Finale di Familie Flöz: anatomia poetica della maschera e dell’umano

ph Antonio Giannuzzi

 

Con Finale. Un’ouverture, la compagnia Familie Flöz trasforma il traguardo dei trent’anni in una riflessione teatrale stratificata e sorprendentemente aperta. Nato da un’idea condivisa (tra gli altri Fabian Baumgarten, Lei-Lei Bavoil, Vasko Damjanov, Anna Kistel, Almut Lustig e Mats Süthoff), lo spettacolo della compagnia berlinese è arrivato ai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce dopo essere transitato al Menotti di Milano, confermandosi come una tappa significativa di un percorso artistico in continua evoluzione.

Qui la cifra stilistica della compagnia – il teatro visuale senza parola – si espone con una trasparenza nuova: le maschere non sono più un riparo, ma una dichiarazione. I costumi sono visibili, la costruzione scenica è svelata. Il teatro non si nasconde, si offre. E lo spettatore viene coinvolto in questo dispositivo: la “persona” – la maschera – non è più solo dell’attore, ma di chiunque osservi.

Corpi, maschere, trasformazioni

La regia e il lavoro sulle maschere di Hajo Schüler (con la co-regia di Anna Kistel) costruiscono un universo in cui l’immobilità del volto amplifica la dinamica del corpo. È una grammatica scenica raffinata: ogni inclinazione, ogni gesto, ogni pausa diventa linguaggio.

Le maschere non uniformano, ma differenziano. Una schiena curva suggerisce fragilità, uno sguardo fisso crea tensione, un movimento appena accennato genera ambiguità. In questo senso, il lavoro della compagnia dialoga implicitamente con la tradizione del teatro fisico europeo (da Jacques Lecoq a Pina Bausch), pur mantenendo una cifra autonoma.

La musica dal vivo – firmata da Vasko Damjanov e interpretata insieme ad Almut Lustig e all’ensemble – è parte integrante della drammaturgia: batteria, tastiere e basso costruiscono paesaggi sonori che oscillano tra techno house, lirismo e suggestioni cinematiche. La musica non accompagna: guida, trasforma, destabilizza.

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ph Antonio Giannuzzi

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Tre quadri, tre variazioni sull’esistenza

La scena ideata da Stéphane Laimé si presenta come un organismo in costruzione: porte, finestre, varchi che si aprono e chiudono, generando spazi mobili e mentali. È un teatro di soglie, di passaggi, dove ogni quadro è un mondo autonomo ma comunicante.

Nel primo episodio, ambientato in un locale notturno, il protagonista – una figura sospesa tra resistenza e solitudine – si muove tra suoni urbani creati dal vivo (anche grazie al disegno sonoro da audiodramma di Giorgio de Santis). Attorno a lui si muove una galleria di figure eccentriche: un vecchio claudicante, una cliente enigmatica, una presenza queer dai tratti ambigui. Il ritmo si accende in sequenze di danza, tra tango e rituali di corteggiamento, mentre la dimensione grottesca si intreccia a una sottile malinconia.

Il secondo quadro segna una frattura emotiva. In un ospedale rarefatto, un figlio accompagna la madre verso la fine. Qui la scena si fa più essenziale, quasi sospesa. Le luci e i video di Reinhard Hubert contribuiscono a creare un’atmosfera ovattata, dove il tempo sembra dilatarsi. Un canto femminile attraversa lo spazio come un’eco lontana. Il dolore non è mai esplicito, ma profondamente percepibile: uno sguardo smarrito, un gesto incompiuto, un silenzio che pesa più di qualsiasi parola.

Nel terzo quadro, una donna si rifugia in un bosco, alla ricerca di un altrove che si rivela tutt’altro che pacifico. La natura diventa spazio simbolico, attraversato da presenze enigmatiche (tra cui un toro bianco dal forte valore archetipico). Qui intervengono anche elementi illusionistici (a cura di Rocco Manfredi), che accentuano la dimensione onirica. Le maschere restano come tracce, reliquie di identità possibili, vite sfiorate o mai vissute.

Il pubblico come co-autore

Uno degli aspetti più radicali del lavoro della compagnia è il ruolo assegnato allo spettatore. Come sottolinea lo stesso Schüler, il teatro si completa solo nell’immaginazione di chi guarda. Non c’è una narrazione chiusa, ma un sistema aperto di segni.

Lo spettatore non è chiamato a comprendere, ma a sentire. Non si identifica con i personaggi, ma proietta su di essi la propria esperienza. La rigidità della maschera diventa così uno spazio di libertà interpretativa. È un teatro che chiede partecipazione attiva, ma senza mai forzarla.

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ph Antonio Giannuzzi

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Una poetica della fragilità

Dalle origini alla Folkwang Universität der Künste fino alle produzioni internazionali (in collaborazione con realtà come il Theaterhaus Stuttgart o lo Stadttheater Schaffhausen), Familie Flöz ha costruito un linguaggio riconoscibile e al tempo stesso in continua mutazione.

È un teatro che coglie la grandezza nei dettagli minimi, trasformando fragilità, fallimenti e goffaggini in materia scenica. I personaggi sono spesso sospesi tra comicità e inquietudine, tra umano e meccanico.

Come osserva il critico Peter Kümmel, si tratta di figure “metà scultura, metà umani”: immobili nel volto, ma incredibilmente espressive nel corpo. Una definizione che coglie il cuore della loro poetica.

Finale o inizio?

Il titolo suggerisce una chiusura, ma Finale. Un’ouverture funziona piuttosto come un’apertura: un varco verso nuove possibilità espressive. Le tre storie – il locale notturno, l’ospedale, il bosco – convergono in un punto di crisi, dove le certezze si sgretolano e emergono domande essenziali.

Non c’è una risposta univoca. E proprio in questa sospensione risiede la forza dello spettacolo: un teatro che non spiega, ma espone; non conclude, ma rilancia.

Dopo trent’anni, Familie Flöz continua a interrogare il linguaggio scenico con rigore e immaginazione, offrendo un’esperienza che è al tempo stesso visiva, emotiva e profondamente umana.

VINCENZO SARDELLI

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