Abitare lo sguardo. Su Visual Performance di Laura Gemini e Giovanni Boccia Artieri

Romeo Castellucci, Sul concetto di volto nel Figlio di Dio - ph Klaus Lefebvre

 

Sabato 19 settembre alle ore 17, negli spazi per me densi di stratificazioni e memoria dell’ex Asilo Santarelli di Forlì, nell’ambito di Ibrida Festival delle Arti Intermediali, avrò il piacere di dialogare con Laura Gemini e Giovanni Boccia Artieri a partire dal loro recente saggio Visual performance. Una sociologia dello sguardo fra pratiche e comunicazione artificiale.

Come divulgatore d’arti e culture, sento crescente il bisogno di sottrarre il discorso critico alle stanze chiuse degli specialisti per restituirlo allo spazio pubblico, al discorso condiviso: che la cultura sia bene comune.

Questo libro, in tal senso, è uno strumento prezioso per tutte e tutti noi.

Ciò che provo a riassumere in queste righe non sono che una minima parte dei mille, ricchissimi spunti che costellano le pagine del testo, e che sarà prezioso esplorare dal vivo insieme a chi sarà presente il 19 settembre (l’ingresso è libero e gratuito).

Essere ininterrottamente lambiti, attraversati e talvolta sommersi dalle immagini è la condizione umana contemporanea; comprendere cosa farne, e soprattutto cosa esse fanno a noi e di noi, è forse uno dei passi più urgenti per abitare il nostro tempo come cittadine e cittadini più consapevoli e liberi (uso questo scivoloso aggettivo non senza tremore).

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L’IMMAGINE COME DISPOSITIVO D’ESPERIENZA

L’assunto da cui muovono gli autori ci chiede di abbandonare una consuetudine rassicurante: le immagini, oggi, funzionano sempre meno come mere rappresentazioni del mondo e sempre più come veri e propri dispositivi di esperienza.

Non sono più la cornice dentro cui guardiamo passivamente un evento, ma lo spazio abitabile in cui l’evento stesso si compie, attraverso di noi.

Mentre mi trovavo, di recente, a preparare le domande per un’intervista a un fotografo di natura e di teatro, riflettevo proprio su questo confine impalpabile: l’immagine è, nella sua radice più profonda, la forma stessa del nostro immaginario.

È il nostro sguardo, il nostro posizionamento culturale, affettivo e politico a creare letteralmente ciò che vediamo, definendo il perimetro di ciò che riteniamo reale o possibile.

Noi non guardiamo il mondo, noi lo formiamo guardandolo.

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CORPI IMMERSI E REGIMI DI VISIBILITÀ

In questa riconfigurazione dell’esperienza, il corpo non è affatto estraneo, né relegato a un ruolo di puro recettore: si fa esso stesso mezzo e motore.

Pensiamo all’inabissamento sensoriale che viviamo nei videogiochi o nelle installazioni immersive: l’immagine diventa spazio praticabile, architettura sintetica in cui la nostra fisicità si estende, si ibrida, agisce.

Il corpo si immerge nell’immagine e, così facendo, l’immagine si incarna in noi, alterando la nostra stessa postura nel mondo.

Tuttavia, questo spazio non è mai neutro.

Il controllo dello sguardo (definire cosa sia degno di essere mostrato e cosa debba sprofondare nel buio) è la forma primigenia del potere.

Viviamo immersi in rigidi regimi di visibilità, regole silenziose che distinguono ciò che è ammissibile, enunciabile, mostrabile e ciò che non lo è.

Vien da pensare alle furiose polemiche che circondarono lo spettacolo Sul concetto di volto nel figlio di Dio di Romeo Castellucci.

In quel caso desolante, il conflitto riguardò l’intollerabilità di uno sguardo che osava mostrare il disfacimento della carne in prossimità del sacro.

Quando un’opera incrina il regime di visibilità dominante, si genera una frattura che ci svela, in tutta la loro malcelata violenza, le impalcature del potere.

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DI FRONTE AL DOLORE DEGLI ALTRI

Anche rispetto alla cronaca, il nostro sguardo è sempre profondamente mediato.

Le immagini della guerra, ad esempio, non generano in noi reazioni spontanee, come a volte ci illudiamo di credere confidando in una naturale empatia universale.

Esse innescano, piuttosto, reazioni discorsive: il nostro orrore o la nostra assuefazione dipendono dal modo in cui quelle immagini ci vengono presentate, incorniciate e narrate dai dispositivi mediatici.

Nell’ecosistema digitale, inoltre, l’immagine ha perso la sua aura di prova ontologica.

Essendo intrinsecamente (e sempre più facilmente) modificabile e manipolabile, essa non certifica più la “verità” inoppugnabile di un fatto.

Eppure, proprio in questa sua perdita di innocenza documentaria, l’immagine guadagna una nuova potenza: sui social media, ad esempio, essa diviene il principale strumento di relazione interpersonale.

Non condividiamo frammenti visivi per dimostrare che qualcosa esiste in senso assoluto, ma per tessere legami, per affermare una presenza, per dire all’altro: “io sono qui, in questo flusso, insieme a te”.

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COREOGRAFIE DELL’IDENTITÀ: INTIMITÀ, TURISMO E RESISTENZE

Questa danza relazionale è al centro di dinamiche in cui la visibilità assume un preciso, e talvolta spietato, valore economico e sociale, come accade ad esempio nell’universo degli influencer.

Ci troviamo di fronte a un paradosso vertiginoso: la messa in scena di un’autenticità minuziosamente costruita, l’esibizione di un’intimità profondamente calcolata per generare prossimità.

Un meccanismo simile, sebbene più diffuso, governa il nostro cosiddetto “sguardo turistico”.

Spesso non viaggiamo più per fare esperienza dell’ignoto, ma per confermare un’estetica già assimilata prima ancora di partire: cerchiamo l’immagine “instagrammabile”, piegando il mondo reale alla sua prestazione, o meglio alla sua codificazione visiva.

Eppure, proprio all’interno di queste stringenti grammatiche dell’apparire, si aprono inaspettate crepe di resistenza.

Se il selfie possiede regole rigide votate alla perfezione artificiale, farsi un #uglyselfie (un autoritratto deliberatamente brutto, ironico, sgraziato) diviene uno strumento di soggettivazione antagonista.

È il corpo-quale-esso-è che si riprende il diritto all’imperfezione, inciampando di proposito sul palcoscenico della vetrina digitale.

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L’INVENZIONE DEL QUOTIDIANO

È in questi scarti, in questi margini di manovra apparentemente futili, che prende forma il visual activism.

Recuperando il pensiero luminoso di Michel de Certeau, scopriamo che se le strutture di potere dispongono di strategie pervasive per inquadrare il mondo, le persone comuni rispondono con tattiche imprevedibili, sfuggendo al controllo attraverso un uso imprevisto dei mezzi a disposizione.

L’attivismo visuale si muove costantemente su questa faglia vibrante: oscilla tra l’esposizione radicale dei corpi e la tutela necessaria dell’anonimato, tra l’incisività rapida del frammento e la potenza politica della coralità.

Il meme, in questo senso, ne è espressione emblematica e sfuggente.

Attraverso l’ironia, il ribaltamento di senso e la manipolazione creativa di contenuti ufficiali si smontano le narrazioni dominanti, disinnescando l’autorevolezza del potere e fondendo estetica e politica in un unico, rapido gesto visivo.

Ed è proprio su questa possibilità di riappropriazione che il lavoro di Gemini e Boccia Artieri ci invita a sostare.

Nel momento in cui riconosciamo di non essere soltanto il bersaglio passivo di un flusso ininterrotto, ma i co-autori del nostro immaginario, ci riappropriamo di uno spazio vitale: imparare a leggere le immagini non per domarle, ma per non esserne dominati, restituendo allo sguardo la sua originaria, irriducibile forza, poetica e politica.

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