Ascolta, si fa Lega. Quando un quadro diventa partitura

Sul comodino ho un libro che un amico mi ha regalato qualche tempo fa: le lettere e i documenti scambiati tra Arnold Schönberg e Wassily Kandinsky. Due uomini ossessionati dalla stessa domanda — cosa succede nel punto in cui il suono diventa colore, e il colore suono — che si scrivono, si discutono, si riconoscono. È una corrispondenza che non ha risolto niente, il che la rende ancora più interessante.
Da qualche parte in casa ho anche un autoritratto di Silvestro Lega, taroccato da un altro amico: il pittore sfoggia due orecchini importanti e pare più un quarto moschettiere che un macchiaiolo. È un ritratto ironico e irriverente, che dice però qualcosa di preciso — Lega è un pittore che si presta a essere reinterpretato, spostato, rimesso in gioco.
E poi c’è Martino Chieffo, cantautore forlivese trapiantato a Modigliana da qualche anno, che sta per mettere in scena qualcosa di strano e intrigante. Nel bicentenario della nascita di Lega, invece di celebrarlo, lo… rimette al lavoro. Dieci suoi dipinti vengono analizzati digitalmente — ogni pennellata, ogni variazione cromatica, ogni densità di superficie — e tradotti in suono. Il colore diventa frequenza, la luce ampiezza, il tratto ritmo. Ne emerge una partitura, che un ensemble dal vivo — flauto, oboe, violoncello, contrabbasso, theremin ed elettronica — esegue in tempo reale.
Siamo nell’ambito dell’astratto e dello sperimentale, e dunque dell’opinabile. L’arte non è mai stata una scienza esatta, questa volta più di altre. Che una pennellata ocra corrisponda a una nota piuttosto che a un’altra è una scelta di lettura, non una verità — ma è esattamente questo a renderla interessante.
La storia ce la racconta direttamente Chieffo.
Come ti è venuta un’idea così fuori dal box — che poi è anche antica, perché i dibattiti sul rapporto tra suono e immagine vanno avanti da tantissimo tempo?
Il legame tra suono e immagine è antico come l’uomo. La modalità più semplice, e forse più umana, è sedersi davanti a un quadro, lasciarsi colpire, e poi mettere in musica quello che si è sentito. Don McLean lo ha fatto con Van Gogh. C’è chi fa suonare le lastre delle radiografie. Io volevo qualcosa di più mio: ottenere note che fossero in qualche modo già presenti nel quadro, come se Lega me le stesse dettando. Me lo sono immaginato a fischiettare e canticchiare mentre dipingeva — le sue note intrappolate nelle pennellate, in attesa. Paradossalmente, in tutto questo c’è molta matematica. Ecco perché l’intelligenza artificiale.
C’è qualcosa nel Lega che ti ha suggerito la possibilità di una lettura più contemporanea, oppure il fatto di essere diventato modiglianese ti obbliga a confrontarti — con gli strumenti del musicista — con il genius loci?
In un certo senso ho “copiato” Lega nel metodo. Come lui ha riletto i canoni classici attraverso la macchia, io ho preso i suoi quadri e li ho letti in chiave ibrida. I dipinti della maturità mi attraggono di più — quelli in cui, pur restando legato a una certa fermezza classica, si avvicina a una visione più impressionista, con pennellate più libere e drammatiche, probabilmente anche a causa della malattia agli occhi. Dedicare questo progetto a Lega non è stato un atto dovuto — è un modo di restituire qualcosa alla comunità che mi ha accolto. Tre mesi di lavoro, pensato e realizzato appositamente per lui e sulle sue opere.
Ci saranno anche parole cantate, o soltanto suoni?
Solo suoni — a parte un paio di citazioni altrui in una sonorizzazione iniziale. Ho voluto allontanarmi dalla mia forma di espressione quotidiana, che è cantautorale, per evitare il rischio di cadere nel didascalico. Gli strumenti classici dialogheranno con il theremin — una macchina in cui è il corpo dell’esecutore a guidare il suono nello spazio.
Ci sono autori classici o contemporanei che hai preso come guida?
Avevo in mente Ólafur Arnalds, il danese delle ripetizioni e dei loop. Ma il processo è stato diverso per ogni quadro — talvolta Spazzoli ha composto su armonie che ho tratto dai suoni grezzi del dipinto, talvolta ha lavorato direttamente sul materiale estratto, spesso un mix dei due. Io ho portato una visione folk/pop, lui l’esperienza del compositore contemporaneo. In un paio di casi mi sono assunto da solo la responsabilità dell’esito — e ne è nato anche un pezzo elettro funk.
Hai usato l’intelligenza artificiale per leggere le opere. In che misura può impattare il mestiere dell’artista — spersonalizzare il processo, o arricchirlo?
Alla macchina il lavoro della macchina, all’uomo la creatività — in toto. L’AI ha fatto solo calcolo e analisi: costruire un sistema che estrapolasse spettrogrammi, file midi e note ricorrenti dai quadri, associando parametri visivi come luminosità e saturazione a parametri sonori. Script che non avrei saputo scrivere da solo. Ma lì si è fermato il suo ruolo. Come un sintetizzatore: non ne conosco i meccanismi interni, ma lo uso per suonare. Se invece parliamo di AI che genera musica — allora non parliamo più di musica. Parliamo di suoni.
L’intelligenza artificiale è la chitarra acustica di questa generazione?
Spero proprio di no. E sconsiglio vivamente di usarla come scorciatoia per fare musica. Chi vuole fare musica deve avere le dita che fanno male per via delle corde di metallo — non indolenzite perché ha tenuto premuto il tasto di una chat.
Questo progetto è un one-off, o può evolversi?
Per ora si chiude con la performance live. Ma il meccanismo c’è e può essere riproposto per altri artisti. Mi piacerebbe lavorare su Van Gogh — davanti alle sue pennellate dal vero, allo spessore materico dei suoi quadri, sono rimasto sempre senza parole. Commosso.
Risonanze: suite di tele sonore — Ascoltando Silvestro Lega nell’ambito di “L’anno di Lega” per il bicentario della nascita del pittore
17 maggio 2026, ore 21 — Teatro dei Sozofili, Piazzale Berlinguer, Modigliana. Ingresso libero.

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