Tra apocalisse e rivelazione. Note su Chroniques di Peeping Tom

ph © Sanne De Block

 

Visto al Teatro Bonci di Cesena a fine marzo, Chroniques di Peeping Tom si configura come un dispositivo coreografico in cui materia e tempo subiscono torsioni, slittamenti, implosioni.

Gabriela Carrizo, con la complicità di Raphaëlle Latini, prosegue una ricerca che inscrive l’instabilità non come deviazione del reale, ma come sua condizione primaria.

In tale prospettiva, il corpo smette di essere vettore armonico per farsi sintomo, attrito, frattura.

In Chroniques, tutto vibra: i muscoli e i tendini, i massi elastici, la nebbia disseminata di luci, lo spazio che risuona come organismo sensibile.

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PAESAGGIO, ROVINA, VISIONE

La scena ideata da Amber Vandenhoeck, sospesa tra grotta primordiale e paesaggio lunare, richiama una genealogia visiva che dalla pittura romantica ottocentesca giunge fino alle dissoluzioni materiche del Novecento.

Se la luce evoca ancora il pathos di Caspar David Friedrich, è nella sua instabilità che si percepisce una prossimità con le combustioni visive di William Turner e, più avanti, con le rarefazioni atmosferiche dell’Informale europeo.

In tale campo di forze l’iperrealismo, cifra della Compagnia, non mira a una rassicurante imitazione del già noto, ma si rovescia in un processo di iper-rappresentazione: ogni elemento scenico si consuma sotto il nostro sguardo, rivelando la propria natura di simulacro.

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MECCANICHE DELL’INERTE

Un urto contro rocce gommose produce un boato sproporzionato: è nello scarto tra vero e falso (meglio: tra ciò che è plausibile e ciò che non lo è più) che si genera una percezione destabilizzante, un “realismo d’urto” che fa pensare alle Macchine celibi di Jean Tinguely. Come nelle sue sculture sferraglianti, anche qui gli oggetti sembrano animarsi al di là di ogni logica, mentre i corpi oscillano tra organico e inerte.

Questa dinamica dialoga implicitamente con una certa linea della danza postmoderna americana — si pensi a Merce Cunningham — dove il movimento si emancipa dalla narrazione e si struttura come evento autonomo, auto-significante.

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ph © Camille Leprince

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DERIVA DEL SEGNO E MITOLOGIA INSTABILE

Il percorso drammaturgico — da naturale a ultra-naturale — assume progressivamente una dimensione simbolica.

Quando rumori scomposti si trasformano in echi d’armi da fuoco, la storia si piega su sé stessa; quando dal buio emerge una figura erculea la classicità si incrina, scivolando nel grottesco.

Si potrebbe evocare la lezione di Jorge Luis Borges: i corpi sembrano intrappolati in un labirinto temporale, costretti a reiterare frammenti di azioni senza origine né fine.

Parallelamente, sul piano visivo, si intravede una parentela con le pratiche surrealiste e con le scomposizioni del corpo operate da Salvador Dalí o Hans Bellmer, dove l’identità corporea si moltiplica e si deforma.

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COREOGRAFIA DELLA CATASTROFE

Le luci rosse, i lampi improvvisi, le sequenze di violenza reiterata trasformano il gesto realistico in pura astrazione coreografica.

La scena si emancipa progressivamente dai corpi, così come i corpi si svincolano dai personaggi.

Anche lo spazio nega la propria stabilità: il punto di fuga decentrato dissolve la prospettiva rinascimentale come dispositivo di controllo.

In questo senso, Chroniques pare dialogare con alcune esperienze delle avanguardie visive del Novecento — dal Cubismo al Futurismo — che hanno messo in crisi l’unità dello sguardo e la linearità dello spazio.

Il risultato è una percezione oscillante tra apocalisse e rivelazione, tra spettacolarità quasi cinematografica e una casa di fantasmi perturbante e viva.

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