Colpi di Scena 2026: tra labirinti, mondi e prigioni

Il mondo dei Quasi. Ph. Valeria Civardi

Si è conclusa da poco Colpi di Scena, vetrina biennale di Teatro per Ragazzi e Giovani, organizzata da Accademia Perduta.

In mezzo al caldo feroce e quotidiano di questi tempi, anche troppo luminosi, si sono aperti piccoli altrove oscuri, visioni, spiragli di mondi che portano lontano, col gesto, la parola, l’immagine e con tutto ciò che non si vede e che fa, del teatro, teatro, per l’appunto.

Nessun filo diretto lega gli spettacoli che ho visto. A confermare una volontà di ricerca ed esplorazione, che vuole percorrere direzioni e linguaggi multipli e differenti. Unico tratto ricorrente, la presenza di temi attuali, vivi, brucianti, a guidare scelte e operare stravolgimenti.

Il primo stravolgimento è quello del Minotauro, in Contro il sole. Il mito di Dedalo e Icaro.
Lo spettacolo vede collaborare la compagnia Teatro Gioco Vita, con i suoi collaudati meccanismi scenografici e le tecniche d’ombra, e il regista e drammaturgo Emanuele Aldrovandi.

Viene narrata l’antica storia della nascita del figlio di Re Minosse, il Minotauro, della conseguente costruzione del labirinto da parte di Dedalo e del rapporto di costui con il figlio Icaro, che lo affianca nella realizzazione del labirinto e che ne condivide le sorti.

ph. Mirella Verile

In scena un solo attore, Andrea Coppone, che fa da presenza, forte e sonora, e da centro, in uno spettacolo di ombre e di periferie. Le ombre, realizzate con tecniche di proiezione da retro e da fronte, ossia con le sagome dei personaggi in vista, definiscono continuamente dei davanti e dei dietro, degli alti e dei bassi, in un continuo intorno da cui sembra impossibile fuggire (se non, forse, attraversando la quarta parete, sulla quale, però, incombe l’ombra oscura della platea).

Viene a definirsi così un ambiente di margini, che non sono muri, ma strade, scale, vie, soglie. Ricorda l’opera Relatività di Maurits Cornelis Escher.

Ma perché parlo di stravolgimento?

L’oscuro archetipo del Minotauro viene riscritto. Non è il cattivo della storia, ma un ragazzo semplice, buono come il pane. Il vero mostro è il padre, Minosse, che lo nasconde nel labirinto, salvo poi andarlo a cercare per usarlo come arma e deterrente contro gli ateniesi.

In letteratura ci sono già state rivisitazioni di questo personaggio. Friedrich Dürrenmatt, nel suo racconto Il minotauro, lo descrive, non come un mostro, ma come una creatura sola, esiliata, in fuga. Jorge Luis Borges, invece, lo raffigura, nel racconto La casa di Asterione, come un bambino, che sogna di poter giocare con qualcuno, con un altro sé stesso.

Emanuele Aldrovandi sembra riprendere quest’ultima immagine e ci racconta di un Minotauro dolce e sensibile, che ama giocare e che trova in Dedalo, della stessa età, un amico sincero.
Questo è lo stravolgimento.
Ma qual è lo scopo?

Mettere a confronto il rapporto autentico tra i due ragazzi, amici nonostante le differenze (apparenti), con il duplice rapporto padre-figlio: quello di Minosse con il Minotauro e di Dedalo con Icaro.

Il discorso delle relazioni tra i padri e i figli è il nucleo principale dello spettacolo, che vuole descrivere alcuni, frequenti, comportamenti dei genitori, troppo attenti al giudizio del mondo e poco in ascolto della voce dei figli.

Minosse sente di essere il migliore di tutti e non può tollerare che suo figlio sia un mostro. Non lo guarda neanche e lo nasconde. Poi gli chiede di diventare un assassino, uccidendo i fanciulli ateniesti giunti in sacrificio. Il Minotauro è pronto a compiere questo gesto, pur di avere l’approvazione del padre.

Dedalo sa che il mondo non perdona chi è inoperoso. Il suo mantra è: “se non sei bravo, nessuno si ricorderà mai di te”. Proietta questa ansia sul figlio Icaro, il quale, invece, in modo molto maturo, semplicemente se ne frega.

 

ph. Mirella Verile

 

Come in Dürrenmatt, come in Borges, compaiono ansie moderne e sensibilità nuove, ma anche queste nuove diramazioni di racconto cercano un lieto fine, diversamente dai due esempi letterari citati. Nello spettacolo viene accennata una possibile fuga del minotauro, che lascia un velo di speranza sulla lotta quotidiana per la conquista della propria libertà.

Mi chiedo se il finale sarebbe stato diverso, in uno spettacolo concepito, non per i ragazzi, ma per un pubblico adulto e mi interrogo, senza darmi risposta, sulla distinzione di generi che continuiamo ad operare, che forse, talvolta, tarpa le ali alle storie e impedisce loro di prendere davvero il volo.

Un secondo spettacolo parla di un mondo prigione e di una fuga, in un certo senso.
Lo spettacolo in questione è Giraffe di CranpiFondazione TRG, con la drammaturgia e regia di Federica Migliotti, che vede in scena Grazia Capraro, nei panni di Anne Innis Dagg.

Per citare don Abbondio: chi era costei?

Tutt’altro che sconosciuta, la canadese Anne Innis Dagg è stata un’importante zoologa, una delle prime in un mondo scientifico ancora dominato dalla figura maschile, ed è stata una pioniera nello studio delle giraffe.

Lo spettacolo comincia in un altro mondo, di colori, luci e ombre. Un cielo stellato (un po’ alla Van Gogh) è proiettato su un fondale di carta, di cui si percepisce la matericità effimera. Appare la silhouette di una donna, che dà vita, con mani e braccia, all’ombra di una giraffa al galoppo. Se ne sente il ritmo, il respiro, il mistero. “La memoria è un diario” viene detto, ma appare fin da subito che è un diario emotivo, intimo, profondo.

Dopo questo incipit però, le luci si accendono, il ritmo cambia e la proiezione, da pittorica diventa fotografica. Sul telo di proiezione compaiono scritti autografi, mappe, immagini, video di repertorio, che di volta in volta illustrano il contesto storico e geografico. Dall’evocativo si passa al descrittivo, dal diario alla cronistoria.

La narrazione delle vicende di Anne Innis Dagg, si svolge in modo lineare, dall’infanzia, quando nacque in lei la passione per le giraffe, fino al suo primo viaggio in Africa, coronamento di un sogno.
La narrazione ha la forma del monologo in terza persona, narrato dalla stessa Anne Innis Dagg, mentre rivive i momenti della sua vita. Uniche incursioni di voci “altre”, in voice over, sono i giudizi e le critiche che il mondo riserva ad Anne, accusata di essere troppo indipendente, ambiziosa, e di non accontentarsi della vita domestica che la società degli anni ’50 riservava alle donne.

Anche in questo caso abbiamo tematiche care al presente: la rivendicazione di una parità di genere e la difesa dei propri sogni. Giustizia sociale e personale, mi viene da sintetizzare.

Lo spettacolo termina come è iniziato, con la stessa cornice, ma senza rispondere a tutti gli interrogativi introdotti nella narrazione.
Anne si è sposata? È tornata a casa? È riuscita a pubblicare un suo studio scientifico?
Non lo sappiamo.
Davanti a un cielo stellato, infinito e grande, sembra che l’unica cosa importante, tirando le fila della vita, sia l’aver risposto alle proprie, personali, istanze e non al mondo, con le sue domande.

Abbiamo visto due rappresentazioni di mondi soffocanti e giudicanti.
Ma ce ne sono ancora, di queste prigioni e labirinti.

C’è quello di Notturna, di Nadia Milani, dove il mondo è il paese, in cui si parla, si teme, si mette alla berlina tutto ciò che è diverso, a cominciare da una “vecchia”, che viene bollata come strega e tenuta lontana, libera di uscire solo di notte, quando nessuno la può vedere.

A partire da lei, vengono allontanate dal paese tutta una serie di creature della notte (gatti, volatili, bestie feroci…) evocate con dettagli metonimici (la coda per il gatto), o addirittura totalmente invisibili grazie alla magia della tecnica del teatro su nero. Questi animali si trasferiscono a casa della vecchia, generando un effetto parossistico di accumulazione, fino al punto di rottura.

ph. Alessandro Villa

Se la vecchia è la verità nascosta, che si trova nell’oscurità, invisibile, ma preziosa, il tema che viene lanciato è quello di andarsela a cercare, questa verità, ignorando gli sterotipi e aprendo gli occhi per vedere in prima persona. È quello che fa la bambina coprotagonista, che trova il coraggio di affrontare la vecchia e gli sterotipi del mondo in cui vive, una prigione comoda e sicura, una comfort zone.

È l’opposto di una comfort zone, il mondo scomodo, pericoloso, ostile di Magma. Un’avventura claustrocomica, di Compagnia del Buco.

Due minatori, clowneschi e di poche parole, sono intrappolati sottoterra, in un cunicolo.
La mise en scène è descrittiva, con sabbia, carrelli, assi inchiodate, cavi dell’alta tensione, picconi e cartelli di pericolo.

A definire veramente le pareti di questo piccolo labirinto, però, non è la scenografia, ma il buio. Gran parte dello spettacolo è nell’oscurità quasi totale, nella quale si accendono, prima i fiammiferi, poi le torce, infine qualche faro (ma è sempre luce diegetica).

ph. Andrea Mazzoni

Come con Doors, la Compagnia del Buco, parte da un elemento e lo sviluppa, lo declina, lo studia tramite una serie di piccole scenette, esplorazioni comiche, gag divertenti ma forse un po’ superficiali, nonostante la profondità (letterale) dell’argomento.
Pur essendo ricco di immagini e di oggetti chiave, infatti, Magma non è uno spettacolo di simboli, ma di situazioni, che si svolgono in modo lineare, dando l’impressione di seguire più una scaletta che un moto drammaturgico interno. Nel finale, quando i due personaggi riescono finalmente a sfondare la parete che li tiene prigionieri, resta il senso di qualcosa di incompiuto. Forse perché non siamo sicuri che siano usciti “a riveder le stelle”. Non abbiamo indizi, feedback di nessun tipo, mentre rimaniamo da soli con la scenografia della miniera e abbiamo l’impressione che non esista un al di là, un dietro le quinte e che da questo mondo, buio e soffocante, non sia possibile andarsene.

Concludo con due parole su Il mondo dei Quasi, del Centro Coreografico Nazionale / Aterballetto, ultima declinazione di un mondo che è prigione, in quanto fatto di pareti, che è labirinto, in quanto nasconde, blocca, inganna, ma che è anche morbido e che, con le sue pareti, non chiude ma apre ad accenni di contatto e relazione (i “quasi” del titolo).

Le pareti di cui parlo sono costituite da una serie di stringhe, morbide, elastiche, che i performer possono attraversare.
Inizialmente il gioco è quello di far sbucare una mano, un braccio, un piede, in un morbido apparire e sparire.
I due corpi, quando si rivelano nella loro interezza, non si incontrano, ma si passano accanto, paralleli, come le lame della forbice.
I loro passi, coreografati da Fernando Melo, sono rapidi e plastici, hanno il ritmo di un respiro rapido ma regolare e sono caratterizzati dall’essere reiterati, come se fossero bloccati in un loop.

ph. Valeria Civardi

Mi viene in mente Tango, il cortometraggio di Zbigniew Rybczynski, in cui una serie di personaggi attaversano una stanza, compiendo all’infinito la stessa sequenza di azioni, sovrapponendosi grazie agli effetti speciali, ma senza mai toccarsi. Con il suo cortometraggio, Rybczynski parlava della prigionia del quotidiano, dell’alienazione della condizione umana schiava del proprio ruolo, dell’impossibilità di incontrarsi, pur abitando lo stesso spazio.

Ne Il mondo dei Quasi, invece, la condizione di prigionia che accomuna i danzatori sembra diventare la possibilità di un incontro. Si instaura pian piano un gioco di contatto, soprattutto testa a testa. Ma il moto dei personaggi non si può fermare e il contatto è passeggero, effimero, eppure imprime una forma ai gesti dell’altro.

Il crescendo drammaturgico, dall’apparizione al contatto, fino alla separazione, è accompagnato da un crescendo musicale, che dagli archi dell’inizio giunge a suoni percussivi, forti, drammatici. Viene costruito un mondo a tutto tondo, una prigione di possibilità, con porte aperte e pareti che sembrano bocche di balena (le stringhe ne ricordano i fanoni), da cui essere intrappolati, ma dentro le quali trovare mondi nuovi ed emergerne rinati, come moderni Giona.

Labirinti e muri, giudizi e imposizioni, incontri con davanti un “quasi”. Come dicevo all’inizio: temi attuali, vivi e brucianti. Declinati secondo sensibilità e stili personali, propri degli artisti che li hanno presentati, ma sempre con l’urgenza di parlare della nostra società e del nostro tempo e forse di mostrare, come diceva Paul Éluard, che c’è un altro mondo, ed è in questo.

Gli spettacoli in cartellone erano tanti, troppi per una penna sola e per un solo sguardo.
Dunque, a questo primo articolo farà seguito un secondo resoconto, a cura di Michele Pascarella, con cui concluderemo l’esperienza dell’edizione di quest’anno.

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