1 + 1 = 3.
Formula paradossale solo in apparenza.
Due soggetti che si incontrano non producono una semplice somma: generano un terzo elemento, imprevisto e vivo, se l’incontro è reale.
Uno spiazzamento, una possibilità nuova e altra: qualcosa che prima non esisteva.
La mostra Michelangelo Pistoletto. Dalla Cittadellarte allo Statodellarte, allestita nel sontuoso Palazzo Boncompagni di Bologna e visitabile fino al 3 giugno, mette immediatamente in evidenza un modo di intendere l’arte non come produzione di oggetti finiti, ma come creazione di inneschi.
Un fare che mette in moto relazioni, domande, responsabilità.
Il percorso, curato da Silvia Evangelisti, attraversa decenni di ricerca di Pistoletto e insiste su un nodo centrale della sua poetica: il rapporto tra arte e polis.
In questo senso la mostra bolognese non è una retrospettiva tradizionale. È piuttosto una cartografia di idee operative.
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UN MOVIMENTO DECISIVO
Il titolo dell’esposizione contiene già un movimento decisivo.
Cittadellarte, fondata a Biella nel 1994, è stata il laboratorio in cui Pistoletto ha sperimentato un’arte capace di dialogare con la società: non il rifugio dell’artista separato dal mondo, ma un’agorà porosa, aperta, attraversata dalla realtà.
Lo Statodellarte è un passo ulteriore: non solo luogo, ma modello di convivenza. L’arte come principio organizzativo della comunità. Un’ipotesi che può sembrare utopica, ma che Pistoletto formula con tenacia concreta: tavoli di confronto, programmi pubblici, processi partecipativi, responsabilità condivisa.
Qui la sua dimensione politica appare nella forma più alta: non propaganda, non slogan, ma costruzione di spazi dove le differenze possano coesistere senza annullarsi.
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TRA CONSUMO E REDENZIONE
Tra le opere presenti emerge inevitabilmente Venere degli stracci (1967-2022).
La dea classica, icona di armonia eterna, è schiacciata a un cumulo di abiti usati, scarti tessili, residui del consumo.
L’opera, a ogni incontro, conserva una potenza intatta perché non si esaurisce mai in una lettura sola.
È critica della società dei consumi, certo. Ma è anche intreccio di tempi storici diversi: il Mito e il quotidiano, l’ideale e il rifiuto, la bellezza canonica e la materia espulsa.
Pistoletto non umilia Venere: la rimette nel mondo. Le toglie il piedistallo per restituirla alla Storia. E gli stracci, a loro volta, cessano di essere scarto: diventano materia poetica.
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RELAZIONI IN MOVIMENTO
Nel percorso compare anche Mappamondo (1966), opera che sottrae il globo alla retorica del dominio per restituirlo a una dimensione dinamica e condivisa.
La Terra intesa non come superficie da dividere, nominare o possedere, ma come spazio in e con cui agire, responsabilmente, insieme.
Pistoletto trasforma così un simbolo tradizionale del sapere geografico in un dispositivo etico: il mondo non è davanti a noi, è tra noi. In questa intuizione si misura la sua capacità di passare dal dettaglio quotidiano alla dimensione planetaria senza enfasi ideologica.
Mappamondo suggerisce, con muta eloquenza, che ogni posizionamento individuale incide sul paesaggio collettivo.
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INESAUSTA CURIOSITÀ
Colpisce, in estrema sintesi, l’inesauribile curiosità di questo artista ultranovantenne.
Specchi, performance, simboli, tavoli, scritte al neon, pratiche sociali, installazioni, intelligenza artificiale: nessun medium viene feticizzato, nessuna formula si irrigidisce.
Molte e molti, trovata una cifra, la ripetono.
Al contrario la coerenza di Pistoletto non consiste nella reiterazione, ma nella continuità di una domanda: come può l’arte incidere sul reale?
Opere come strumenti relazionali, come tecnologie del vivere insieme.
Uscendo da Palazzo Boncompagni, ho portato con me alcune memorabili visioni.
E una formula, facile da ricordare e difficile da praticare: 1 + 1 = 3.


