve nota, perché lo scrittore e traduttore morto quattro anni fa è qui non solo la persona di cui / con cui si parla, ma una sorta di motore, di trampolino, finanche di co-autore fantasma.
E i fantasmi, si sa, hanno in sé qualcosa dell’esserci e qualcosa dello scomparire: qui e ora, qui e allora.
Di scrittura e di traduzione si racconta, in queste pagine – così perfette che, borgesianamente, l’unico modo per restituirle sarebbe, forse, ricopiarle esatte esatte.
Smisurati amori letterari condivisi, cene e risate e delusioni e viaggi e progetti stralunati e incontri con strampalate figure del mondo generano minuscole e al contempo iperboliche visioni, commoventi nel senso letterale del farci vagare e divagare insieme, in queste 242 pagine che si leggono in un respiro.
Pagine zeppe d’amore, ma senza sentimentalismo.
Con l’ironia a far giusta distanza.
Con la malinconia di quel che finisce: quando si muore si muore soli, lo abbiamo cantato e forse imparato.
Con l’esattezza della solitudine, o meglio di una paradossale solitarietà condivisa, che qui ci viene consegnata stracolma di alchimie, dunque di parole che agiscono, che trasformano: per accuratezza, per ariosità.
Un dono azzurro, sì.
Per questo, e molto, ringraziare.
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