Tre giorni, 14-15-16 maggio, corrispondenti a tre lettere dell’alfabeto: C come Costruire, R come Reinventare, I come Inventare. Si struttura così la seconda edizione della rassegna ferrarese Alfabeti Urbani, un’iniziativa pensata per mettere in dialogo università, istituzioni e cittadinanza sui temi legati alla trasformazione dello spazio urbano e dei luoghi che abitiamo ogni giorno. Utopia/Distopia sarà la cornice dentro la quale saranno raccolti panel, spettacoli e attività: un filtro per provare a leggere e interpretare insieme i mutamenti contemporanei.
Nato sotto il patrocinio del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara, il progetto si è sviluppato fin da subito come un dispositivo culturale capace di attivare relazioni nel tessuto cittadino, andando oltre il contesto meramente accademico. Gli incontri si svolgono presso l’Ex Teatro Verdi, mentre due delle attività serali si terranno presso lo spazio del CTU – Centro Teatrale Universitario.

Il programma e gli ospiti
La tre giorni vede protagonisti studiosi/e, artisti/e, giornalisti/e e attivisti/e e si compone di incontri, mostre, spettacoli e momenti di confronto che attraversano temi legati all’immaginazione politica, alla trasformazione urbana e alle pratiche di comunità. Si partirà con Alberto Boschi e Daniele Brolli attorno al volume The Stand Multimediale – L’ombra dello scorpione di Stephen King tra letteratura, televisione, musica e fumetto, mentre il giornalista Alex Giuzio presenterà con il fotografo Michele Lapini una mostra dedicata all’innalzamento del mare tra ecologia ed economia, tra Galles ed Emilia-Romagna. In programma anche riflessioni sulle esperienze di riqualificazione urbana tra Milano e Bologna con OsservaBo e Gaspare Caliri e un incontro sulla città del futuro tra smart city e intelligenza artificiale con Andrea Daniele Signorelli. Nelle giornate successive si parlerà di prospettive educative e modelli di sviluppo territoriale con Gina Chianese ed Elena Marescotti, di concretizzazioni utopiche in Calabria, di impatto sociale del turismo con il professor Franz e Antonio Di Siena e dei temi della pace legati alla questione israelo-palestinese con l’attivista Luisa Morgantini. Fabio Mangolini e il professor Lipani rifletteranno sul teatro come spazio di relazione e inclusione, mentre rappresentanti di centri sociali e associazioni attive nella rigenerazione urbana dialogheranno con lo scrittore e docente Fabio Cuzzola sulle nuove forme di controcultura urbana. A completare il programma anche le presentazioni dei lavori degli studenti e delle studentesse del laboratorio MIC e del Collettivo Cumbre.
Gli appuntamenti serali al CTU
Teatro e cinema in questo contesto si rivelano strumenti capaci non solo di rappresentare il mondo ma anche di trasformarlo: sono infatti in programma documentari come Florea vieti di Victor Maxian e Varvara Buzilă (14 maggio ore 21.30), lo spettacolo Santa Libertà di Fabio Mangolini (16 maggio ore 21.30) e, non da ultimo, un progetto che attraversa il territorio palestinese interrogando il teatro come spazio di resistenza culturale e di libertà: Pietre con la drammaturgia e la regia di Chiara Tarabotti e l’interpretazione di Gian Maria Martini, in scena al Centro Teatro Universitario il 15 maggio alle ore 21.30.

Pietre di Chiara Tarabotti – 15 maggio ore 21.30
Lo spettacolo affronta la figura di Juliano Mer Khamis, cofondatore del Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin, in Palestina: uomo di cultura e attivista politico, ma soprattutto figura attraversata da una comunità, da una storia e da un conflitto che eccedono la sua biografia individuale. Il progetto nasce infatti dalla volontà di sottrarsi a uno sguardo esterno o semplificato sulla Palestina, costruendo invece una drammaturgia fatta di relazioni, presenze e voci radicate nel campo profughi. Figlio dell’attivista israeliana Arna Mer e del dirigente comunista palestinese Saliba Khamis, Juliano attraversa identità contraddittorie che diventano materia viva della sua pratica artistica e politica: il teatro, in questo senso, non viene presentato come rifugio o gesto umanitario, ma come parte integrante della resistenza.
«Sono stata a Jenin nel 2013 nell’ambito di un viaggio di conoscenza organizzato da Casa Pace Milano – racconta Tarabotti – Lì siamo state a visitare il Freedom Theatre. Juliano era morto da un paio d’anni e il racconto della sua vita mi ha colpita subito». Da quell’esperienza nascerà un primo monologo nel 2018, inserito nel progetto Poeti troiani, in cui la voce di Juliano si intrecciava a quelle della cantante saharawi Mariem Hassan e di Bobby Sands. «La storia di Juliano Mer Khamis ha continuato a lavorarmi dentro e l’anno scorso ho deciso di riprenderla e darle una forma autonoma. Quest’anno, inoltre, ricorrono i quindici anni dalla sua morte».

Ambientato nell’ultima giornata di vita di Juliano, il 4 aprile 2011, lo spettacolo intreccia il racconto personale con alcuni eventi centrali della storia palestinese contemporanea – dalla Seconda Intifada all’assedio di Jenin – fino all’assassinio del regista fuori dal teatro che aveva fondato appena cinque anni prima.
Pietre tenta così di mettere in luce come il teatro possa essere uno spazio di relazione, conflitto e libertà anche in contesti irrimediabilmente segnati, riportando al centro anche ciò che accade oggi in Cisgiordania, dove le violenze da parte di militari e coloni israeliani sono aumentate.


