Dal 3 al 5 luglio siamo tornati per tre giorni nella cittadina romagnola di Santarcangelo, nei pressi di Rimini, per porre il nostro sguardo ancora una volta sul suo tradizionale e celebre Festival, giunto alla sua cinquantaseiesima edizione.
Il drammaturgo e critico polacco Tomasz Kirenczuk, dopo 5 anni di direzione artistica, giunto alla sua ultima di curatela, ha deciso di intitolare questa edizione Deep pressures, Pressione profonda.
“Mi piace pensare a questa edizione come a un momento di respiro comune”, ha detto, Kirenczuk, “un momento di rottura, pausa, presenza e intensità, dove incontrare prospettive diverse con cui pensare la contemporaneità e il futuro”.
Nelle diverse volte che, come spettatori privilegiati, siamo giunti al Festival, attraverso le sue scelte, ci siamo imbattuti in performance sempre originali, soprattutto di danza, provenienti da tutto il mondo, che ci hanno aperto lo sguardo verso orizzonti per noi ignoti.
Il curatore polacco ha orientato inoltre il festival verso pratiche femministe, queer, antirazziste e decoloniali, facendo del programma un vero e proprio osservatorio politico sui nostri giorni, così controversi, dove la diversità di accenti è sempre posta a repentaglio.
Sono questa volta coinvolte, sino al 12 luglio, 35 Compagnie italiane e internazionali, 22 delle quali, in prima nazionale, per oltre cento proposte di spettacolo, diffuse tra piazze, teatri, cortili, parchi e spazi non convenzionali.
Deep pressures il titolo scelto da Kirenczuk per questa edizione è ben visibile anche negli spettacoli da noi attraversati nei primi 3 giorni di apertura festival, dove, soprattutto la danza con la sua forza evocatrice, ha cercato di dare una risposta concreta a quella pressione plurale allusa dal suo curatore.
E ciò è avvenuto sempre osservando il corpo in movimento dei performer in scena, alla loro tenacia, alla loro pervicacia, nel proporre, con la loro arte, alcune risposte possibili alla deriva culturale sociale e umana che ci sta investendo.
Al centro del programma così vi è sempre stato il corpo come archivio di tensioni sociali, politiche ed economiche.
.

.
Già dalla prima performance che abbiamo visto KMs of resistance ciò avviene in modo potente e inusuale.
Lo spettacolo è infatti una performance coreografica e sonora che esplora l’atto primario del respiro, come forma di esistenza e di resistenza. Il lavoro si inserisce nella particolarissima ricerca dell’artista marocchino Mehdi Dahkan che abbiamo ammirato nel bellissimo spazio del parco Baden Powell con il compagno di scena Mohamed Bouriri.
Prima Dankan, da solo, ci accoglie regolando di volta in volta il suo respiro che, modulandosi con estrema perizia, cambia di intensità e consistenza e che ad un certo punto si unisce a quello di Bouriri che giunge come bestia ferita dal bosco circostante.
Insieme, utilizzando il respiro come tratto comune, costruiscono strutture coreografiche e ritmiche sincronizzate : in questo modo, l’atto primordiale che ci permette di vivere si configura come un bisogno simbolico condiviso, che ciascuno dei due performer dona all’altro, evocando la necessità fondamentale che ognuno di noi ha di aria per poter esistere.,
In qualche modo collegato al lavoro di Mehdi Dahkan nell’indagare sulle nostre possibilità di resistenza, si colloca anche HA della coreografa e performer lettone Jana Jacuka, con base ad Amsterdam.
La performer affida alla risata, alla modulazione della sua voce, quello che precedentemente era lasciato al respiro. HA in questo modo esplora la performatività della risata come meccanismo di fuga, creando anche con la estrema flessuosità del suo corpo una vera e propria coreografia vocale che si configura come un’esperienza viscerale di pratiche, portate all’estremo..
In Joyaux Lourdement Sous-estimés di Bast Hippocrate, artista svizzero, afrodiscendente e queer, di seconda generazione, è invece, dopo la risata e il respiro, l’abbraccio, a proiettarci nel desiderio di resilienza: un abbraccio che suggella l’amore tra due uomini, il cui il corpo diventa così “terreno di conflitto e riconciliazione”.
Il suo corpo, affratellato con quello di William Cardoso, ruota lentamente davanti a noi, ricordandoci la meraviglia e la bellezza delle statue greche: sono abbracci d’amore teneri e appassionati, da cui non traspare mai la possibilità del distacco.
Ad un certo punto però i due corpi si allontanano e l’abbraccio diventa feroce e violento, per poi, subito dopo, dare una nuova possibilità di affetto ai due performer.
Tre creazioni dunque in qualche modo estreme che sottolineano una costante che emerge con forza, ultimamente, nel teatro performativo, il grande e spesso paradossale virtuosismo degli interpreti che, per non essere fine a sé stesso, si deve nutrire di sottotesti che possano scalfire dal profondo lo sguardo dello spettatore.
–

.
Ciò avviene anche in Clap & Slap di Agniete Lisičkinaitė e Igor Shugaleev che ci ha intrigato al Supercinema di Santarcangelo.
Qua è l’utilizzo della mano, sia come possibilità di condivisione nell’applauso, sia, al contrario, come offesa, nel gesto dello schiaffo, quello che la performance offre al pubblico.
La metafora ha la capacità di inserirsi in un discorso prettamente politico. Infatti Clap & Slap, concepito dalla lituana Agnietė Lisičkinaitė e dal bielorusso Igor Shugaleev, ha la forza di parlarci del contrasto emerso tra Lituania e Bielorussia, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Così il rapporto in scena tra i due attori provenienti da due “mondi” diversi, spesso opposti, riesce con perizia a collegare la gestualità significante della mano, con le loro esperienze personali, portando il pubblico a ragionare anche sulle responsabilità collettive e individuali di ognuno di noi, riflettendo infine sulle differenze tra nazionalismo e patriottismo, autodifesa e aggressione.
Dunque ciò ci esorta a considerare un altro tratto che collega gli spettacoli visti al Festival: il gesto teatrale come atto squisitamente politico.
Questo avviene anche in altri due contesti performativi: In relation to whom? E Homem Novo.
Nel primo la danza permette a due artiste palestinesi Marah Haj e Nur Garabli, che lavorano insieme per la prima volta, di parlare del loro Paese martoriato: il corpo delle due artiste diventa movimento artistico di consapevole trasmissione di sentimenti e nel medesimo tempo di resistenza, non solo raccontate, ma rappresentate direttamente in una forma fisica e relazionale.
La caotica situazione di cambiamento del Mozambico è presente invece in Homem Novo del coreografo mozambicano Yuck Miranda, che abbiamo visto a Longiano al Teatro Petrella. In stretta correlazione con il video che presenta i cosiddetti campi di rieducazione nel Mozambico post-indipendenza, la performance costruita per mezzo della corporeità esibita e reiteratamente sofferta dell’artista, mette in scena il patimento e la trasformazione forzata delle persone, spesso appartenenti alla comunità LGBT, rinchiuse nei campi, facendo emergere l’illusoria idea di come dovrebbe essere il “buon cittadino”, cercando anche, ridicolmente, di ridefinirla.
Tra le cose più preziose che ci hanno lasciato i tre giorni passati a Santarcangelo c’è stato sicuramente ÒDIO, il film documentario, realizzato dalla compagnia Motus.
Daniela Nicolò e Enrico Casagrande, in sintonia con il loro ciclo di spettacoli dedicato a Frankenstein, hanno voluto rendere papabile, nella realtà, tutte le declinazioni che quel sentimento possiede, espresso a più riprese nel libro ella diciannovenne Mary Shelley contro la diversità dell’icona gotica da lei creata e dalle suggestioni scaturite dal romanzo Odio. Il potere della resistenza della scrittrice turco-tedesca Seyda Kurt.
Nicolò e Casagrande hanno interrogato i migranti ospiti della struttura Casa Gallo di Rimini, i ragazzini di Quarticciolo, a Roma, la comunità queer del Kampnagel ad Amburgo, e anche realtà meno svantaggiate come quella di un liceo classico, per sapere, capire, senza giudicare, cosa fosse per loro l’odio.
Ne è venuto fuori uno spettro di risposte diversissime, di grande spessore emotivo: l’odio che addirittura fortifica, l’odio che non vuole facili e confortevoli risposte, ma il cambiamento di una società sbagliata, l’odio come motore per uscire dal silenzio, e di converso la sua impossibilità, l’odio la cui risposta può essere solo l’amore.
Certo, proprio in un momento come il nostro, in cui l’odio sembra essere così pervasivo, abbiamo bisogno di tenerezza radicale, come ci suggerisce Seyda Kurt, cosa che renderebbe il mondo estremamente diverso.
Sarà mai possibile?
MARIO BIANCHI
*
[ tutte le fotografie sono di Pietro Bertora | Santarcangelo Festival ]
.


