Fiorire nell’eccesso. Su Ape Regina della Piccola Compagnia della Magnolia

ph Stefano Roggero

 

In Ape Regina. Una giornata per Molly Bloom, scritto e interpretato da Giorgia Cerruti per la Piccola Compagnia della Magnolia, andato in scena al Teatro Piccolo di Forlì lo scorso 1 aprile nell’ambito della Stagione a cura di Accademia Perduta Romagna Teatri, non si assiste tanto allo sviluppo di una vicenda quanto all’esposizione di una condizione.

La giornata evocata dal sottotitolo non procede secondo una trama lineare: si addensa piuttosto come accumulo di impulsi, memorie, vezzi, malinconie, scoppi improvvisi.

L’ascendenza dichiarata è Ulysses e la sua Molly Bloom, ma il personaggio che appare in scena è una Molly traslata, deformata, filtrata attraverso l’immaginario del Novecento cinematografico e il deposito di cliché costruiti intorno alla donna-diva, alla seduttrice, alla tragedienne, alla grande attrice decaduta. Non una citazione illustrativa di James Joyce, dunque, ma una proliferazione del suo fantasma.

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QUI E ORA, QUI E ALLORA

Uno degli aspetti più evidenti dello spettacolo è il suo sdoppiamento temporale. La scena appartiene al presente del teatro — il corpo vivo dell’attrice, il respiro, la materia irripetibile del qui e ora — ma viene continuamente attraversata da voci, immagini mentali, inflessioni e pose che appartengono a un altrove storico: il cinema classico, le sue dive, i suoi miti.

I fantasmi di Gloria Swanson, Bette Davis, Greta Garbo non appaiono come semplici modelli, ma come tracce sedimentate dentro il personaggio. La scena diventa una camera in cui il presente recita con il passato. Il teatro convoca il cinema non per imitarlo, ma per mostrarne la persistenza spettrale.

In questo senso la celebre battuta di Sunset Boulevard — “io sono grande, è il cinema che è diventato piccolo” — risuona come chiave sotterranea dello spettacolo, perché nomina il conflitto tra grandezza immaginata e restringimento reale del mondo.

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ph Stefano Roggero

DIVA COME PARODIA DEL CLICHÉ

La protagonista è una composizione iperbolica di tratti riconoscibili: svenevole e pretenziosa, piena di vezzi, sguaiata, eccessiva, melodrammatica, continuamente prossima allo svenimento simbolico e insieme ferocemente attaccata alla scena.

Non siamo però davanti a una caricatura.

La parodia, qui, agisce come strumento di conoscenza. Ogni cliché, se spinto fino al limite, smette di rassicurare e mostra il proprio meccanismo. La diva languida, la donna capricciosa, l’attrice isterica, la signora che vive di memorie gloriose: Cerruti le attraversa con precisione ritmica, alternando enfasi e cedimento, posa e crollo.

L’eccesso, qui, è decisivo.

Entusiasmo improvviso, isteria, melodramma, autocelebrazione, disperazione: lo spettacolo accumula stati emotivi come se il personaggio non possedesse più una misura interna stabile. Ma proprio questa sproporzione diventa linguaggio. Non psicologia profonda, bensì superficie sovraccarica.

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TRAGEDIA TUTTA ESTERIORE

È forse questa una delle intuizioni più fini della messinscena: la tragedia non viene cercata nell’interiorità nascosta, in un trauma da svelare o in una confessione catartica. È tutta esteriore. Sta nei gesti troppo grandi, nei toni fuori scala, nei cambi repentini d’umore, nel trucco sociale della rappresentazione che non regge più.

Il dolore non si dichiara in forma autentica; si traveste da numero. Si presenta come smorfia, canzone, posa, protesta, capriccio. E proprio per questo arriva con particolare nettezza. Ape Regina sembra suggerire che in una società dello spettacolo anche la sofferenza è costretta a esagerare.

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“MI SENTO COSÌ TRISTE A FIORIRE DA SOLA”

Il gioco di parole intorno a Bloom — cognome joyciano ma anche verbo inglese: fiorire, sbocciare — apre una linea ulteriore. Se Molly Bloom è colei che sboccia, allora il suo destino è l’apertura vitale. Ma quella fioritura qui appare incrinata dalla solitudine: “mi sento così triste a fiorire da sola”.

La frase concentra, credo, l’ambivalenza dell’intero spettacolo. Il desiderio di espansione esiste ancora: piacere, presenza, seduzione, voce, corpo, vitalità. Ma manca il contesto comunitario che lo accolga. Fiorire senza sguardi, senza coro, senza interlocutori: è una forma di malinconia contemporanea.

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IL DOPPIO: LA BAMBOLA, IL VERDE

Fra gli oggetti scenici più significativi vi è una bambola vestita come l’attrice. Il doppio teatrale ha una lunga genealogia: dal fantoccio simbolista al manichino delle avanguardie, fino alle riflessioni novecentesche sull’attore come figura scissa tra persona e personaggio.

Qui la bambola somiglia alla protagonista, ne replica l’abito. È contemporaneamente figlia, caricatura, memoria e sostituta. La canzone condivisa tra voce registrata della bambola e voce dal vivo dell’attrice intensifica questa frattura: il meccanico e il vivente, il reperto e il presente, l’imitazione e la carne.

Il verde ritorna nei costumi della protagonista, negli abiti della bambola, nella sedia, perfino nel collare luminoso della statua del cane.

Non è semplice coerenza estetica: porta con sé vitalità vegetale, artificio decorativo, acerbità, auspicio di rinascita. Dentro Ape Regina sembra il colore di una fioritura ostinata e leggermente tossica.

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ph Stefano Roggero

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PAUSE, VUOTI, BRUSCHI SCARTI

Accanto alla verbosità e all’eccesso, lo spettacolo lavora per contrasto con pause improvvise e lunghe, silenzi che sembrano aprire voragini, repentini cambi di atmosfera.

Subito dopo l’esuberanza può arrivare un gelo.

Dopo il comico, un arresto.

Dopo il melodramma, il quasi nulla.

Questi scarti impediscono una lettura univoca del personaggio. Non siamo mai autorizzati a stabilire definitivamente se ciò che vediamo sia puro numero, autentica disperazione, lucidità ironica o follia performativa. Ogni definizione viene sospesa dal registro successivo.

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RELITTO E SPECCHIO

In conclusione: Ape Regina ci interroga.

La protagonista rende visibile ciò che socialmente viene spesso nascosto: la dipendenza dallo sguardo altrui.

Per questo il personaggio appare insieme datato e attualissimo: appartiene all’epoca delle grandi dive e, al contempo, al presente dell’auto-esposizione continua.

È relitto e specchio, insieme.

A cui aggrapparci, se ne abbiamo la forza.

In cui guardarci, se ne abbiamo il coraggio.

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