Ho dormito poco, questa notte.
Ieri sera, a Carpi, ho visto Per sempre, monologo popolato di e con Alessandro Bandini.
Ne avevo sentito parlare, e un gran bene, nei mesi scorsi.
Poi Bandini mi ha invitato, e sono andato.
Lascio ad altre persone, che hanno visto e vedranno questa veemente, dolente, vitalissima creazione lo scriverne in maniera opportunamente analitica.
Io, per una volta, mi prendo la libertà di dire io.
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IO DESIDERANTE
È un io narrante, desiderante, rimuginante, versificante, quello a cui Bandini dà carne e voce.
Un testo costruito in due anni e più di studio in guanti bianchi di una enorme quantità di lettere scritte a mano che, tra il 1959 e il 1962, Giovanni Testori e l’amato/amante Alain Toubas si sono scambiati.
Un carteggio amoroso ed erotico, a dichiarare mancanze e slanci, pulsioni e ossessioni, che Bandini traduce in un flusso (di coscienza, si sarebbe detto qualche tempo fa), che proprio del tempo fa materia da modellare: da allungare, appallottolare, dividere in pezzettini da muovere di qua e di là.
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FRAMMENTI AMOROSI
I frammenti amorosi (Roland Barthes docet) vanno avanti e indietro nel tempo, senza posa, come uno schermo alle spalle dello statuario interprete ci spiega, nell’esattezza archivistica della sequenza di date e moltiplicazioni.
Si scivola dal voi al tu e dal tu al voi, in questo monologare febbrile e infatuato di Testori, che Bandini ha scelto di lasciare come unica voce, elidendo la controparte e, dunque, consegnando a noi spettatrici e spettatori il compito di completare la Figura.
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CASCATE E LAGHETTI
Per sempre è un unicum stracolmo di micro e macro variazioni di tono e intensità e volume: un fiume con anse e rapide e gorghi e cascate (molte) e laghetti (pochi).
È un posto dove si sta bene, e dove si sta male, che lascia ammirati e inquieti.
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FARSI SPAZIO
Ha il grande dono di terminare con una buona domanda, questo spettacolo.
Non la rivelo, lascio a chi vedrà il lavoro questa sera a Ferrara o prossimamente in giro per l’Italia e non solo, tra Inequilibrio Festival e Milano e Torino e e e, la possibilità di accoglierlo, questo salvifico interpellare.
Ma che gran dono, mi dico ora, sollecitare senza prediche.
Schiudere porte.
Fare e farsi spazio: dunque, etimologicamente, teatro.
E condividere il frutto mobile e al contempo esattissimo di un lavorio febbrile, lungo, fuori dal tempo, per come va il mondo.
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VERTIGINI
Il titolo che ho dato a queste note, La materia del tempo, rimandano a The matter of time, vertiginosa installazione di Richard Serra composta da monumentali, sbilenche lastre di metallo giustapposte, a creare stretti corridoi in mezzo ai quali si è invitati a passare, in un’esperienza in cui il tempo – per l’inquietudine che l’esperienza genera – pare dilatarsi e allungarsi, appallottolarsi e dividersi in pezzettini da muovere di qua e di là. Si sta con il timore che da un momento all’altro quella maestosa cattedrale di lastre arrugginite ti possa crollare addosso: poi non succede, ma la paura c’è.
The matter of time: il tempo è materia, e al contempo è un problema. Meglio: una questione.
Una domanda, dunque.
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FITTIZIO E VERISSIMO
Eccomi, dunque, a quel che mi ha fatto dormire pochissimo, questa notte.
Come si fa a dar vivezza, dunque a rendere esperienza condivisibile e condivisa, a una creazione che ha un oggetto apparentemente affatto privato?
Per far accadere, almeno per il tempo fittizio e al contempo verissimo della scena, quel Per sempre bastano tecnica e passione?
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UN TRICKSTER DISCIPLINATO
Bandini è molto bello e molto sfrontato. Un trickster disciplinato. Stracolmo di disciplina e di fuoco.
L’arte, si sa, è questione di linguaggio: dunque di regole, dunque di limiti.
Bandini ha avuto l’intuizione felice, in questa auto-regia, di costringersi in piedi, piantato a centro scena, in un duello tra questi 70 e forse più minuti di parole infuocate (di cui 13 minuti di eruzione de I trionfi, raccolta testoriana del 1965) e l’immobilità sì ferocemente auto-imposta.
Questo ci consegna: una danza fremente.
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GIOIA, LACERAZIONE ED EBBREZZA
Penso ora che nella sfaccettata etimologia della parola danza ci sono la tensione dei corpi ma anche la gioia. E mi torna in mente uno dei molti frammenti delle lettere di Giovanni Testori che vorrei poter rileggere e rileggere e rileggere, per loro tagliente esattezza e nutriente fulgore.
Cito a memoria: «Perché la nostra vita è e sarà un immenso grido di gioia, lacerazione ed ebbrezza».
Anche questo spettacolo, a suo modo, lo è.
Dire grazie, almeno.
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