Il rischio, quando si affronta Pinocchio, è duplice: ripetere un immaginario già consumato, oppure forzarlo in chiave contemporanea. Questo Pinocchio Musical sceglie una terza via, più rara e più complessa: restare fedele a Carlo Collodi lasciando che sia il teatro, con i suoi mezzi e i suoi limiti, a renderlo vivo oggi. Non si tratta di un’operazione conservativa, ma di un atto di fiducia nel linguaggio scenico. Una scelta che si riflette anche nell’impianto produttivo – Compagnia Bit e DPM Produzioni, con il patrocinio della Fondazione Nazionale Carlo Collodi – e che si traduce in una coerenza complessiva rara nel musical italiano contemporaneo.
UNA REGIA CHE SOTTRAE
Al Teatro Team di Bari, la regia di Melina Pellicano costruisce uno spettacolo che sorprende proprio per ciò che decide di non mostrare. Niente accumulo decorativo, niente virtuosismi fini a sé stessi. Eppure, la scena è tutt’altro che scarna. La scenografia mobile, concepita come un libro pop-up, agisce come dispositivo dinamico: non solo cambia gli ambienti, ma li narra, li costruisce sotto gli occhi dello spettatore. Dalla casa spoglia di Geppetto agli spazi più apertamente fiabeschi, fino al Gran Teatro dei Burattini, tutto avviene per trasformazione, non per imposizione. È qui che lo spettacolo trova una delle sue chiavi: l’artificio teatrale dichiarato diventa verità scenica.
ESTETICA DELLA SOBRIETÀ
La scelta estetica è insieme ideologica. Questo non è un musical “luccicante”, e non vuole esserlo. La sobrietà domina, ma non come rinuncia: piuttosto come principio organizzatore del senso. La povertà – centrale nel romanzo – non è un fondale, ma una condizione esistenziale che plasma gesti, relazioni, desideri. In questa prospettiva, la fiaba non si dissolve nell’astrazione, ma resta ancorata a una concretezza quasi materica. Ed è proprio da questa aderenza al reale che nasce la sua forza simbolica: una luce che non abbaglia, ma illumina dall’interno.
PADRE E FIGLIO: IL CUORE EMOTIVO
La partitura di Stefano Lori e Marco Caselle accompagna questo impianto con intelligenza, muovendosi tra registri colti e popolari. L’apertura sospesa lascia presto spazio alla concretezza della bottega, vero centro emotivo dello spettacolo. Il Geppetto di Salvo Montalto evita ogni retorica paternalistica: è un uomo fragile, segnato dalla fatica, ma ancora capace di desiderare. Il rapporto con Pinocchio si costruisce per strappi e mancanze, più che per continuità: una relazione che trova compimento solo dopo una lunga serie di disallineamenti. In questo senso, la drammaturgia lavora sottraendo enfasi e guadagnando verità.
UN PINOCCHIO DAVVERO BAMBINO
La scelta di affidare Pinocchio a Theo Caselle e Andrea Tartaull – entrambi bambini – non è un vezzo realistico, ma una decisione strutturale. Il personaggio smette di essere rappresentazione e torna a essere esperienza: impulso, errore, scoperta, rinascita. Il percorso non è lineare, ma fatto di oscillazioni continue. Anche il celebre naso perde la funzione di segnale morale esplicito per diventare quasi un ostacolo fisico, un inciampo che traduce in corpo una coscienza ancora informe. È qui che lo spettacolo intercetta con precisione il nodo collodiano: crescere non significa correggersi, ma attraversare il caos.
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LA FORZA DEL CORO E DELLA COMUNITÀ
Se esiste una dimensione “spettacolare”, questa emerge nelle scene corali. Non attraverso l’eccesso visivo, ma tramite la costruzione di una comunità scenica. Con un ensemble ampio e articolato, ogni figura contribuisce alla traiettoria del protagonista. Il mondo di Pinocchio è popolato, stratificato, mai decorativo: ogni incontro lascia un segno. È una drammaturgia dell’attraversamento, dove il singolo si definisce solo in relazione agli altri. Un’idea che richiama, quasi implicitamente, quel proverbio africano secondo cui per educare un bambino serve un intero villaggio.
UN MONDO VISIVO COERENTE
L’impianto visivo mantiene una coerenza rigorosa. Le luci disegnano uno spazio fatto di penombre e transizioni morbide, evocando un Ottocento illuminato da lampade a olio non illustrativo ma atmosferico. I costumi – numerosi ma controllati – trovano i loro vertici nella Fata Turchina e nelle sequenze del teatro di Mangiafuoco, dove emerge un gusto artigianale e metateatrale. Lo stesso Mangiafuoco, interpretato da Marco Caselle, si allontana dall’archetipo del tiranno per avvicinarsi a una figura liminale: un uomo di teatro, più sedotto dalla scena che dal dominio.
IL PAESE DEI BALOCCHI: FESTA E OMBRA
Il Paese dei Balocchi è costruito come un dispositivo ambivalente. In superficie è costruito come una festa seducente: zucchero filato, giocoleria, frenesia collettiva. Ma dentro questa esplosione si insinuano segnali inquieti: un fantoccio appeso, un asino dipinto su un cancello. La leggerezza resta, ma non è mai ingenua. L’immagine non viene mai caricata fino alla denuncia esplicita: resta sospesa, lasciando che sia lo spettatore a percepire la frattura. È una leggerezza che contiene già la caduta.
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I PERSONAGGI: TRA FARSA E MISURA
Il Gatto e la Volpe di Leonardo Pesucci e Maurizio Misceo lavorano su un registro farsesco molto efficace, senza mai perdere del tutto la loro ambiguità. Sono figure liminari: seduttive e pericolose, comiche e crudeli. Il Grillo di Andrea Zuliani evita il didascalismo, mentre la Lumaca di Luisa Trompetto introduce una sospensione delicata, quasi lirica.
LA FATA TURCHINA
La Fata Turchina di Noemi Garbo (anticipata dalla versione infantile di Bianca Galati/Vittoria Gervasi) trova la sua forza soprattutto nella dimensione vocale. Scenicamente meno incisiva, ma capace di costruire un’atmosfera sonora coerente con la tradizione del musical classico. La sua presenza funziona come controcampo: una figura già compiuta che evidenzia, per contrasto, l’irrequietezza del protagonista.
IL FINALE E L’IMMAGINE
Il finale segna un salto visivo significativo. La scena marina, con l’uso dell’animazione, introduce un momento di espansione immaginativa che resta però coerente con l’impianto generale. Non è una rottura, ma un’apertura: il linguaggio si amplia senza tradire le proprie regole.
UN RITORNO NECESSARIO
Il ritorno conclusivo evita ogni enfasi. Padre, casa, lavoro: elementi minimi, quasi archetipici. Ma è proprio questa semplicità a restituire il senso profondo del percorso. La felicità non è conquista spettacolare, ma pratica quotidiana, fatta di cura, responsabilità, presenza.
LA SOBRIETÀ COME SCELTA
Questo Pinocchio Musical non cerca di stupire, né di aggiornare a tutti i costi. Sceglie una via più difficile: essere vero. E dimostra che la sobrietà, quando è pensiero e non limite, può diventare la forma più alta di intensità teatrale e musicale.
VINCENZO SARDELLI
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TOUR (PROSSIME DATE)
9 maggio – Teatro Nuovo Verona (ore 17:00)
31 ottobre – Teatro Golden Palermo (ore 18:30)
1 novembre – Teatro Metropolitan Catania (ore 17:00)
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