In viaggio dentro noi stessi, al Suq Festival

GENOVA – Esce fumo da una Cinquecento bianca, sporca, graffiata e arrugginita, parcheggiata sul Palco Suq, al centro della Piazza delle Feste. Alle nostre spalle un banco del mixer è presidiato dal Dj, pronto ad intervenire nei momenti salienti per officiare in paillettes la liturgia delle danze di questo Dk Radio-Funeral Party (Produzione Tony Clifton Circus). Tutto intorno al palco e alla platea, che stasera sono l’ombelico del Mondo e del Suq Festival (siamo alla ventottesima edizione, diretta da Carla Peirolero con Bintou Ouattara), colori suoni e profumi esotici ci incalzano e stordiscono permeando l’atmosfera del grande tendone bianco al Porto Vecchio di Genova, satura di rumori voci e passi della folla variopinta che si aggira tra le bancarelle dello street food.

Sembra una Delorean pronta a viaggiare avanti e indietro nel tempo questa utilitaria sgangherata, destinata a non partire mai; luci forti da discoteca si accendono, pulsano, rimbombano e siamo finalmente on air, pronti a trasmettere su lunghe onde mistiche lo show radiofonico odierno. Dal veicolo escono lattine di birra e immondizia di ogni tipo (il viaggio deve essere stato lungo e costellato di spuntini alcolici) e nell’abitacolo fumigante si palesano due uomini che ci ricordano i Blues Brothers. Ha fin da subito l’aria di una coppia scoppiettante, affiatata e divertita, una strana coppia all’ennesima potenza, impegnata in un battibecco incessante e strillato, caotico e sottosopra le righe. Si sono persi, ci dicono, ma la cosa non si presenta tanto come un fatto geografico, un segnale GPS interrotto, un Google Maps in panne, un gira a destra o a sinistra, quanto un fenomeno esistenzial psichedelico di indiscutibile portata cosmico quantica alchemica. Non sappiamo se ci sia stato un incidente, non sappiamo nemmeno se siano vivi o morti, ma a giudicare dal grado di surrealtà forse è più la seconda delle due. Il botta e risposta che va in onda è un gioco delle parti visionario, un cambiare repentinamente identità tra icone pop e film cult, tra celebrities defunte e personaggi immaginari. Ci si perde e ci si ritrova in modo coordinato e continuo: un dominante e un gregario, un personaggio famoso e il suo inseparabile amico del cuore: Babbo Natale e la renna preferita, Estragone e Vladimiro, Karl Marx e Friederich Engels.

Se siamo tutti morti ed è qui la festa, almeno andiamoci con i nostri migliori amici, sapranno sceglierci la giusta birra e ci fumeremo insieme un sigaro. È quando la dissertazione sul Capitale e i rapporti di produzione si fa più pesante e faticosa che il Dj ex machina scende dal suo Olimpo in mezzo a noi: una drag queen in piena regola, pagana, transessuale, transiberiana che infiamma la notte tra acuti e macchie di leopardo, zeppe argentate e sinuose mosse di bacino. Da adesso in poi l’escalation finale del party funebre è mitologica, apocalittica, escatologica, autoironica: Andy Kaufmann e la sua creatura Tony Clifton (sì, c’è del metateatro) fanno finalmente ripartire l’auto e da dentro le viscere metalliche escono due giganteschi pupazzoni bianchi gonfiabili: forse siamo risorti, forse siamo nell’oltremondo. Un inno irrituale ed eversivo alla gioia, al sovrarazionale, alla metafisica del non senso. Si possono tirare fuori altre birre, scattarci una foto ricordo e grigliare wurstel per tutti: cin cin, alla nostra, alla prossima.

Un secondo viaggio statico, immobile, dai confini incerti tra dentro e fuori, tra arrivare e partire, ci attende sul palco galleggiante (l’instabilità del dolce rollio aggiunge senso e valore al testo) dell’Isola delle Chiatte, che raggiungiamo al tramonto, l’ora ibrida e di confine per eccellenza, costeggiando il celeberrimo e visitatissimo acquario cittadino. Si son fatte le due (Produzione Teatro C’Art, Gli Scarti) è un’altra messinscena doppia, duale, di coppia, in un tandem questa volta tutto al femminile (ideazione, regia e interpretazione di Chiara Fenizi e Julieta Marocco). Moltissimi i fili rossi che ci riportano per assonanza o per contrasto a quanto sperimentato con l’istrionico e funambolico Funeral Party, alla riflessione sulla perdita di direzione, sullo smarrimento, sul nostro caracollare da ubriachi nel percorso della vita, tutto un andare a tentoni, uno stordirsi per non sentire più l’incertezza e il dolore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il duo è composto da due gemelle siamesi che parlano all’unisono e in sincrono, stessa intonazione, stesse parole, stesse espressioni del volto, gesti a specchio, due cloni in abito anni Sessanta, nero a pois bianchi, con grandi occhiali scuri, borsa in tinta e caschetto voluminoso bombato, alla Mina della prima ora. In mano una coppa con aperitivo multicolor mentre va la canzone “Se vedrai bandiera bianca tu saprai che qui si danza” perché anche stasera c’è una festa con Dj, un esclusivo ricevimento chic della migliore società con consiglieri, assessori, dottori, marescialli e annesso giro di droghe. Questa volta non c’è la macchina ma un traghetto da prendere per giungere a destinazione in orario: è forte l’agitazione, l’impazienza, si chiede consiglio ai passanti oppure ci si tormenta con suoni inarticolati, farfugli gutturali e sospiri profondi, in un doppio soliloquio fitto di dubbi su come fare a raggiungere la mèta tanto sospirata, la serata di gala nella quale sta per intervenire un ospite speciale. Siamo immersi in una dimensione onirica e perdiamo ogni senso dell’orientamento mentre le due donne ci appaiono ora come un’unica personalità scissa, forse in balia dell’effetto di stupefacenti, ora, quando l’unisono di tanto in tanto si spezza, due individui distinti, o una pluralità innumerevole di entità, un caleidoscopico uno nessuno centomila. Più spesso, soprattutto quando si consultano per cercare il termine più giusto per definire una situazione o una persona, ci appaiono come la visualizzazione plastica dell’incessante dialogo interiore che intratteniamo con noi stessi, “una donna che cercava se stessa, una donna che cercava altro per andare oltre a trovare se stessa, inseguiva l’immenso”. D’altronde “conosci te stesso” era il comandamento di saggezza posto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi e la sua devastante verità lo ha predestinato a durare letteralmente in eterno. Conoscere se stessi è l’invito che abbiamo in tasca, trovarsi è la vera festa.

Si è fatto tardi, le due donne ballano insieme, strette, vicinissime, ma una delle due è la guest star alla quale hanno chiesto l’autografo, “le parole sono pericolose, baciamoci”, si sussurrano. L’incanto si rompe quando suona una campana (si saranno fatte le due?) ed è l’ora di andare via, per non perdere l’ultima corsa. Le due si affrettano, fuggono, perdono una scarpetta ciascuna come novelle Cenerentole, il cerchio sembra chiudersi: è tempo di imparare che ciascuno si salva da solo e che siamo noi stessi il nostro charming prince.

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