L’universo in un granello di polvere

Cenerentola - 1 Compagnia della Fortezza, foto di Stefano Vaja

VOLTERRA – Manciate di cenere riarsa e volatile disperse nel soffio rovente dell’estate sono il segno con il quale Armando Punzo sigla l’incipit del suo “Cenerentola. L’arte, la scienza e la conoscenza” (prodotto da Carte Blanche ETS, Compagnia della Fortezza e Teatro della Toscana, visto presso la Casa di Reclusione di Volterra). È una suggestione potente che, complici le vicine necropoli etrusche, trasporta il nostro pensiero dal gelo funebre delle urne cinerarie fino al roveto ardente dell’epos biblico, passando per il mitico rogo della fenice, simbolo pagano e cristiano di morte e resurrezione. È un fertilizzante per l’immaginazione che plana su di noi come manna nel deserto.

Siamo nel grande cortile alberato della Fortezza Medicea ed è tutto un rosseggiare di laterizi e archetti pensili che ricamano gli orli di un cielo celeste punteggiato di pecorelle senza catinelle. Anzi la canicola arroventa i moltissimi spettatori dotati di cartellini e pass così come i detenuti che in short e ciabatte sono scesi dalle celle per l’ora d’aria, una bevanda fresca allo spaccio, un tiro di sigaretta, due chiacchiere e qualche sguardo in tralice misto ad applausi per la performance dei compagni di reclusione, momentaneamente in altra Compagnia. Cerchiamo tutti un cono d’ombra e un filo di brezza: la polvere grigia rende quasi palpabili quei pochi refoli di vento che tanto aneliamo.

Nella nostra mente il tutto inopinatamente si condensa in un caldo e confortevole notturno invernale con tizzoni che crepitano in un grande camino in pietra, tra alari di guardia come sfingi a vegliare l’ultimo bagliore che cova tra brevi scoppi secchi, una fiamma domestica di focolare contadino, storie dell’infanzia cullate dal dondolo di vimini. Riemergiamo dalla visione con in pungo un pulviscolo di etimologia e onomastica fiabesca. Dal latino cinis, cineris (da cui il lemma italiano ‘cenere’) deriva per l’appunto il nome di Cenerentola, la cui nota favola vede la fanciulla risollevarsi da un presente servile ed è metafora di riscatto, rinascita, ritorno al paradiso perduto, all’età dell’oro, all’Arcadia, alle radici del Sé (una rilettura psicanalitica del personaggio l’abbiamo commentata di recente nella recensione allo spettacolo “Si son fatte le due”, visto al Suq Festival di Genova). L’uomo che sparge il grigio indossa una tuta nera da pittore tutta macchiata di vernice bianca (i numerosi e complessi costumi sono disegnati da Emanuela dall’Aglio) e incede con gesti ampi e lunghe falcate attraverso le varie sezioni del testo e le configurazioni di una messa in scena (a cura di Alessandro Marzetti) la cui impalcatura essenziale prevede grandi forme geometriche regolari in bianco e nero che dialogano secondo il modello dell’installazione site specific con le preesistenze naturali e artificiali venendo via via traslate, arricchite di nuovi elementi, manipolate, movimentate.

La voce del protagonista che avanza declama parole dal sapore oracolare sulla dicotomia tra reale e ideale, senza dubbio uno degli assi portanti e fondanti del pensiero occidentale, e sull’utopia, la tensione creatrice, lo spazio di sviluppo prossimale del sogno. Il monologo ha un andamento sapienziale accompagnato da una partitura sonora ora magniloquente ora contemplativa (musiche di Andrea Salvadori), interrotto solo dalla voce dialogante e dalla risata argentina di Viola Ferro, comprimaria dalla lunga chioma fulva (una sorta di ninfa della gioia in crinoline e cilindro neri appena uscita dalla tana del Bianconiglio), oppure dagli interventi di alcuni solisti, scelti tra le diverse decine di detenuti che partecipano in maniera corale alla costruzione della grande coreografia scenica.

Cenerentola Compagnia della Fortezza foto di Stefano Vaja

Il regista e drammaturgo si propone di fatto nelle vesti di un profeta pittore ed enuncia il comandamento “non dipingete troppo secondo natura” tracciando sul tronco degli alberi, preventivamente rivestito di tela candida, lunghi segni scuri che ne enucleano la forma pura, ne catturano l’essenza assoluta, in una citazione diretta della poetica dell’Astrattismo di Mondrian. I quadri, in tutti i sensi, si susseguono, mentre aforismi risuonano (“ci sono buchi nella realtà”, “la realtà non è una”) e dalle sue mani grondano non colori su ampie superfici circolari incessantemente mosse dai detenuti in una rievocazione della tecnica del dripping che guarda all’Informale gestuale, il ben noto action painting ideato da Jackson Pollock ma qui coniugato alla poetica di Emilio Vedova e alle sue serie di ‘dischi’ o ‘tondi’.

Le metafore visuali-tecnico-pittoriche che oppongono il mondo della logica a quello dello Spirito, il figurativo all’astratto e la razionalità alla fantasia proseguono incessanti mentre il vate della trasformazione parla di una speranza “che educa all’invisibile” e predica l’esercizio costante di quell’immaginazione “che ci fa rimanere umani”. Sei grandi pannelli neri su cui dipinge con mani bianche figure sintetiche (“i gesti sono universi, attirano le comete”) si trasformano infine in un gigantesco polittico, una pala d’altare posta sulla mensa consacrata dove si consuma il rito eucaristico e iconografico di morte e resurrezione della realtà.

Con un pennello fissato ad un’asta sale su una scala che lo porta in alto, arrivando persino a pennellare i volumi d’aria che si trovano in alto, a sconfinare oltre le grandi superfici: è la filosofia del non ancora, degli infiniti possibili. La sequenza è di gusto apocalittico: la fine del tempo e della storia, così come li conosciamo, giunta al suo acme spalanca cieli e terra nuovi. Rimossa la monumentale iconostasi si palesa infine il frutto della gestazione, il grande utero del nuovo mondo si apre e genera una copiosa creazione, un universo con regole inedite, creato da una mente divina che non si serve più della matematica e della geometria come linguaggio, non più dei numeri, non più della ragione, per dare ordine al cosmo. Lo sconfinamento visionario nell’infinito avviene davanti ai nostri occhi quando “la realtà viene avanti, esce dal quadro; la pittura è ora, nello spazio della realtà”, come a dire che l’astratto diventa concreto, che una nuova Natura è stata partorita.

I correlativi oggettivi di questo ordine rinnovato sono ancora pittorici: uno spazio non più prospettico e soggetti non più mimetici del reale vengono evocati tramite una ricca serie di grandi oggetti o sagome portati come in processione dai detenuti: il toro per il Cubismo di Picasso, profili di spazi urbani silenti e rarefatti per la Metafisica di De Chirico, bottiglie e coppe per le nature morte di Morandi. Sono tutti segni che vengono proposti in netta antitesi a solidi geometrici regolari, numeri, formule, calcoli. “Creare un’altra realtà con ostinazione e speranza, desiderio senza fine”: il pittore-profeta è un novello Cristo “dal mondo, ma non del mondo”, venuto “ad accendere un fuoco”, o forse a scuotere la cenere dalla gonna di Cenerentola.

Cenerentola – Compagnia della Fortezza

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