Oltre l’oculo: corpi, schermi e visori nella danza contemporanea italiana

Andrea Mantegna, Camera picta, oculo, 1465-1474

 

Nella Camera picta di Andrea Mantegna, a Mantova, l’oculo dipinto sul soffitto tra il 1465 e il 1474 non è soltanto un prodigio prospettico: è una macchina antropologica dello sguardo.

Chi vi entra alza gli occhi e sperimenta un desiderio antico quanto l’immagine stessa: attraversarla.

Quelle figure affacciate dal parapetto, quei putti sospesi nel cielo, non si limitano a mostrarsi; chiamano il visitatore a una soglia.

Il verbo trascendere custodisce precisamente questo impulso.

Dal latino trans-scandere: salire oltre, scavalcare, passare fisicamente al di là di un ostacolo.

Non un’astrazione spirituale, dunque, ma un gesto.

Si trascende con gambe e braccia prima che con il pensiero.

È qui che l’immagine incontra la danza: entrambe chiamano il corpo a oltrepassare un limite, a fare del confine una pratica.

Il corpo è insieme strumento e campo d’indagine, veicolo e materia, archivio di memorie e laboratorio di possibilità.

La danza, da sempre, fa diventare linguaggio questo campo di forze. Le tecnologie visive, nel corso dei decenni, lo hanno progressivamente compreso.

Il volume Danza, schermi e visori. Contaminazioni coreografiche nella scena italiana, curato da Elena Cervellati e Silvia Garzarella e pubblicato da Dino Audino nel 2024, si colloca esattamente in questo crocevia: dove il corpo incontra il dispositivo, dove il gesto si rifrange nello schermo, dove la presenza si ridiscute nell’immersione.

La prima evidenza di quest’opera è la sua struttura polifonica. I contributi di Alessandro Amaducci, Margherita Bergamo Meneghini, Enrico Coffetti, Pasquale Fameli, Ester Fuoco, Elisa Guzzo Vaccarino, Xiao Huang, Samantha Marenzi, Ariadne Mikou, Letizia Gioia Monda, Francesco Spampinato e Ariella Vidach non sono giustapposti come tasselli ornamentali, ma disposti come differenti angolazioni prospettiche su una materia per sua natura mobile, instabile, mutante.

La curatela evita sia l’enfasi celebrativa sia la falsa neutralità inventariale: ordina, connette, mette in tensione.

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DALLA FINESTRA ALLO SCHERMO OPERAZIONALE

La finestra albertiana della pittura rinascimentale, lo specchio barocco, il quadro moderno, lo schermo cinematografico, il monitor elettronico, il visore immersivo: ogni epoca costruisce i propri dispositivi di visione e, con essi, i propri corpi spettatoriali.

Quando Umberto Eco osservava che lo schermo non è più finestra sulla realtà ma superficie operazionale, nominava una trasformazione decisiva. Non guardiamo più semplicemente attraverso: agiamo sopra, dentro, contro. Tocchiamo, scorriamo, fermiamo, riavvolgiamo, manipoliamo. Lo schermo cessa di essere solo rappresentazione e diventa interfaccia.

Applicata alla danza, questa mutazione produce conseguenze radicali.

La danza, arte del tempo e dell’effimero, trova nello schermo non un semplice supporto documentario, ma un ambiente compositivo. Il gesto non viene soltanto registrato: viene montato, moltiplicato, rallentato, smembrato, riarticolato. La temporalità coreografica si ibrida con quella tecnica.

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Nam June Paik, Merce by Merce by Paik, 1978

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GENERAZIONI: DA PAIK A JENNA

Nel panorama internazionale, Merce by Merce by Paik (1978) di Nam June Paik con Merce Cunningham resta una soglia storica.

Non documenta un modo di intendere la danza: lo reinventa elettronicamente.

Il montaggio video, la frammentazione del segnale, la compresenza di tempi e punti di vista producono una coreografia seconda, generata dal medium stesso.

Non più danza ripresa, ma danza pensata con il video.

Più vicino a noi, Jacopo Jenna rappresenta una linea autoriale di grande interesse nella screendance contemporanea.

Il suo lavoro sui materiali di repertorio della Storia della danza opera un intenzionale raffreddamento: non nostalgia, non citazione ornamentale, ma montaggio critico.

Jenna tratta l’archivio come materia viva e problematizzabile.

Il documento storico diventa partitura da riattivare, non reliquia da venerare.

È una postura eminentemente contemporanea: il passato non come origine pura e inviolabile, ma come database con cui interagire.

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IL CORPO COME ARCHIVIO

Una delle intuizioni che attraversano il volume è che il corpo stesso sia archivio.

Ogni gesto porta con sé genealogie (in)visibili.

In questo senso il progetto ELP di Paola Bianchi risulta esemplare in quanto “indaga la relazione tra parola descrittiva e danza attraverso la trasmissione via audio di archivi di posture creati a partire da immagini”.

Il movimento viene evocato verbalmente, trasmesso acusticamente, ricostruito corporalmente.

Si produce un cortocircuito tra icona, linguaggio e cinestesia.

È un dispositivo raffinatissimo sulla traducibilità imperfetta dei segni.

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PANDEMIA E SCHERMI

Gli anni pandemici hanno reso evidente ciò che prima appariva accessorio: lo schermo può essere luogo di appartenenza.

Non semplice surrogato della presenza, ma spazio sociale in cui praticare prossimità differita, co-creazione, esercizio comunitario.

Numerose esperienze partecipative legate alla danza – lezioni, laboratori, performance distribuite, pratiche di azione condivisa – hanno mostrato che la relazione non coincide sempre con la co-presenza fisica.

Ciò non elimina la nostalgia del vivo, ma complica l’opposizione tra autentico e mediato.

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ARIELLA VIDACH E LA NECESSITÀ DELLA STORIA

Tra le più storicizzate voci del volume, Ariella Vidach conserva una particolare autorevolezza, maturata in decenni di sperimentazione.

Quando afferma “la componente emozionale mi interessava ma come conseguenza del lavoro sul corpo e non come punto di partenza” rovescia molta retorica qualunquista sull’esperienza artistica: l’emozione non si prescrive; emerge da una rigorosa costruzione sensibile.

Ancora più stringente, ai fini del presente discorso, appare un’altra sua indicazione: “approcciare la tecnologia dotati di una prospettiva storica”.

Formula decisiva: quasi ogni entusiasmo tecnicista soffre di amnesia.

Senza genealogia, ogni dispositivo sembra nuovo; grazie alla Storia riconosciamo ritorni, metamorfosi, promesse già formulate altrove.

Il visore contemporaneo ha antenati nel panorama barocco, nel diorama ottocentesco, nel cinema espanso, nella videoarte degli anni Settanta: nulla nasce dal nulla.

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PER CONCLUDERE

Il volume si chiude utilmente con un’appendice dedicata ai festival di videodanza in Italia: elenco e presentazione sintetica che valgono come mappa infrastrutturale del settore.

Non dettaglio accessorio, ma indicazione metodologica: le arti esistono anche grazie agli ecosistemi complessi che le rendono possibili.

A proposito di complessità: Danza, schermi e visori rifiuta semplificazioni binarie (corpo/tecnica, presenza/mediazione, alto/basso, arte/documento, umano/macchina).

Opportunamente ci ricorda, invece, che la danza -oggi più che mai- si sviluppa nei passaggi di stato, negli interstizi, nelle contaminazioni.

Come nell’oculo di Mantegna, continuiamo a guardare verso l’alto sperando di entrare nell’immagine.

Ma oggi sappiamo qualcosa in più: ogni immersione autentica passa dal corpo.

Non c’è visore che possa abolirlo.

C’è però la tecnologia che in molti modi (e questo saggio ne presenta un bel po’) può aiutarci a ridefinirlo.

Dire grazie, almeno.

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