Dopo una lunga serie di residenze internazionali e importanti riconoscimenti e sostegni, anteprime domenica 14 giugno a Perugia nell’ambito dell’Umbria Danza Festival e venerdì 19 giugno a Soverato (CZ), parte del programma di IRA Festival, poi première a Santarcangelo Festival mercoledì 8 e giovedì 9 luglio per BODY SWEATS (for Elsa), nuova creazione della danzatrice e coreografa emiliana Giorgia Lolli, parte di Nexus Factory.
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Lo spettacolo è dedicato alla Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven (1874-1927), poetessa e artista d’avanguardia, apripista del movimento Dada. Qual è stato il primo incontro con lei — un testo, una fotografia, una poesia — e cosa ti ha immediatamente colpita?
Il mio primo incontro con la Baronessa è avvenuto per mezzo di una fotografia, ed è stato amore a prima vista. Stavo studiando assieme a Piero (Ramella, dramaturg) il lavoro delle artiste Dadaiste di inizio Novecento quando ci siamo imbattut* in una foto della Baronessa von Freytag-Loringhoven scattata nel 1922 a New York. L’immagine la ritrae in un porticato al sole, coperta da quella che pare un’accozzaglia di veli e gioielli. È la postura quella che maggiormente mi colpisce, però: nella foto la Baronessa sta su una gamba sola, in quella che ha tutta l’apparenza di una condizione di equilibrio precario; l’altra rimane sospesa a novanta gradi, col collo del piede esposto come accennando un leggiadro passo di danza; e poi, a coronare il tutto, un’esplosione di ciondoli e piume. L’immagine mi ricorda allo stesso tempo una sensuale odalisca danzante, una bambina che gioca con gli abiti della mamma ed una vecchia ubriaca. Goffa ed aristocratica, ironica e disperata, comunque una sorta di elegante (e coreografatissimo) casino: mi ci sono immediatamente riconosciuta.
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Come ha cambiato il tuo modo di concepire la danza l’incontro con Elsa? Ti ha spinta a pensare il corpo scenico in modo diverso rispetto ai tuoi lavori precedenti? Ci racconti una grande difficoltà e una nutriente sorpresa che Elsa von Freytag-Loringhoven ha portato nel tuo percorso?
Ho scoperto che possiamo essere molto più di quanto sarebbe ragionevole immaginare, specialmente se circondate dalle persone che amiamo. La Baronessa – geniale, cleptomane, nevrastenica, affamata – ha vissuto quel tipo di vita, tesa verso la manifestazione di cose che possono esistere, solo che nessuno ancora lo sa. In questo percorso ho scoperto che, anche senza saperlo fare, si possono recitare poesie, scrivere ricette, comporre canzoni, andare sullo skateboard, danzare danze rubate, scrivere lettere d’invettiva.
Legittimarmi a fare cose che non so fare non è stato affatto facile: per indole io preferirei fare solo quello che so già di saper fare (digressione: sarà il souvenir di un’infanzia passata alla sbarra?). Il fallimento ha una qualità poetica che ho cercato di includere nel lavoro, senz’altro, ma non tutti i fallimenti sono interessanti e quasi tutti i fallimenti fanno male. Nonostante il tono generale possa risultare leggero, il lavoro è anche un’ode alla forza ed alla fragilità delle vite esposte di chi è, o si sente, costantemente fuori luogo.
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Nella presentazione dello spettacolo scrivi: “Cent’anni dopo, dedicarle una spaccata”. C’è dentro qualcosa di ironico e affettuoso. Che rapporto hai cercato con la distanza temporale che vi separa? Come si costruisce un dialogo coreografico con un’artista di un’altra epoca senza trasformarla in icona museale?
La maniera più intuitiva di confrontarmi con le grandi maestre del passato è quella di trattarle come degli affetti – qualcuno con cui possiamo ridere delle nostre debolezze e goffaggini. Lo scarto dato dalla distanza temporale è proprio quello che permette all’immaginazione di intervenire e trasformare quella che sarebbe una “icona museale” in una figura viva, complessa ed in continua evoluzione. Per questo sento che non solo noi possiamo farci influenzare da lei, ma che pure lei potrebbe farsi influenzare da noi. Si tratta anche di una presa di posizione sull’eredità del passato, sulla morte e la non-linearità del tempo.
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BODY SWEATS (for Elsa) si presenta come un collage eterogeneo di danza, performance lecture, lettura di poesie, sessioni di allenamento. Quanto il dadaismo è stato per te un riferimento linguistico concreto e quanto invece un’attitudine, un modo di sabotare la consueta forma spettacolare?
Il dadaismo mi ha influenzata sia come riferimento linguistico-metodologico, sia come postura. Nello spettacolo recitiamo integralmente alcuni dei testi poetici delle Baronessa – frammisti a testi composti da noi – e la drammaturgia segue spesso associazioni (automatiche? ingiustificate?) che invitano a creare nuovi percorsi di senso. Assemblaggi di questo tipo oggi risuonano fortemente con il modo in cui veniamo espost* dagli algoritmi a immagini, suoni, testi frammentari ed associati in maniera spesso soggettivamente imperscrutabile. È vero però che il dadaismo costituisce per me anche una fonte di ispirazione in senso più lato: un invito a sabotare ciò che è istituito per lasciare spazio a nuovi modi. Un promemoria del fatto che le scelte nella vita possono anche venire fatte – con più gioia – al suono stonato di un impenitente grido di libertà.
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Qui il sudore sembra diventare una materia drammaturgica: non soltanto traccia fisica della fatica, ma dispositivo poetico e politico. Come è nato questo immaginario corporeo e quale relazione cercavi tra piacere, esaurimento e danza?
Body Sweats è il titolo di una poesia, e anche del corpus poetico di Elsa, pubblicato nel 2016 da Irene Gammel. Il sudore rimanda senz’altro alla fatica di lavorare e di vivere, e in tale associazione c’è una prospettiva “operaia” del fare artistico in cui senz’altro mi riconosco. Cionondimeno, i liquidi dei corpi non sono soltanto metafora del residuo lasciato dallo sforzo, ma anche manifestazione materica del piacere erotico: il sudore è la celebrazione del desiderio di vivere. Trovo che la danza offra una via d’ingresso perfetta per abitare questa tensione poetica. Oltre che poetessa e artista visiva, bisogna ricordare che Elsa fu anche un’apripista della performance art: il suo corpo lo mise sempre in prima linea. Visto da questa prospettiva, l’immaginario contemporaneo del fitness manifesta ambigui scenari: da un lato, autobiograficamente, rimanda a quel dolceamaro – ma anche a suo modo romantico – lavoro del corpo che il mestiere della danzatrice richiede; dall’altro, dagli anni ‘80 ad oggi, costituisce un simbolo dell’ultramodernità, del sistema capitalista che impone ai corpi modelli irraggiungibili per forzarli a considerarsi sempre inadeguati.
In questo senso, fare insieme alle mie amiche un’acquagym senz’acqua sotto il nume tutelare della Baronessa significa per me abitare queste ambiguità e trasformale di segno, meditare sul rapporto tra competenza e spettacolarità: una celebrazione dello stare insieme, nei nostri impensabili talenti e nelle nostre commoventi inadeguatezze. Nelle nostre “bellezze sbilenche” (citazione che mi accompagna dal 2020 e per cui ringrazio Michele Di Stefano, tutor durante la residenza Anghiari Dance Hub).
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Il lavoro sembra muoversi continuamente tra dimensione collettiva e autobiografica: lettere tra amiche e amanti, allenamenti condivisi, pratiche comuni. Secondo quali principi hai accolto o escluso e poi dato forma al contributo delle danzatrici Vittoria Caneva, Elena Grappi e Maria Chiara Vitti, nella costruzione del pezzo?
L’amicizia e il dialogo artistico che ho cercato di stabilire con Elsa è il riflesso anche del mio rapporto con Vittoria, Elena e Maria Chiara, che sono allo stesso tempo amiche ed artiste che mi ispirano e ammiro. Il loro non è semplicemente un contributo alla creazione: è il lavoro stesso. In loro, in noi, c’è sia la metodologia sia il contenuto di quello che sto cercando di fare. La Baronessa era una di noi, ciascuna di noi, e noi tutte allo stesso tempo. Il mio ruolo di coreografa è strettamente legato alla creazione di un paesaggio in cui queste creature meravigliose possano dialogare tra di loro, e questo può passare per la condivisione di un affetto attorno al quale incontrarci. E in generale in questo lavoro ho cercato davvero di non escludere niente di quello che mi è stato proposto!
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Da alcuni anni lavori tra Italia e Finlandia, attraversando contesti molto differenti anche dal punto di vista culturale e produttivo. In che modo questa mobilità ha influenzato la tua scrittura coreografica e il modo di pensare la relazione tra corpo di chi danza e corpo di chi guarda?
Personalmente mi sento sempre fuori luogo nella vita, sia in Italia che in Finlandia. Questo ha un peso, ma penso mi offra anche delle possibilità inaspettate. Trasferirmi ad Helsinki nel 2023 mi ha esposto ad un contesto in cui gli spazi per la danza ed il tipo di performatività sono molto diversi da quelli italiani. Le prospettive estetiche e produttive della Finlandia mi hanno anche incoraggiata a liberarmi progressivamente dall’orizzonte di scarsità materiale che, salvo rare eccezioni, è praticamente intrinseco nel contesto italiano. Pur trattandosi di uno spettacolo “leggero” da un punto di vista della tecnica, si tratta comunque di un quartetto – una sfida, dal punto di vista produttivo, per una giovane coreografa in Italia -, e sin dai primi passi abbiamo investito notevolmente nel lavoro sui costumi, di Eva-Liis Lidenburg, e sulla musica, di Sebastian Kurtén: entramb* conosciuti a Helsinki.
Penso che il mio “spaesamento” si rifletta in maniera molto forte anche nella coreografia e nella drammaturgia del lavoro: la composizione si frammenta e nessun* nel pubblico ha un punto di vista privilegiato sull’azione; ciò che è in primo piano per qualcun* potrebbe essere addirittura invisibile per altr*. Ho cercato di accorciare le distanze e moltiplicare le prospettive, in maniera che ogni persona riconosca la propria esperienza del lavoro come parziale, ma legittima allo stesso tempo.
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Accanto alla tua produzione artistica, insegni Dance Well — pratica di movimento rivolta a persone con Parkinson. C’è un legame tra questa esperienza e il modo in cui in BODY SWEATS (for Elsa) guardi alla vulnerabilità, alla resistenza e alla presenza del corpo?
Dance Well è una pratica di movimento rivolta anche alle persone con Parkinson, ma non solo. Per me si tratta ancora una volta di creare degli spazi in cui prospettive specifiche e molteplici possano coesistere. La presenza dei corpi invita alla manifestazione sia delle loro vulnerabilità, sia della grande forza con cui questi corpi resistono. E quella della Baronessa è una storia di sofferenza, ma anche dignità.
Per me sarebbe un sogno poter far collidere in scena la comunità di Dance Well e la ricerca coreografica di BODY SWEATS (for Elsa)… Chissà quante altre Baronesse si incontrerebbero.
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BODY SWEATS (for Elsa) arriva dopo il riconoscimento di EAT ME e dopo numerose residenze internazionali. Quali domande senti oggi più vive, nel tuo percorso artistico?
È un luogo comune, ma penso che i riconoscimenti lascino il tempo che trovano. Il mio pensiero è sempre: cosa posso fare di più? Cosa posso fare perché più persone si sentano invitate, legittimate, accolte, rappresentate, ispirate negli spazi della danza contemporanea?
È buffo mettere in forma di domanda questi pensieri, ma… posso cambiare la vita di una ragazzina di dieci anni nel pubblico, che sogna di danzare sui grandi palchi? Posso debuttare al Santarcangelo Festival e fare in modo che il mio lavoro ricordi allo stesso tempo lo spettacolo di quella ragazzina, che prepara un balletto in salotto per i suoi genitori?
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