
La mostra Barocco. Il Gran Teatro delle Idee, in corso fino al 28 giugno ai Musei San Domenico di Forlì, ha un che di straordinariamente attuale.
Non è solo il valore più che storicizzato delle opere esposte o l’ampiezza del percorso espositivo (che copre pittura, scultura, architettura e arti decorative) a renderla tale.
È, piuttosto, la viva impressione, uscendo dalle sale, che il Barocco non sia affatto un capitolo chiuso della Storia.
Spesso lo consideriamo uno stile, un gusto, un’epoca compresa tra Rinascimento e Illuminismo.
La mostra forlivese suggerisce qualcosa d’altro: Barocco come forza viva, tensione che permea lo sguardo e il linguaggio.
Si parte dal Seicento, per giungere a ogni epoca in cui le forme cercano di uscire da sé stesse.
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ELOGIO DELL’IRREGOLARE
Non è un caso che il termine “barocco” nasca come dispregiativo.
Per molto tempo è stato per indicare qualcosa di irregolare, eccentrico, una deviazione dall’ideale classico di bellezza come armonia e misura.
Guardando le opere in mostra, emerge chiaramente la volontà di allontanarsi da ogni pacificazione dello e nello sguardo: i corpi si contorcono, gli spazi sono tagliati dalla luce, le composizioni vibrano.
È come se l’arte secentesca avesse dato forma a qualcosa che la modernità avrebbe scoperto molto più tardi: la realtà non è un ordine concluso ma una continua trasformazione, una inesausta tensione a trascendere e dunque, etimologicamente, a scavalcare fisicamente qualcosa.
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Installation view, BAROCCO. Il Gran Teatro delle Idee, Museo Civico San Domenico, 2026. ph. Emanuele Rambaldi
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LA MERAVIGLIA
Nel Seicento, la parola chiave è “meraviglia”.
Giovan Battista Marino scrive: «È del poeta il fin la meraviglia». Non la verità, non la morale, non l’istruzione. La meraviglia.
Questa prospettiva connota tutta la mostra.
La meraviglia che affiora da queste opere è in primis una tecnologia dello sguardo, un modo per scuotere le abitudini percettive e costringere chi osserva a uscire dalle proprie certezze sul Bello e sull’Arte: esattamente quel che fanno molte opere create dalle Avanguardie storiche in poi, con relative irritazioni delle sensibilità più conservatrici.
Gli studi sulla ricezione ce lo insegnano: ora come allora la resistenza al cambiamento è attitudine ben difficile da superare.
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IL DRAMMA DELLE SOGLIE
Nel 1928, Walter Benjamin individua nel Barocco una relazione peculiare con la crisi, la frammentazione e la rovina.
Legge il Barocco come un universo attraversato dall’instabilità, in un mondo in cui nulla è definitivamente compiuto.
Ripensando alla mostra attraverso questa lente, colpisce la quantità di opere che sembrano definire il proprio punctum proprio su una soglia.
Tra luce e oscurità.
Tra materia e spirito.
Tra presenza e assenza.
Tra ordine e disordine.

Installation view, BAROCCO. Il Gran Teatro delle Idee, Museo Civico San Domenico, 2026. ph. Emanuele Rambaldi
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L’ARTE DI SMARGINARE
Forse è qui che si trova il nucleo più vivo della proposta forlivese: Barocco come continua, radicale pratica dello smarginamento.
Smarginano i corpi che eccedono la compostezza classica e, a volte, le leggi della fisica.
Smarginano le architetture che invadono lo spazio circostante.
Smarginano le nuvole, le vesti, le luci, gli sguardi.
Smarginano persino le discipline: pittura, scultura, teatro, musica, architettura tendono costantemente a contaminarsi.
Il Barocco non ama i limiti: li attraversa, li piega, li rende porosi.
Molto prima che il Novecento e poi il secolo attuale elaborassero le poetiche dell’ibridazione e dell’intermedialità, il Seicento aveva già intuito che la forza rivoluzionaria dell’arte spesso affiora nelle zone di passaggio, nei confini quando smettono di essere tali.
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UN PICCOLO CONSIGLIO, PER FINIRE
Per queste ultime tre settimane di apertura, un suggerimento pratico: come è capitato a noi, visitate la mostra il lunedì all’ora di pranzo, se potete.
In quel giorno e orario il flusso dei visitatori decisamente rallenta, l’incontro con le opere riacquista una diversa densità.
Proprio il Barocco, spesso associato all’eccesso, rivela in quei momenti una qualità sottile: la capacità di instaurare un dialogo individuale, intimo, quasi segreto, con chi guarda.
La meraviglia, lo sappiamo, prima di essere spettacolo è un incontro.
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