Quel che resta di Scenica Festival

ph Toto Clemenza

 

Un mese fa tornavo a Vittoria, in Sicilia: un posto più a sud di Tunisi, pare.

Un mese è un tempo minuscolo, per le nostre vite, e al contempo smisurato, quando si parla di arti dal vivo: teatro, danza, musica esistono nella forma paradossale delle cose che accadono nel qui e ora e immediatamente scompaiono, persitendo solamente in qualche eventuale documentazione e nella memoria di chi li ha incontrati, se ne han la forza.

Le arti dal vivo -che prefisco chiamare in tal senso arti del presente– non lasciano oggetti. Non occupano spazio. Non si possono conservare su uno scaffale.

Eppure alcune esperienze durano.

Forse è da qui che è opportuno sguardare la diciottesima edizione di Scenica Festival: dalla domanda su ciò che rimane.

Che cosa resta di dieci giorni attraversati da teatro, musica, circo contemporaneo, teatro di figura, incontri, mostre, laboratori? Cosa continua ad agire nella memoria quando le Compagnie sono partite, le piazze sono tornate piazze e i teatri hanno spento le luci?

La risposta, in questo caso, per quanto mi riguarda, non coincide con uno spettacolo particolare: non è Il Capolavoro, L’Artista, Il Grande Nome (maiuscole non casuali) che sono andato a cercare, là.

Resta una sensazione diffusa, ancorché non del tutto esplicabile: quella di una città che per alcuni giorni ha accettato di diventare un organismo percettivo.

Uno spazio di scambi, nel quale linguaggi diversi hanno convissuto senza cercare il predominio gli uni sugli altri: vertiginoso, ancorché impermanente, esercizio di civiltà.

Resta la molteplicità: non esibita come slogan curatoriale ma praticata come esperienza concreta. Circo e teatro d’oggetti, musica e fotografia, riflessione critica e partecipazione popolare, ricerca artistica e convivialità urbana.

E spettacoli, certo: tanti e diversi. Ma non solo.

In un territorio complesso come quello di Vittoria, attraversato da contraddizioni economiche, sociali e culturali profonde, questa pluralità appare programmaticamente generativa.

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ph Toto Clemenza

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QUESTO FESTIVAL NON È (SOLAMENTE) UN FESTIVAL

La peculiarità di Scenica, azzardo, non riguarda ciò che accade durante i dieci giorni del programma.

Ha a che fare con ciò che succede negli altri trecentocinquantacinque.

Negli ultimi anni molte realtà culturali hanno compreso l’importanza del radicamento territoriale. Poche, però, sono riuscite a trasformarlo in una pratica quotidiana. Santa Briganti sembra appartenere a questa seconda categoria.

Laboratori permanenti, attività con le scuole, percorsi di partecipazione, reti sociali e culturali costruite nel tempo: il festival appare come l’affioramento visibile di un lavorio molto più ampio che continua durante tutto l’anno, anche e soprattutto in penombra, in limine. Un presidio culturale che non arriva sul territorio ma scaturisce dal territorio, lo attraversa e ne viene attraversato.

L’ho percepito chiaramente durante il Laboratorio di sguardo che sono stato invitato a guidare con un piccolo ma appassionato gruppo di spettatrici e spettatori.

Molte delle persone partecipanti provenivano dalle attività formative che Santa Briganti conduce stabilmente durante l’anno. Non si trattava di un pubblico occasionale. Erano persone che avevano già sviluppato una familiarità con i linguaggi della scena contemporanea, una disponibilità all’ascolto, una curiosità attiva.

Qui il pubblico non viene semplicemente invitato a questo o quell’appuntamento: viene coltivato.

E forse il risultato più importante di Scenica non è la programmazione di alcune decine di artiste e artisti internazionali con lavori più o meno interessanti, ma la costruzione minuziosa e paziente delle condizioni affinché quelle soggettività portatrici d’arte e linguaggio possano essere realmente incontrate.

 

QUELLI CHE NON VOGLIONO STARE QUI

Tra le immagini che continuano a riaffiorare nella memoria c’è la mostra fotografica Shakespeare’s Buddies. Quelli che non vogliono stare qui.

Non tanto per la qualità documentaria delle fotografie, piuttosto per la loro capacità di restituire la possibilità di incontrare un’età della vita.

I ragazzi e le ragazze nelle immagini sembrano continuamente in bilico.

Nel video-documento proposto in loop, sulle note de Gli uccelli di Franco Battiato attraversano un campetto.

Corrono. Saltano. Giocano.

Come se il mondo fosse ancora interamente da inventare.

Ci sono labbra screpolate, denti storti, acne.

Quella fragilità ostinata dell’adolescenza che tenta di prendere posto nel mondo senza sapere ancora quale sarà il proprio posto.

Il progetto nasce attorno ai cosiddetti “personaggi secondari”, a chi resta ai margini.

Ci son tornato due volte, per mettere meglio a fuoco l’impressione che proprio quei margini siano il centro.

Che l’arte, ancora una volta, serva a spostare il nostro sguardo.

 

L’ATTENZIONE CHIAMA ATTENZIONE

Poi c’è il mercato.

Sabato mattina.

La Rusty Brass attraversa le bancarelle.

Ed è lì che accade uno dei piccoli miracoli che soltanto l’Arte, quando è tale, riesce a produrre.

Non l’intrattenimento.

Non l’animazione.

Qualcosa di più sottile.

L’attenzione che genera attenzione.

I musicisti avanzano tra voci, cassette di frutta, richiami dei commercianti in una lingua che raspa e fa capriole, colori accesi, odori di pesce. Non impongono una presenza. La propongono, con veemente delicatezza: “Seguiteci! Se volete”.

E allora succede che un anziano commerciante con la faccia stracolma di rughe improvvisi un rap in dialetto. Che qualcuno inizi a ballare. Che le persone si fermino. Che i musicisti, alla fine, ringrazino chi ha danzato con loro.

Le facce si aprono.

La città smette per un momento di essere semplice scenario: diventa coautrice.

La musica della Rusty Brass è dispositivo relazionale.

È l’opera dell’arte: chapeau.

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ph Toto Clemenza

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QUESTO NON È UN AMORE

Tra le proposte teatrali, Questo non è un amore si presenta con una qualità oggi sempre più rara: la delicata esattezza del pensiero.

Il riferimento a Magritte è dichiarato già dal titolo.

Questa non è una pipa.

Questo non è un amore.

Ciò che resta, qui, non è tanto la citazione, quanto il dubbio che la citazione produce.

Che cosa stiamo guardando?

Un elenco? Un ricordo? Una migrazione? Una storia sentimentale? Un’illusione? Un esercizio di linguaggio?

Attraverso il teatro d’oggetti, pipe e frammenti narrativi si compongono e si scompongono continuamente.

Lo spettacolo sembra suggerire che ogni definizione sia insufficiente, che le persone e le storie eccedano sempre le parole che utilizziamo per nominarle o raccontarle.

C’è qualcosa di delicato, programmaticamente ingenuo e insieme profondamente colto in questo continuo slittamento del significato.

Come se la scena ci invitasse a restare nell’incertezza, anziché uscirne.

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IN ATTESA DI CADERE NEL MONDO

Anche Hang Up lavora sul tempo sospeso.

I due personaggi sembrano abitare una variante clownesca e metafisica di Aspettando Godot.

Lei è rapida, luminosa, intermittente.

Lui procede per lente derive malinconiche.

Lei ride.

Lui riflette.

Lei abita il ritmo puntato.

Lui il tempo lungo.

Nel loro dialogare emerge un gusto dadaista per il nonsense che non è mai puro gioco. È piuttosto una forma di filosofia praticata attraverso il corpo e la sua collocazione / dispersione nel mondo.

Si sorride spesso. E si esce con una lieve malinconia addosso.

Come accade nell’Arte, quando è tale: contiene mondo e, linguisticamente, lo consegna senza ridurne l’enigma.

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ph Toto Clemenza

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LA MOLTEPLICITÀ COME SCELTA POLITICA

Forse è qui che Scenica trova il proprio senso più linguistico (dunque artistico) che sociale: ogni proposta modifica il modo in cui guardiamo quella successiva.

La fotografia continua dentro il teatro.

La musica risuona dentro uno spettacolo.

Un laboratorio modifica lo sguardo con cui entreremo in sala.

Una danza lascia una traccia percettiva che ritroveremo altrove.

Scenica sembra lavorare precisamente in questa direzione: costruisce passaggi, transizioni, attraversamenti.

Ci dice che non esiste un solo modo di abitare un territorio. Esistono persone diverse che possono incontrarsi temporaneamente attorno a forme differenti di esperienza. Forse questa capacità di mettere in relazione differenze senza annullarle rappresenta oggi uno dei compiti più stringenti di chi crea o propone dispositivi culturali.

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CIÒ CHE RESTA

Un mese dopo, con un tempo in mezzo zeppo di tutt’altro, rimane una costellazione di figure.

Le ragazze e i ragazzi che corrono nel campetto.

Il commerciante che rappa tra le bancarelle. Il suo sorriso. Il suo sentirsi immediatamente parte.

Una pipa che non è una pipa.

Due clown che aspettano una nuova vita.

Le persone del Laboratorio di sguardo che con cura si interrogano sul gesto elementare ed essenziale del guardare, del nominare e, così, far esistere il reale.

Soprattutto, rimane la consapevolezza che esista, a Vittoria, una comunità che da anni continua ostinatamente a immaginare e restare: due verbi che, credo, richiedano molta visionaria tenacia, in un posto come quello.

Forse è questa l’opera più preziosa di Scenica Festival.

Ricordarci che la cultura non è organizzare un evento.

È una durata: un tempo lungo, con cui fare un canto.

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