Ho incontrato un monaco Zen, tra i monti della Brianza

ph Alvise Crovato

 

Certe recensioni sono più difficili di altre.

Questa, per dire, è da un mese che la scrivo e la riscrivo. Avrò ricominciato da capo almeno 10 volte. Giuro.

Ad averci il coraggio, dovrei forse lasciare la pagina bianca: non per rinuncia, ma per accoglienza.

Oppure potrei iniziare a descrivere il più esattamente possibile il manico della tazza a pallini che è qui alla mia sinistra, adesso. O il muro di vecchie pietre nella sala di Campsirago Residenza.

Penso all’amato Calvino, al suo Palomar: una cosa è contenta di essere guardata quando sa di significare sé stessa e nient’altro.

Potrei cominciare così, forse.

Iniziava così, in effetti, la versione numero 7 o 8 di questa recensione.

Forse: quanti forse, per un incontro così semplice che -per radicale, inusitata semplicità- da un mese a questa parte sta avendo la spinta di una personale rivoluzione.

L’incontro è stato con un monaco zen giapponese, Seigaku, che Michele Losi ha invitato per la seconda volta a Il Giardino delle Esperidi, il Festival che da oltre vent’anni porta tra i monti della Brianza teatro e danza contemporanea italiana e internazionale.

E non solo.

Ecco, è proprio in questa eccedenza che si colloca, credo, la presenza di Seigaku.

Come se il teatro e la danza, da soli, non bastassero più.

Occorre traboccare.

E allora ibridarsi con altre discipline.

E ci si immerge nel paesaggio: non come sfondo, ma come elemento costitutivo del proprio discorso.

Elemento drammaturgicamente attivo, direbbero quelli che han studiato.

E ci si affaccia su pratiche altre, saperi antichi: così lontani e così vicini.

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ph Alvise Crovato

WHAT IS A MOUNTAIN?

Potrei raccontare del primo incontro con il monaco.

Della sua faccia millenaria che, quando vede quella della mia cagnolina Emma, diventa all’istante quella di un bambino di 5 anni.

Della sua voce gravissima e della sua improvvisa risata stracolma di campanelli.

Quanta libertà, in questo lasciarsi trasformare!

Potrei raccontare del non smettere di ringraziare e di inchinarsi: ci sono atti d’umiltà che rendono più grande un uomo. E più trasparente. E più vivo, credo.

Zen non come religione, ma come arte di vivere.

Facciamo un esercizio: camminare, guardarsi negli occhi, sorridere, respirare. Quando ci si incontra dire: “io, tu”.

Il giorno dopo, al secondo incontro, Emanuele Regi dell’Università di Bologna parla del genius loci: il sacro che precede la costruzione del luogo.

Insieme a Matteo Casari ragionano con appassionata sapienza di santuari naturali e santuari culturali, di montanità del sacro e verticalità come spaesamento.

Del passaggio fondante dall’egocentrismo all’eco-centrismo, nel Teatro Natura.

Io, attento e grato, prendo appunti.

What is a mountain? chiede Seigaku.

È una domanda vera. Letterale. Letteralmente elementare: bisogna saperlo fare.

Inchinarsi a tutto, tutto il tempo, per avvicinarsi al sacro, per praticarlo.

Anche alla mia cagnolina Emma: nei suoi abiti da cerimonia, con movimento maestoso e semplice, sembra una danza.

Regale, francescano inchinarsi, fino a poggiare la fronte a terra, davanti a un cane sonnecchiante.

Senza alcuna enfasi, né retorica: farlo e basta.

Il temine “natura” è stato importato in Giappone dall’Occidente, se ho capito bene.

La contrapposizione natura / cultura è roba di noi occidentali, di questo sono certo.

Tornare a essere interi.

Riconoscere in noi qualcosa che ci pre-esiste.

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ph Alvise Crovato

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OGNI PASSO

L’ultimo giorno, una lunga e lenta camminata tra boschi e montagne, dall’alba alla notte.

Apertura con un rituale di fuoco e bastoni e canti, nel giorno che inizia.

Una lunga fila andante: lenta, silenziosa, attenta.

Michele Losi davanti, Seigaku in fondo.

Portano a tracolla una specie di conchigliona, ogni tanto Michele Losi la suona, Seigaku risponde.

Tre colpi con la mano, tre suoni soffiati, altri tre colpi.

Bello sentirmi contenuto in questo suono, come un abbraccio.

Poi fermarci davanti alle pietre assolate sulla soglia del bosco, che non sappiamo.

E davanti al canto degli uccelli, che è da tutte le parti. E che è qui.

Sale una gran commozione: cura agita, non rappresentata né tanto meno predicata.

Bello avere una guida, come un padre amorevole.

Nella lunga giornata ci sono anche alcuni spettacoli: danza, parola, suono, immagine.

Come faranno queste creazioni a conquistarci, mi domando, a prender spazio in mezzo a questa straboccante densità?

Io, che pur sarei stato invitato qui come critico, dunque come persona teoricamente capace di analizzare opere d’arte performativa, non riesco a formulare alcun pensiero, tale è l’immersione, tale è la commozione.

Persone del pubblico del Festival vanno e vengono, in diverse tappe della giornata, camminano un po’, vedono uno o due spettacoli e poi via.

Penso allo spezzettamento che ci devasta, all’appropriazione culturale di cui forse non ci rendiamo neanche più conto, all’idea di poter consumare a pezzetti anche un’esperienza sacra come questa. I Buddha vanno sopra i comodini cantava Franco Battiato in Magic Shop, a fine anni Settanta.

Ogni passo è il luogo della pratica, si dice nello Zen.

E allora andiamo.

Provo a inspirare il circostante ed espirare i pensieri, come ci suggerisce Michele Losi.

Lasciarli andare come legnetti nella corrente di un fiume, mi dico.

Mi do compiti per allenarmi all’attenzione camminante: cerco volti nelle forme del bosco, disegno una mappa sonora in cui collocarmi, nel mio attraversare.

Cerco di stare in coda alla fila, guardo Seigaku nel suo morbido andare, fondo ringraziare, fare semplice e piena attenzione.

Non conto le volte in cui ho avuto le lacrime agli occhi.

Anche adesso, anche qui.

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ph Alvise Crovato

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L’OPERA DELL’ARTE

Una delle giornate più indimenticabili della mia vita nei Festival, da sempre.

Per quel che è stato, per quel che ha generato.

Per ora: lo studio di una raccolta di Discorsi sullo Zen di D.T. Suzuki.

Il prossimo studio del libro di Seigaku sul rapporto tra Zen e alimentazione: è esaurito, sono riuscito a trovarlo usato, l’ho ordinato, oggi pomeriggio lo vado a ritirare.

Una settimana di rigoroso e -confido- luminoso ritiro dedicato ai Precetti buddhisti Zen, in un Tempio e monastero di tradizione buddhista giapponese Zen Sōtō che mi ha consigliato Matteo Casari: avverrà in agosto, sono emozionato e grato.

Non rileggo, perché cestinerei per l’ennesima volta queste righe forse inutili, sentimentali, certo insufficienti: a dire il mio sentirmi svuotato e riempito e svuotato ancora, a raccontare tutta la mia gratitudine per questo umanissimo incontro.

Questo ha fatto, in me e per me Il Giardino delle Esperidi Festival, quest’anno: questa è stata l’opera dell’arte.

Ancora e ancora, ringrazio.

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ph Alvise Crovato

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