Le arti performative, si sa, accadono in un qui e ora che non si ripete.
Ogni eventuale replica sarà poco o tanto diversa dalla precedente.
Se ciò è vero sempre, a volte lo è ancor di più: è il caso di Crisalide d’estate, l’avventura voluta e curata da masque teatro al giardino del Gualdo, nei pressi di San Colombano, che è poi il luogo dove abitano.
Per tre giorni, a fine agosto, Lorenzo Bazzocchi e Eleonora Sedioli aprono la loro casa e intrecciano frammenti di teatro, danza, musica, in un unicum camminante e irripetibile.
Meglio: accolgono artiste e artisti, le loro visioni, il loro fare.
Donne e uomini d’arte che per qualche giorno mettono a disposizione la propria maestria in sottrazione: si fanno tessere d’un mosaico, per lasciare affiorare un’immagine (o molte immagini) che è più e altro rispetto alla somma delle singole individualità.
Per questo motivo, nei frammenti che seguono, non nominerò chi-fa-cosa: è avventura del noi, questa.
Scrivo subito, col sentimento dell’urgenza: Crisalide d’estate è iniziato ieri sera, accade ancora oggi e domani e poi, in questa esatta combinazione, mai più.
Chi può si faccia un regalo: vada.
Aho!
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Tingersi di rosso la punta delle dita, per tentare di rendere visibile: le mani, il respiro.
Con la guida di una voce sapiente, in cerchio provare a fare attenzione, a occhi chiusi, ad accogliere quel che c’è.
Cerchi e linee in un campo, là in fondo.
Segni auto-significanti da sguardare senza fermarsi: l’arte di accorgersi.
E mentre le Figure se ne vanno, il regalo del sole.
Una casetta dorata per custodire una danza piccola.
Un cappottone rende informe. Nasconde. Ri-vela.
Un testo detto col sole in faccia a noi, il logos in primo piano.
Carla Lonzi, il femminismo, a risuonar ne Le intellettuali di Molière: con corpo, con viva presenza.
La grazia del silenzio naturale dei camminanti: ogni bisbiglio è già un disturbo.
Avambracci e polpacci, mani e piedi argentati. E una maschera con mille chiodi: natura o cultura? Natura e cultura.
Una danza basculante e omoritmica con pulsazioni sonore granulose.
L’Après-midi d’une faunesse?
Poi, scompare.
Fiume. Nuvola. Luna. Piante.
Il lato selvatico della specie.
Un bordone elettronico con pulsazioni, là in fondo.
Fango. Acqua. Un tronco. Una zattera.
Esercizi di densità.
Un altro femminile monologante, vertiginosamente spalancato.
Padri e amici, suicidi e tumori.
E un gelato, e un pallone.
Se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte.
Nell’ansa, dove l’acqua rallenta, pian piano affiora un cavallo.
Come nell’Arlecchino di Picasso, un po’ è figura, un po’ è struttura.
Un angelo su un tronco, con piccoli campanelli richiama e accoglie la mandria camminante.
Esercizi di sottrazione: strapparsi ciocche dai lunghi capelli, spiumarsi, sfogliarsi.
Una danza che porta a fare ancor più silenzio, anche quando si sposta un piede addormentato: l’opera dell’arte.
La casa dorata là in fondo fa il paio con la nuvolona dorata nel tramonto, quando passiamo. O viceversa?
Un maestoso cavallo, lontano. Vicino a noi, registrato, il suono che fa. Presentazione e rappresentazione. Come Jannis Kounellis: così è.
Un ascolto piccolo: aguzzare le orecchie.
Il silenzio è più pieno di mondo, poi.
Mille suoni in una luce rossa.
Scavare, scavare ancora.
Una danza nel tempo e fuori luogo.
Un po’ di cibo buono.
Alcune parole, poi.
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Dire grazie, almeno.
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