Con Marco Martinelli, co-fondatore del Teatro delle Albe di Ravenna e co-iniziatore della non-scuola, ci eravam persi, una decina di anni fa.
Un’incomprensione a proposito del loro Inferno: capita.
Ci siam ritrovati, ieri sera, tra i fasti del Teatro Alighieri di Ravenna e del Ravenna Festival, per la sua Antigone rimessa in vita da e con oltre cento adolescenti di Pompei, Torre del Greco, Castellamare di Stabia e Torre Annunziata.
Ne scrivo subito, prima di rimettermi al daffare, per dar parole alla felice inquietudine che questo incontro ha generato.
Per un senso di urgenza di stare nel qui e ora che quest’opera ha riattivato.
E per farla durare, per tenerla ancora un po’ con me.
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Tanto si potrebbe dire, è stato detto e si dirà sull’attitudine maieutica di Martinelli nel lavorare coi molti.
I miei due centesimi, per quel che valgono, li voglio usare per nominare un segno che, fra i molti, mi pare sintetico di un modo di intendere l’arte e la relazione tra individui a suo modo -uso questa parola non senza tremore – rivoluzionario.
Le tre figure principali –Antigone, Polinice e Creonte– sono interpretate a turno da diverse persone adolescenti.
Nel caso di Polinice, in particolare, il cambio viene fatto a vista, con un abbraccio.
È un segno zeppo di sentimento ma senza alcun sentimentalismo: concreta, linguistica possibilità di atomizzare e moltiplicare l’individualità in un noi.
In un tempo, il nostro, azzoppato da solitudini e gare a primeggiare quanto può esser forte, per chi fa e chi guarda, l’istituzione di una temporanea possibilità altra di esser società con altri umani!
Basterebbe l’inizio, di questa Antigone, con la corsa e la danza saltellante e selvatica del primo Polinice ferito da colpi di tamburo e poi morente in proscenio, con la maestosa entrata in controluce di decine e decine di ragazze in prima fila, magliette nere e pantaloni, basterebbe la lingua antica e misteriosa del loro dire in sincrono, le dite schioccate piano, ma tante, e insieme, a far tuono, basterebbero le loro facce diversissime, il loro guardar dritto e fiero, a ricordarci che il poco di ogni persona messo insieme e in forma di linguaggio può risplendere, può gridare.
E gridano, a tratti, anche la prima Antigone e poi la seconda -straordinaria- in serrato dialogo col coro, tra lingua italiana e napoletana, tra dover e voler essere: qui e ora, qui e allora.
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Ecco un modo, mi son detto, di render vive e scalcianti parole scritte molti secoli fa.
Per queste ragazze e questi ragazzi, innanzitutto: non so se questa Antigone sia un’opera d’arte, quel che mi interessa almeno nominare, ora, è l’opera che quest’opera fa, in primis in chi la fa (e poi in chi guarda, se ha cuore abbastanza).
L’ho scritto poche righe fa e lo riscrivo: istituire una concreta possibilità altra di stare tra umani.
Sono Antigone per un po’ e poi ritorno coro: forme diverse di pulsare insieme, senza classifiche. Quale elementare e al contempo vertiginosa capriola!
È questo, forse, a far bagnare gli occhi a di più di una persona, sui molti applausi finali.
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Cosa rimane, mi sono chiesto uscendo dal teatro, di questo praticare il noi attraverso un’arte così impermanente e antica?
Questo mondo può esser davvero salvato dalle ragazzine, dai ragazzini (e a proposito di Elsa Morante, quanta commovente selvatichezza dell’Antigone della sua Serata a Colono c’è, in queste appena incontrate!), o siam già troppo rovinati?
Tra rivoluzione e macerie cosa si portano a casa, penso ora, queste cento e più persone che ora, immagino, staran tornando a casa?
L’esserci state, forse.
L’esserci state, nonostante tutto.
A praticare con follia e rigore l’Io è un altro, come direbbe il poeta.
Poi il mondo va da un’altra parte, eppure.
Quella volta è successo, forse si diranno.
Poi, a un certo punto, finisce: ma io c’ero.
E tutto questo è già più di tanto.
E per tutto questo, e tanto, ringraziare.
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