Celebrare il “fare” come atto creativo partendo da uno dei suoi interpreti più autorevoli: questa l’idea espressa attraverso il percorso espositivo Fare Scena. Omaggio al maestro Paolino Libralato, Scenografo Realizzatore, in programma dal 12 giugno al 16 agosto a Villa Badoer a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo.
Paolino Libralato da oltre quarant’anni lavora con teatri e istituzioni di prestigio internazionale come la Scala di Milano, il Metropolitan di New York e l’Opéra di Parigi; ha collaborato con importanti registi e scenografi, tra cui Bob Wilson e Jérôme Savary.
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Se torna al suo primo incontro con la scenografia – non necessariamente professionale, anche da spettatore – qual è l’immagine, la situazione che le è rimasta più impressa? Ci racconta il momento in cui questo imbattersi è stato per lei decisivo?
Il mondo del teatro è stato per me, fino ai vent’anni e più, molto lontano.
Non lo frequentavo, delle scenografie quindi malamente conoscevo i fondamentali; mi arrivavano informazioni attraverso il cinema ma tutto si esauriva nel guardare film storici dove ogni tanto si palesavano ingenuità sceniche con rocce troppo leggere, o palazzi descritti fantasmaticamente.
Cercavo a volte di svelare l’inganno del trucco scenico, sceglievo molto spesso film in costume di qualsiasi epoca, anche se mi sentivo attratto soprattutto dal Settecento.
Ben poca era la mia conoscenza delle scenografie cinematografiche, men che meno teatrali.
Passata la prima gioventù, mi ritrovai iscritto al primo anno di scenografia all’Accademia di Venezia.
Ebbi modo di visitare il set cinematografico allestito al Lido di Venezia per le riprese del film Marco Polo di Giuliano Montaldo.
Fu così che per la prima volta potei frugare con gli occhi il “retro” della scena, coglierne la macchina, i pezzi lavorati a finto legno, finto marmo, finto vetro, finta l’intera piazza San Marco.
Era il trionfo dell’inganno, le cupole bidimensionali dipinte su tela della basilica tirate giù per evitare le raffiche di un vento ormai autunnale. Le innumerevoli colonne che formavano il portico in stile bizantino del palazzo Ducale fatte con colore soffiato a formare disegni di venature marmoree…Sì, direi che quel giorno mi si svelò totalmente cosa significava non teoricamente, ma praticamente il gesto artigianale nel fare scenografia, e ne fui rapito!
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Scenografo realizzatore: per chi non conosce questo ruolo, cosa significa concretamente?
La figura dello scenografo realizzatore è una figura complessa, si tratta di una professione dove viene o veniva richiesto un bagaglio tecnico e culturale molto specifico, oltre a una buona sensibilità interpretativa del progetto.
Lo scenografo realizzatore deve saper, a primo sguardo, dare una collocazione storica, se c’è, di quello che dovrà realizzare: scultura, pittura, costruzioni di specifici stili architettonici. Deve conoscere i più svariati materiali, come si possono usare per soddisfare il progetto, deve possedere un ventaglio di informazioni specifiche. Guardare la “cosa” da realizzare dando vita, mettendola in forma se scultura, dipingendola se pittura. Quindi lo scenografo bozzettista, colui che concepisce l’idea attraverso il bozzetto, deve poi trovare un intimo dialogo con il realizzatore che avrà il compito di far nascere il progetto.
Quanto più lo scenografo realizzatore possiede bagaglio culturale (conoscere la Storia dell’Arte è assolutamente essenziale) tanto più la restituzione del bozzetto risulterà apprezzata e condivisa con chi andrà a firmare lo spettacolo.
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Quando riceve un progetto da uno scenografo bozzettista, come riesce a cogliere le intenzioni profonde, artistiche e poetiche, al di là delle mere indicazioni tecniche?
Questa domanda risulta fondamentale per questo lavoro.
La presentazione dell’idea solitamente in forma cartacea di dimensioni A3/A4 dello scenografo bozzettista richiede poi una approfondita discussione su che cosa il progetto vorrebbe rappresentare veramente.
Si inizia con le misure dei vari pezzi da realizzare, nel mio caso di tela e tulle, quindi si valutano le piante e i prospetti dei vari atti, con i relativi sforamenti nelle varie angolazioni in sala, ed infine si passa alla parte pittorica.
Lo scenografo bozzettista aiuta a volte con delle documentazioni specifiche, es. se vuole citare lo stile di un pittore orientalista spiega con frammenti e con esempi la sensazione che vorrebbe ottenere da queste immagini esotiche tradotte in pittura di scena. Spiega ad esempio che vorrebbe la pittura di questo orientalista diventasse ancor più velata o contrastata, che si percepisse attraverso l’esasperazione delle pennellate il vortice di un movimento, o la ruvidità di certe rocce…
Tutto questo a volte va trascritto come “nutrimento” dell’idea nella realizzazione pittorica. È fondamentale andare oltre a quello che il progetto ci racconta con le parole del bozzettista, quello che sarà il suo sogno, quello che vorrebbe che la pittura sottolineasse e raccontasse agli occhi del pubblico.
Questa è la grande forza che possiede il teatro: la realizzazione di un pensiero poetico usando la pittura come strumento espressivo, dando spazio all’atto dell’interpretazione.
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Nel suo percorso, quanto ha contato la formazione – accademica o di bottega – e quanto invece l’esperienza diretta nei laboratori e nei teatri? Come si impara davvero questo mestiere?
La conoscenza, in qualsiasi atto umano, risulta fondamentale per svolgere al meglio una professione.
La formazione scolastica/universitaria dovrebbe informare, fare crescere e sviluppare la soggettività individuale, sollecitare, nutrire e far muovere la mente dei giovani che si accingono a scoprire in questo caso il mestiere dello scenografo, bozzettista o realizzatore che sia.
La capacità per fare questo lavoro (scenografo realizzatore) nasce e si sviluppa nella frequentazione della bottega, o all’interno dei laboratori di grandi teatri; solamente con questo atto si va ad apprendere giorno dopo giorno il mestiere…
Anton Maria Zanetti, un critico e mercante d’Arte all’epoca di Canaletto, descriveva i primi passi del futuro artefice del Vedutismo quando lavorava come pittore scenografo nella Bottega del padre Bernardo: “Ne’ anni seguitò col padre quell’esercizio, utile per sciogliere la mano e svegliare la fantasia della gioventù e per obbligarla a operare con prontezza; e fece bellissimi disegni per gli scenari”.
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In questo processo di traduzione dall’idea alla materia, le è capitato che una richiesta iniziale si trasformasse radicalmente durante il lavoro? Può raccontare un episodio in cui la soluzione finale ha preso una direzione affatto inattesa?
L’arte della scenografia è anche parte di un gesto effimero che dura una serata… una Stagione… forse dopo quindici anni verrà riesumata per l’ultima recita, ma la scena ha un tempo, nasce e muore.
L’oggetto scenico viene creato per una durata limitata e definita, ed è per questo che anche il costo economico è valutato molto attentamente.
Quando si mette in scena un’opera lirica, un balletto, uno spettacolo di prosa, un pensiero che ricorre fin dall’inizio è il costo, la scena dipinta su tela o tulle è la meno costosa in tutti i sensi, si pensi allo stivaggio, al trasporto…
Nei moltissimi titoli che ho potuto realizzare non ricordo un particolare episodio in cui una limitazione mi portasse a soluzioni diverse o lontane tecnicamente nella restituzione della scenografia, anche perché il tempo a disposizione è sempre molto poco e non permette grandi cambiamenti durante l’esecuzione.
Il pensiero però ha sempre ben presente tempi e metodi, “minimo sforzo con il massimo risultato” è ancora una formula attualissima. La scarsità di risorse a volte porta a trovare soluzioni meno sperimentali, che comunque fan vivere la buona pratica della pittura.
In questo mese per esempio ho dovuto affrontare una richiesta per una Lucia di Lammeroor per il Teatro di Opera Nova di Bydgoszcz, in Polonia. Lo scenografo-regista Strassbergher voleva una sorta di scatola di vetro su cui fosse dipinto un paesaggio romantico scozzese, e voleva tutto costruito tridimensionalmente. L’ho convinto ad abbandonare l’idea della scena costruita e affidarsi alla pittura su supporti in tela. La scena era semplice: quattro principali di varia misura si andavano a chiudere verso un fondale di paesaggio che era stato dipinto anche nei principali, formando così un unico paesaggio, l’effetto è stato strabiliante, tutto sembrava costruito in rilievo, le maestranze, i cantanti e il pubblico sono rimasti rapiti dalla forza di questo inganno felicissimo! Un lavoro ben fatto sfruttando le possibilità della pittura, ora questo teatro ha un allestimento da far girare per tutta la Polonia con spese contenute, e una scenografia stupefacente. Ecco, questo è un esempio di come, nell’usare la scena dipinta, si possa ancora trovare una rinnovata vita poetica.
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Sappiamo che ogni creazione è figlia di una incessante negoziazione tra idee, desideri e condizioni materiali. Nella sua lunga e proteiforme carriera c’è stato un episodio in cui una forte limitazione si è rivelata una feconda risorsa?
Quando uno scenografo bozzettista mi interpella per una produzione, il progetto che mi propone risulta già avallato dalla Direzione Artistica del Teatro o dell’Istituzione. L’ideazione ha già subito cambiamenti, rettifiche, a volte profonde modifiche, e quando mi arriva sul mio tavolo devo solamente fare un preventivo di spesa che poi verrà approvato dalla Direzione.
Non ho ricordi di cambiamenti in corso d’opera che limitassero o cambiassero l’esecuzione del lavoro.
Il progetto viene valutato fin dall’inizio, a volte con prove in scala al vero di un parziale pezzo, con prove e campionature di colore.
Non si potrà poi in fase di esecuzione cambiare radicalmente, anche se qualche ravvedimento ci può stare, è pur sempre un lavoro artigianale; i tempi poi sono e resteranno sempre un problema che assillerà l’esecuzione.
È fondamentale iniziare il lavoro con la metodologia appropriata.
C’è una cosa segnata in rosso sul calendario prima di iniziare un lavoro: il giorno del montaggio delle scene in teatro!
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Il suo lavoro vive essenzialmente “dietro le quinte”, eppure è determinante per la percezione dello spettacolo: quanto è stimolante e quanto è frustrante, per lei, questa dimensione di invisibilità?
Il mestiere dello scenografo realizzatore vive essenzialmente lontano dal teatro, è una figura che pochi vedono ma che rappresenta la vera ossatura di questa macchina in compagnia dei macchinisti, delle sarte, degli attrezzisti.
Nel mio caso specifico, essendo io una ditta individuale, come si usa dire un “fornitore”, a maggior ragione la mia presenza è quasi inesistente. Il lavoro si svolge lontano dal teatro, dal palcoscenico; una volta lo scenografo pittore aveva il suo atelier ricavato nel sottotetto, sopra i saloni dei foyer, il Teatro La Fenice ne era un formidabile esempio…
A volte, finita una produzione, cerco se possibile di andare alle prove generali con i miei collaboratori perché per me è fondamentale che ci sia un “nutrimento dello spirito” con chi condivide lavoro e fatica in questo bel mestiere.
Il fatto che ormai da parecchi anni sia quasi del tutto scomparsa l’informazione dei nomi di chi concretamente ha realizzato la scenografia, beh non sta a me sollevare l’osservazione, a volte a onor del vero se ne trova traccia nel libretto di sala. Ma questo non mi dà minimamente frustrazione, perché nella penombra della platea, all’apertura del sipario, il nostro lavoro si apre come un sogno agli occhi del pubblico, ogni volta è come se fosse la prima e il cuore batte forte!
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Dopo oltre quarant’anni di attività, individua un tratto distintivo nel suo lavoro? C’è qualcosa di specifico che sente di portare sempre, quasi inevitabilmente, in ogni progetto?
Quarant’anni e più di pittura di scena non sono pochi, non avrei mai immaginato un percorso così lungo e impegnativo, ma a pensarci bene è stata una scelta anche azzardata e scomoda, è una professione -inutile nasconderlo- anche fisicamente faticosa.
È stata una scelta, un percorso, una sorta di cammino verso una nuova e rinnovata visione nell’uso della pittura scenografica.
Volevo provare a fare rifiorire con nuovo spirito quest’arte ormai negletta e quasi nascosta.
Quando incominciai a praticarla eravamo in un momento di cambiamento ma ancora non si avvertiva del tutto (anni Ottanta), si sperimentavano nuove strade, nuovi linguaggi mossi dalle tecnologie che si paravano all’orizzonte, e tutto faceva prevedere un tracollo di questa centenaria pratica pittorica.
Volli mettermi in gioco e decisi di dare vigore, amore, competenza al gesto pittorico, cercando con questa disponibilità di fare sbocciare un nuovo dialogo tra lo scenografo bozzettista e lo scenografo realizzatore.
Creare un ponte.
Non è stato facile, ma con tenacia, costanza e soprattutto passione penso di aver dato un fattivo contributo a questa espressione dell’Arte applicata.
Vorrei qui citare una frase che lessi per la prima volta scolpita sul timpano del Teatro Massimo di Palermo, una frase che riassume per me l’atto della conoscenza: “L’Arte rinnova i Popoli e ne rivela la vita; vano le scene, il diletto ove non miri a rinnovare l’avvenire”.
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Lei ha collaborato con importantissime istituzioni in Italia e nel mondo.
Quando nell’autunno del 1990 aprii la mia Bottega di pittura di scena pensai che dopo Il Flauto Magico del Maestro Beni Montresor avrei chiuso i battenti… ma non fu così.
Cominciarono ad arrivare numerose richieste da Trieste a Palermo, e dopo un anno mi trovai a realizzare una scenografia a Tokyo firmata dallo scenografo Francesco Zito.
Ero pieno di entusiasmo per questi risultati inaspettati, sentivo che quello che cominciavo a proporre trovava immediato riscontro, il lavoro aumentava: Anversa, Macerata, Palermo, Parigi, Bordeaux, Lisbona, Teatro alla Scala… La strada che stavo percorrendo, se pur piena di complicazioni (avevo un piccolo atelier), si presentava molto promettente.
Trovai positive collaborazioni soprattutto all’estero, “Paulinò” mi chiamavano e non con il mio cognome.
Ebbi modo di conoscere e di frequentare Direttori di allestimenti scenici con i quali mantenni rapporti di vera amicizia, furono anni veramente intensi e carichi di un grande entusiasmo per quello che il mio timido iniziale “gesto” propose a scenografi e registi italiani ed esteri.
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Nei materiali di presentazione della mostra curata da Simone Azzoni si parla anche di un mestiere “in via di estinzione”: è d’accordo con questa definizione? E, se sì, cosa può fare oggi una persona che volesse accostarsi a questa attività professionale?
Qualche anno fa la percezione di un mestiere in “via di estinzione” si toccava con mano; ora sembra che il fenomeno si stia ridimensionando.
Mi giungono notizie in varie parti d’Italia, Palermo, Roma, Milano, dove stanno sbocciando buoni stage specifici sulla scenografia dipinta, e non solo.
Allievi delle Accademie di Belle Arti si affacciano a corsi ben specifici: pittura, scultura, attrezzeria, sartoria, macchineria scenica.
Tutte figure che poi, con questi corsi veramente mirati e, devo dire, anche con una seria selezione mai contemplata in questi anni, raggiungono veramente ottimi livelli di competenza.
Certamente non si parla di schiere di allievi, ma di poche figure che, con le specificità acquisite e un pizzico di sensibilità artistica, riescono ad essere inserite nel circuito dei vari Teatri d’Opera italiani.
Un allievo che vuole intraprendere un’attività come lo scenografo pittore oggi potrebbe avere molte più possibilità di dieci o quindici anni fa.
Si parla sempre più spesso di un ritorno alla scena dipinta, io resto fiducioso!
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La mostra, a cura di Simone Azzoni, inaugura la 27esima edizione di Sorsi d’Autore, manifestazione organizzata da Fondazione Aida in collaborazione con Regione del Veneto e Istituto Regionale per le Ville Venete.
È aperta venerdì, sabato e domenica dalle ore 9.30 alle ore 13 ed alle ore 14.30 alle ore 18.
Contatti: info@villabadoer.it, 366 3240619.
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