Il Processo di Kafka di Archivio Zeta al Cimitero Germanico del Passo della Futa

ph Franco Guardascione

 

Come il giovane ingegnere di Amburgo Hans Castorp, protagonista del romanzo di Thomas Mann La montagna incantata, il procuratore bancario Josef K, al centro de Il processo (Der Process, Der Proceß, Der Prozeß, Der Prozess) ha attraversato da sempre il nostro immaginario, sin dalla prima sua lettura. E infatti non è un caso se i due capolavori letterari sono stati scelti, per le incessanti e profonde suggestioni da Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti della Compagnia Archivio Zeta, per essere trasposti teatralmente nello scenario del Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa.

Per entrare poeticamente con il Teatro in storie come queste, capaci di sondare in modo universale e profondo le emozioni degli esseri umani in stretta relazione con la Storia della civiltà occidentale, ci siamo recati negli anni molte volte in questo luogo meraviglioso e sacro. Meraviglioso, perché incastonato tra le cime degli Appennini tra Bologna e Firenze; Sacro, perché racchiude sotto semplicissime pietre tombali, più di trentamila soldati tedeschi, immolatisi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Trentamila nemici del nostro Paese che qui trovano requie (non a caso proprio quasi accanto, per tragica contrapposizione, sono dislocati  i due luoghi dei più feroci eccidi nazisti e fascisti perpetrati nel nostro Paese, quello di Marzabotto e quello di Sant’Anna di Stazzema). È proprio qua al Cimitero Germanico che, iniziando dal 2003 con I Persiani di Eschilo, il Teatro ha avuto sino ad ora la capacità, come solo lui può fare, di onorare e di far rivivere come spettatori privilegiati questi ragazzi, che riposano qua per sempre.

Tutto ciò contrasta ferocemente con la recente decisione del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge (l’ente che cura le tombe di guerra) di non permettere più che ciò possa ancora avvenire. Per cui con grande melanconia nel cuore ci siamo ritornati forse per l’ultima volta, dopo la trasposizione negli anni scorsi de La montagna incantata di Thomas Mann, per assistere alle vicende che coinvolgono Joseph K, il protagonista de Il Processo, il romanzo incompiuto, scritto in tedesco, dal romanziere praghese Franz Kafka tra 1914 e il 1915 e pubblicato postumo nel 1920 dall’amico Max Brod contrariamente alla volontà dell’autore, il quale desiderava che l’opera fosse bruciata dopo la sua morte.

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ph Franco Guardascione

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È dalla cima del Sacrario del Teatro di Marte, così rinominato da Archivio Zeta, al Passo della Futa, che ci immergiamo subito nella vicenda narrata da Kafka, osservando  i due estranei che, una mattina nel giorno del suo trentesimo compleanno, bussano alla porta del nostro esterrefatto protagonista per dichiararlo in arresto, ben sapendo che dopo le 4 ore di vero e proprio attraversamento del romanzo, pensato da Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti in due giorni distinti, nonostante tutti gli sforzi fatti per capire le ragioni del processo che improvvisamente gli ha cambiato la vita e per sfuggire dalla sua inspiegabile morte, Joseph verrà ucciso come un cane.

Un poco insomma come accade a ogni essere umano, vogliono dirci Sangiovanni e Guidotti, se, ci obbligano a seguirne le vicende come in una specie di labirinto che si dipana su e giù dal Sacrario, in una serie di snodi drammaturgici dove K è interpretato a rotazione da Pouria Jashn Tirgan, Giuseppe Losacco, Mattia Bartoletti Stella. Ciascuno di loro, vestito di nero, è contrassegnato significativamente da una grande K, come con la similare stella di David accadeva per “marchiare” gli Ebrei. Dopo la sua morte, anche la famiglia del romanziere fu sterminata. Anche noi, spettatori erranti, abbiamo un piccolo marchio attaccato al vestito.

Camminando poi tra i sentieri pietrosi, tra gli spiazzi presi alle tombe e le cripte che costellano il grande spazio che delimita tra le montagne il Cimitero Germanico, abbiamo conosciuto via via tutti i personaggi  più significativi del romanzo (posti in scena anche dagli stessi Sangiovanni e Guidotti con Diana Dardi e Sofia Longhini) in una congerie di figure coinvolte in una specie di turbinio burocratico dove i sospetti, le dicerie, le interferenze, le colpe presunte (non per niente denominate, nel gergo comune, di origine Kafkiana) ci hanno piano piano, con misurata sapienza drammaturgica, avviluppato fino al triste finale.

Ed è così che poi che siamo stati rinchiusi, nei momenti cruciali del romanzo, nella cripta del Sacrario, che rimanda simbolicamente a un’improbabile aula di tribunale dove, abbagliati dal sole calante, ci siamo sentiti realmente coinvolti in una storia dai contorni apparentemente senza senso, ma che in modo agghiacciante, forse senza averlo mai approfondito e pensato veramente, ci  hanno coinvolto sempre.

Èd è qua che Joseph K tenta inutilmente di difendersi dal suo giudice, intentando una specie di tragica, inutile difesa ed è qua che il pittore Tintorelli, di stanza al Tribunale, di cui ben conosce i meccanismi, impersonato da Enrica Sangiovanni, non lascia più speranza di redenzione a Josef K, affermando come l’assoluzione totale sia impossibile.

Nel nostro percorso verso l’abisso non è esclusa nemmeno l’ironia amara, ben rappresentata dal personaggio fantozziano dell’imprenditore di successo Block (Pouria Jashn Tirgan) un cliente dell’inconcludente avvocato Huld (Guidotti), con il suo caso (non per niente ambientato in una specie di gabbiotto ligneo da cui è assolutamente difficile uscire) che, imprigionato da una burocrazia sempre più assurda, va avanti da ben cinque anni e che, ridotto in povertà, vive alle dipendenze di Huld e della sua cameriera (Sofia Longhini).

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ph Franco Guardascione

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Archivio Zeta pone gli ultimi due quadri di questa vera e propria tragedia davanti al muro invalicabile del Sacrario, che si erge a guisa di grande vela sulla valle. Qua il cappellano del carcere (Diana Dardi), attraverso una famosa parabola avverte K, e noi con lui, come la Condanna sia inevitabile, perché non è possibile comprendere sino in fondo la Legge della Giustizia che ci sta sempre sopra il capo inesorabilmente, con le sole, povere, forze della nostra Ragione (la Giustizia è spesso rappresentata, durante lo spettacolo, da lunghe mani che indicano e accusano).

Ed è così che poco dopo, in una controluce che ci ricorda il finale del Settimo Sigillo bergmaniano, anche qua, come da copione, la morte si porta via il protagonista, con un coltello che tutti gli interpreti impugnano uno dopo l’altro verso il corpo di K, sempre più indifeso.

Joseph muore davanti ad un Destino ineluttabile, a cui si aggiunge una vera e propria vergogna con la perdita totale della dignità umana di fronte a un giudizio incomprensibile, destinato a sopravvivere alla morte stessa.

Pouria Jashn Tirgan, Giuseppe Losacco, Mattia Bartoletti Stella, Gianluca Guidotti, Enrica Sangiovanni, Diana Dardi e Sofia Longhini alla fine, in una specie di danza, riescono a sconfiggerla e a onorarla, quella morte, avendocene raccontata in modo così intenso e partecipato l’atroce inutilità e ingiustizia, onorando nel medesimo tempo quella atroce e inutile di quei trentamila che ci hanno dormito accanto.

MARIO BIANCHI

 

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