L’arte di cadere. Su Habil delle città del Teatro dell’Argine

 

Ho iniziato a scrivere queste note tre giorni fa, in treno: in viaggio verso Chivasso, vicino a Torino, per fare la mia Passeggiata dadaista ad Arterie. Festival di teatro diffuso.

Il viaggio era lungo, e Trenitalia è quel che è: avevo tempo.

La prossima volta che rifarò la Passeggiata dadaista sarà il 25 settembre, a San Lazzaro di Savena, in occasione della presentazione della Stagione 2026/27 dell’ITC Teatro: lo spazio che il Teatro dell’Argine tiene aperto e vivo da molti anni.

“Aperto” e “vivo” sono due aggettivi che, per come conosco il loro lavoro, potrebbero valere come manifesto, d’intenti e poetica.

Per intenderci: siamo a siderali distanze dalle auto-compiaciute élite che stanno portando al suicidio il mondicciolo del teatro contemporaneo.

Comunque.

La Passeggiata dadaista è un modo concreto di affondare nell’apparente grigiore delle città e percepire, per dirla con Cesare Zavattini, che «il banale non esiste».

È anche un modo per condividere con altre persone la possibilità di scovare bellezza là dove, apparentemente, ce n’è ben poca.

Di fare capriole di senso, accorgendosi con semplicità che il nostro sguardo crea il reale, non solo lo accoglie.

Di attivare chi partecipa, proponendo una delicata ma precisa assunzione di responsabilità del proprio -per usare non senza tremore un termine battagliero- posizionamento.

Mi sembra, in estrema sintesi e in tutt’altro modo, che sia esattamente ciò che fa il nuovo spettacolo del Teatro dell’Argine, Habil delle città.

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Questa coincidenza — ma le coincidenze esistono? — mi pare perfetta per spendere my two cents su questa avventura del noi.

Chi non l’ha vista nella magnificenza della Sala dello Stabat Mater all’Archiginnasio, a Bologna, tra fine giugno e inizio luglio, potrà recuperarla in un altro spazio in cui il noi si fa azione civile: la Sala di Città del Palazzo Comunale di San Lazzaro di Savena, nell’ambito della suddetta Stagione.

Coincidenze?

Penso alla bellissima etimologia di questa parola, coincidenza: cadere insieme.

E a Rilke, l’amato Rilke, nella Decima delle Elegie Duinesi:

«E noi che la felicità la pensiamo / in ascesa sentiremmo la commozione, / che quasi ci atterra sgomenti, / per una cosa felice che cade».

Mi dico che questo spettacolo ha proprio a che fare con l’accogliere cadute.

Questo spettacolo che poi, a dirla tutta, non è solo uno spettacolo: è l’affiorare visibile di un lavorio sommesso, lungo, paziente.

Certo sfinente, credo, ma anche nutriente, immagino, logorante e indimenticabile, spiazzante e fecondo.

Fatto con persone -azzardo- che portano dentro e fuori spinte che vanno da tutte le parti.

Ma tornando alla Sala dello Stabat Mater all’Archiginnasio: seduto in cerchio sulla mia sedia girevole, prima con il visore 3D e poi senza, ho pensato che ci sono volte in cui il teatro non basta, nonostante la piena sincerità di un autore, di un’autrice.

In casi politicopoetici come questo si è trattato di uscirci, dai teatri.

Da quel modo univoco e categorizzabile di organizzare e utilizzare il linguaggio.

Per dare spazio e visione, in forma quasi documentaria, a persone-quali-esse-sono: sorta di ready-made sociologici scalcianti e vitali.

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Marcel Duchamp, In Advance Of The Broken Arm, 1915

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Con felice intuizione duchampiana, le donne e gli uomini del Teatro dell’Argine — non cito i singoli nomi, tanto mi pare collettiva anche quest’impresa — hanno creato nuovo pensiero spostando un frammento di realtà apparentemente banale, comunemente considerato di poco conto dal luogo solitamente assegnatole (là un supermercato, qui una panchina di periferia) a un altro percepito come più nobile (là un museo, qui una Sala storica).

Ed ecco che il dispositivo 3D aggiunge qualcosa di decisivo: rende l’aspetto documentario più vero del vero e consegna a me, spettatore-voyeur, la possibilità e la responsabilità di scegliere cosa guardare, ruotando sulla sedia.

Di decidere, almeno in parte, quale frammento di realtà far esistere nel / attraverso il mio sguardo.

Viene da pensare al Chatwin dei miei vent’anni, agli aborigeni che cantando facevano esistere il mondo.

Qui accade qualcosa di simile: guardando.

Esattamente come nella Passeggiata dadaista: pensa te, le coincidenze.

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ph Mattia Belletti

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Tolti i visori, un manipolo di veementi e assertivi giovani interpreti trasporta le cruente vicende appena incontrate nel territorio del Grande Teatro: Antigone.

Non si tratta di una semplice citazione, né dell’ennesimo travestimento contemporaneo di un classico.

Antigone arriva perché continua a essere una macchina per pensare il rapporto tra individuo e comunità, tra legge e giustizia, tra ciò che si deve fare e ciò che non si riesce a non fare.

La tragedia, per i greci, prima ancora di essere letteratura era uno spazio pubblico di elaborazione collettiva: la polis guardava sé stessa attraverso un conflitto che nessuno poteva risolvere definitivamente.

Habil delle città sembra recuperare proprio questa funzione originaria del teatro.

È qui che lo spettacolo si e ci allarga: non lascia le vicende individuali nel recinto del documento, le rilancia dentro una forma che ci chiama in causa.

E mette al centro il linguaggio: non come mero esercizio di stile, ma come possibilità di far esistere il mondo, nominandolo.

Quello strambo della scena, e non solo.

Ed è proprio lì, in quel punto esatto e fragilissimo, che possiamo lasciarci cadere, per un momento.: felicemente, insieme.

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ph Mattia Belletti

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PS la Passeggiata dadaista a Chivasso poi è andata bene. Proprio come accadde il 14 aprile 1921 -l’unica volta che i Dadaisti la realizzarono- ci ha colto un’improvvisa pioggia torrenziale. È stato sorprendente e fecondo, lasciarsi cadere insieme in quel diluvio.

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