Il gingko biloba è un albero antichissimo, le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa, al punto da essere inserito nel novero dei fossili viventi. È oggetto di studio da parte dei botanici per le sue caratteristiche: è una pianta gimnosperma (i suoi semi non sono protetti dal frutto), anemofila (l’impollinazione avviene grazie al vento) e dioica (esistono esemplari maschili e femminili, spesso isolati, i quali entrano in relazione solo grazie al vento). I carnosi semi prodotti dagli alberi femminili, una volta maturi, cadono a terra e, decomponendosi, generano un odore piuttosto intenso.
È un gingko il silenzioso, o meglio, la silenziosa protagonista dell’ultimo film della regista ungherese Ildiko Eneydi: l’imponente esemplare femminile di questa pianta che da quasi due secoli domina il giardino botanico di un’antica città universitaria tedesca (Marburg).
No, non ci abbandonare, ancora un attimo di pazienza: non stiamo recensendo un noioso documentario sulle piante o sull’avvincente storia di un giardino botanico. Il nostro ginko è solo il silenzioso testimone di alcune storie, tre per la precisione, che hanno come protagonisti degli esseri umani. Sono persone che si sono trovate, in epoche diverse, a svolgere la loro attività di studio e ricerca in questa università. Ricerche che, in qualche modo, finiscono per avere al loro centro il mondo vegetale e le sue possibili connessioni con il mondo degli umani.
Il primo racconto ha per protagonista Tony, un noto neuroscienziato asiatico (Tony Leung, Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia del 2023, il cui volto ci è noto in particolare per i tanti film che ha realizzato con il regista Wong Kar-wai), famoso per i suoi studi sul cervello e sullo sviluppo cognitivo dei neonati. All’inizio del 2020, dopo aver tenuto una conferenza, rimane bloccato a Marburg a causa dell’irrompere dal Covid e dell’immediato lockdown. In questa fase di forzata sospensione temporale della sua esistenza e delle sue ordinarie attività, inizierà ad esplorare il giardino botanico e, grazie al confronto scientifico con la botanica Alice Sauvage (Léa Seydoux), finirà per applicare le sue tecniche di ricerca sul gingko biloba, provando a registrare i suoi impulsi e le sue reazioni agli stimoli esterni.
La seconda storia si svolge nel 1908, quando l’Università ammette per la prima volta ai suoi corsi di botanica una donna. Grete (Luna Wedler) dovrà comunque fronteggiare i radicati pregiudizi sessisti dei professori e dei compagni di corso. Il caso la mette in relazione con un anziano fotografo, il quale gli insegna ad utilizzare gli apparecchi fotografici. L’applicazione della fotografia al mondo vegetale darà un contributo inaspettato al modo tradizionale di rappresentare e di studiare le piante (gli allievi all’epoca studiavano sugli antichi erbari, corredati da illustrazioni, spesso anche di notevole valore artistico), aprendo nuove prospettive di ricerca.
L’ultimo episodio si svolge nel 1972. Sono gli anni della contestazione e della liberazione sessuale, e qualcosa, ma non troppo, di quella temperie culturale arriva anche in questa appartata e tranquilla città di provincia, elettrizzando i rapporti tra i giovani allievi. Gundula (Marlene Burow) conduce un’innovativa ricerca diretta a scoprire le eventuali forme di reazione delle piante al contatto con gli umani. L’oggetto dello studio è un geranio, appoggiato sul davanzale della sua camera. Tra i suoi amici c’è Hannes (Enzo Brumm), tra loro scatta qualcosa, ma l’esito che sembra più naturale è sempre come trattenuto, rinviato e forse perso per sempre, si direbbe per la timidezza di lui. Ed ecco che lei parte per un viaggio e gli affida il geranio, con una promessa, quella di non farlo affezionare a lui. È una battuta ironicamente antifrastica, figurarsi se un ragazzo di campagna serio e disincantato come lui può dar credito a certe idee, che le piante possano pensare o provare qualcosa. E invece tra Hannes e il geranio accade l’impensabile, e qui il film ci ha divertito parecchio.
Per ognuno di questi episodi la regia impiega forme e tecniche cinematografiche diverse, passando dal digitale per il primo episodio, ad un rigoroso bianco e nero in 35mm per la storia di Grete, e quindi ai colori intensi, pastosi e granulosi del 16mm per quella di Gundula e Hannes (che ricorda le riprese in super 8, molto diffuse all’epoca).
Cos’altro dire di questo film? Che ci ha spiazzati, inizialmente non gli abbiamo dato troppo credito, non si capiva bene dove volesse andare a parare. Il disincanto di Hannes era un po’ anche il nostro. E poi però ci ha gradualmente conquistati ed affascinati, anche per la distaccata ironia con cui la regista ha affrontato il tema, quello del contatto tra gli umani e le piante, senza troppo prendersi sul serio.
Ci è sembrato una sorta di invito a tornare un po’ bambini e qui ci torna in mente la scena con la quale il film si apre, quella in cui lo neuroscienziato registra gli impulsi del cervello di un neonato e ci mostra come esso abbia un’intensissima attività cerebrale. Sono infatti tantissimi gli impulsi che arrivano da ogni dove e l’imperativo per il cervello è quello di imparare a gestirli e a collocarli in un sistema che dia un ordine alle cose. A questo ordine poi il cervello si adatta e, così facendo, può gradualmente ridurre l’intensità della propria attività. Tornare bambini quindi anche nel senso di ritrovare una forma di apertura all’insolito, a ciò che è fuori dagli schemi, a recuperare la capacità di mettersi continuamente in gioco. Sfuggendo così alle regole, alle convenzioni e alle gerarchie codificate, siano esse quelle sociali, politiche o culturali.
Lo abbiamo visto alla Mostra del cinema di Venezia (era nel concorso principale) assieme a tantissimi altri film. Molti di questi li abbiamo velocemente dimenticati, a questo abbiamo continuato a pensare. Se fossimo stati in giuria gli avremmo dato senza esitazioni il Leone d’oro, anche per premiare la libertà di un cinema che ha il coraggio di sperimentare e di seguire nuove strade, anche se impervie.
Esce nelle sale cinematografiche il prossimo 3 settembre. Segnaliamo però alcune anteprime nei prossimi giorni in alcune arene estive del nostro territorio. Ad esempio il 25 agosto sarà programmato alla Rocca Brancaleone di Ravenna e all’Arena Understars di San Lazzaro di Savena. Invece il 26 agosto sarà proiettato all’Arena Cinema di Imola.
Silent friend, di Ildikó Enyedi, Germania/Francia/Ungheria, 145’.


