«Siamo piuttosto emozionati, è la nostra prima recensione»: così mi ha scritto Marco Montanari inviandomi le fotografie di Frisbee. Una storia d’amore di Spazio A Teatro, visto un paio di settimane fa a Russi.
Risultato: ho cestinato quel che avevo già scritto -troppo pieno di citazioni, troppo polveroso- e ho ricominciato da capo.
La prima volta è una faccenda seria: richiede responsabilità.
Meglio: richiede vivezza.
Come il teatro? Sì, come il teatro.
Eccomi dunque, ora, davanti agli occhi, gli occhi vivissimi di Rendy Anoh, Camilla Berardi, Silvia Rossetti, Marco Saccomandi e Marco Montanari, appunto, le persone in scena in questa veemente creazione: eccole in pizzeria, subito dopo lo spettacolo, a rispondere a mille mie domande su quando e come è nata in loro -così giovani – la passione per questa pratica così antica, faticosa, fuori moda.
Eccole a raccontare senza esitazione di un senso del noi che viene prima e guida il loro fare.
Di un ridere insieme che non finisce, fin sotto debutto.
Dei laboratori della non-scuola a cui han partecipato, degli incontri importanti, di come han costruito questo spettacolo.
Di un’altra loro creazione in cui lo spettatore deve correre in Pineta: «si fa in estate, ci devono essere il caldo e le zanzare».
Della partecipazione al Grande Teatro di Lido Adriano guidato da Gigio Dadina, che della cura del noi ha fatto la sua arte.
E del Teatro Zodiaco nell’ex Villaggio Anic di Ravenna, che stan cercando di riaprire al pubblico: insieme ad altre realtà teatrali, anche di precedenti generazioni, anche lanciando un crowdfunding.
Il noi, ancora, guida il fare.
Per quel che mi riguarda, potrebbe di gran lunga bastare: per stupirmi, per ringraziare.
Ma l’invito ricevuto chiede una restituzione.
Eccola.
.

.
Il palco è ingombro di cose. Sedie, oggetti, materiali, residui, strumenti: come una soffitta comune, come la stanza di un gruppo che sta provando a capire cosa fare del proprio stare insieme.
Nulla sembra messo lì con e per eleganza. Quel che c’è pare essere lì perché serve, o potrebbe servire, o è servito prima e tornerà utile dopo.
È un disordine operativo, un’officina.
In quel paesaggio di inciampi possibili, i corpi si mettono in moto.
Il frisbee vola.
Attorno a quel disco leggero si organizza una coreografia di lanci, rincorse, mancate prese, desolazioni improvvise, cadute.
Si cade parecchio, in Frisbee, ma senza compiacimento: con quella comicità appena tragica, per trascinamento, di chi tenta e sbaglia davanti agli altri.
Si sceglie la via del metateatro: un gruppo deve creare uno spettacolo, e nel mentre discute, litiga, si interrompe, dubita.
“Si capisce?”: non posa intellettuale, ma esperienza concreta.
Chiunque abbia anche per poco frequentato una sala prove conosce quel vortice: l’idea che sembrava chiarissima un’ora prima ora non significa più nulla; l’entusiasmo si rovescia in scetticismo; qualcuno insiste, qualcuno tace, qualcuno ride, qualcuno non vuole cedere.
Il bersaglio sono i cliché del teatro e dei laboratori teatrali.
Spunta persino Il lavoro dell’attore su se stesso di Stanislavskij.
Questo mi ha colpito e anche un po’ commosso, in Frisbee: l’ironia non è mai cinica.
Ride del teatro perché crede nel teatro.
Ironizza su certe abitudini perché ha fiducia nell’arte antica e faticosa che quelle abitudini, talvolta malamente, cercavano di custodire.
.

.
Tutto avviene dentro ai codici del linguaggio della scena: nessuna scorciatoia, nessun appoggio di moda, nessuna strizzata d’occhio a universi altri per sembrare più contemporanei, più à la page.
Qui si lavora con ciò che il teatro mette in vita da sempre: corpi, voci, ritmo, spazio, relazioni, tempo condiviso.
Artigianato, nel senso più letterale.
Fare e rifare, fare e rifare, fare e rifare finché qualcosa prende forma.
Spicca un pezzo di bravura di Silvia Rossetti, attrice e drammaturga del gruppo: la rilettura progressivamente accelerata di tutto il testo pronunciato fino a quel momento. Ciò che abbiamo ascoltato torna, ma trasformato dalla velocità crescente. Il senso inciampa, si moltiplica, diventa musica, memoria compressa, macchina comica e vertigine. È un passaggio che mostra con chiarezza una verità semplice e spesso dimenticata: tutto è ritmo. In teatro certamente. Ma anche nel pensiero, nelle discussioni, nelle giornate, nell’amore.
E infatti lo spettacolo approda lì.
Frammenti di monologhi e dialoghi su problemi amorosi e di coppia.
Un finale, forse, organico: ogni Compagnia dà fiato e carne a una piccola o grande storia d’amore.
Intermittente, litigiosa, ostinata.
Fortunata, a volte.
Ci si lancia qualcosa nel vuoto sperando che l’altra persona lo prenda.
A volte cade. Pazienza.
A volte invece vola diritto, e per un momento lo si segue con gli occhi.
Insieme.
.

–


