Nel suo fondativo L’invenzione del quotidiano, Michel de Certeau distingue con precisione ciò che chiama «luogo» da ciò che definisce «spazio». Il luogo è un ordine stabile di posizioni; lo spazio nasce invece quando quel luogo viene attraversato, praticato, attivato da corpi, traiettorie, racconti.
Di fronte a Gran Teatro Anatomico la domanda potrebbe sembrare un po’ paradossale, finanche oziosa: questo spettacolo è perfetto per l’Ala monumentale di San Michele in Bosco dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna o è l’Ala monumentale di San Michele in Bosco dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna a essere perfetta per questo spettacolo?
Detto altrimenti: è il Gran Teatro Anatomico di archiviozeta ad aver trovato il proprio spazio esatto oppure è lo spazio a trovare esattamente il proprio racconto, attraverso il Gran Teatro Anatomico di archiviozeta?
È una questione che attraversa tutta la storia dell’ensemble fondato nel 1999 e diretto con veemente visionarietà da Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni: dalle creazioni al Cimitero Militare Germanico della Futa fino alle numerose azioni costruite in luoghi dotati di una forte densità storica, la Compagnia non utilizza mai l’architettura come sfondo.
L’Architettura, al pari della Letteratura (maiuscole non casuali), con loro, agisce: produce discorso. Costringe il corpo e lo sguardo della spettatrice e dello spettatore a una continua riscrittura della propria posizione.
San Michele in Bosco, con i suoi vertiginosi corridoi, le biblioteche antiche, i mille riferimenti anatomici e le monumentali collezioni non è dunque il contenitore dello spettacolo: è il suo sistema nervoso.
L’impressione è che archiviozeta non abbia scelto un luogo in cui mettere in scena un’opera, ma abbia individuato un’opera già inscritta nel luogo stesso, portandola alla luce come un anatomista che separa lentamente i tessuti per mostrare ciò che era sempre stato presente, ancorché non visibile.
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ANATOMIA DELLA MERAVIGLIA
Il percorso costruito da Guidotti e Sangiovanni attraversa Olanda secentesca, Vienna settecentesca e Parigi ottocentesca.
Potrebbe sembrare una successione di episodi storici, in realtà assomiglia molto di più a una genealogia dello sguardo occidentale.
Dietro ogni racconto si intravede infatti la domanda che attraversa la Storia dell’arte, forse da sempre: cosa significa guardare un corpo?
A proposito di arti e corpi: tra la Cueva de las Manos e le sperimentazioni bodyartistiche di Marina Abramović, archiviozeta opta per Andrea Vesalio, il medico fiammingo che nel Cinquecento fondò l’anatomia moderna.
L’intero spettacolo, infatti, sembra costruito attorno a quel passaggio decisivo in cui il corpo smette di essere un simbolo religioso e diventa un territorio da esplorare.
Qui emerge una prima torsione decisiva: i corpi aperti di Vesalio espongono muscoli e nervi mantenendo una sorprendente forza discorsiva.
L’anatomia nasce come rappresentazione, le dissezioni non appartengono mai esclusivamente alla scienza, ma al linguaggio. Alla costruzione dello sguardo. Alla necessità umana di trasformare il corpo in racconto.
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IL CORPO GLORIOSO
La tradizione cristiana definiva “glorioso” il corpo risorto, sottratto alla corruzione e restituito a una forma superiore di esistenza.
Nella scultura barocca questo principio si traduce in una tensione permanente verso l’eccesso: il marmo che sembra carne, la carne che sembra luce, il gesto che supera la misura umana.
Osservando le marziali Figure di archiviozeta si ha spesso questa impressione: il corpo appare qui come un campo di forze.
Il dolore lo plasma.
La memoria lo modella.
La parola lo scolpisce.
Ci troviamo dentro un ospedale, luogo deputato alla riparazione dei corpi. Questo Gran Teatro sembra suggerire che ogni aggiustatura fisica possieda una controparte immaginativa.
Come se la guarigione non riguardasse soltanto il recupero di una funzione, ma anche la possibilità di abitarsi diversamente.
In questo senso il “corpo glorioso” non appartiene soltanto alla tradizione religiosa o artistica: è forse il nome che si può dare a un organismo vivente che, attraversando la ferita, ritrova una nuova forma di presenza a sé e al mondo.
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IL TRIONFO DEL LINGUAGGIO
È evidente, a partire dal titolo, l’altissimo indice di teatralità di questa creazione.
In un’epoca -la nostra- sempre più attratta dall’immediatezza documentaria, archiviozeta sceglie deliberatamente il contrario: il linguaggio.
Ogni ambiente attraversato diventa una macchina allegorica.
Ogni elemento dei ricchi costumi di scena si carica di risonanze simboliche.
Ogni parola sembra generarne continuamente altre.
In tale prospettiva Gran Teatro Anatomico appare barocco: non tanto per una questione stilistica, né meramente musicale, quanto per una specifica concezione del mondo, che non si offre mai come dato immediato, ma che deve essere incessantemente interpretato, tradotto, messo in forma di linguaggio.
Del resto, anche l’anatomia nasce da un atto linguistico prima ancora che scientifico: osservare significa distinguere, nominare, classificare. Non esiste conoscenza del corpo senza una proliferazione di parole, immagini, metafore.
archiviozeta sembra muoversi proprio in questa zona di confine, dove il linguaggio non descrive semplicemente il reale, ma contribuisce a produrlo.
Per questo nello spettacolo nulla appare definitivamente chiuso: ogni racconto apre un’altra storia, ogni immagine genera nuove possibilità di senso, ogni nome rivela l’esistenza di ciò che ancora sfugge alla nominazione.
Come nelle grandi enciclopedie barocche o nelle Wunderkammer, l’accumulo non conduce all’ordine definitivo delle cose, ma alla percezione vertiginosa della loro inesauribile complessità.
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