Coreografie del possibile. Un racconto della NID Platform 2026

Francesco Marilungo, Cani lunari - ph Andrea Macchia

 

Dopo aver seguito l’anno scorso con estremo interesse la Piattaforma della Danza Italiana (NID Platform) tenutasi nelle Marche, questa volta è stato il Piemonte e precisamente Torino a ospitarci dall’1 al 4 settembre per la decima edizione, che ha accolto i numerosissimi operatori e operatrici provenienti da tutto il mondo che si occupano di questo particolare linguaggio della scena.

Gli spettacoli sono stati rappresentati, con giusto intendimento, in luoghi che hanno avuto il coraggio di rigenerarsi verso nuovi confini, accogliendo diverse attività culturali che li hanno trasformati: Lavanderia a Vapore a Collegno, Fonderie Limone a Moncalieri, Teatro Astra, OGR (Officina Grandi Riparazioni), Casa del Teatro Ragazzi e Giovani a Torino, la Reggia di Venaria.

Sostenuta dal Ministero della Cultura e dalla Regione Piemonte e coordinata dalla Fondazione Piemonte dal Vivo, soggetto capofila e attuatore designato dall’Associazione Danza Esercizio e Promozione con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, la NID quest’anno ha proposto venti titoli: quattordici inseriti nella normale programmazione, più i tradizionali Open Studios (4 lavori in fase di sviluppo) e due produzioni ospiti, con approfondimenti e incontri, in un articolato programma teso nel cercare di proporre la più ampia mappa possibile della scena coreografica italiana.

Coreografie del possibile è stato infatti il significativo titolo dato per questa nuova edizione di questa kermesse, con le proposte selezionate dalla Commissione artistica composta quest’anno da Raimondo Arcolai, Selina Bassini, Paolo Dalla Sega, Isabella Di Cola, Massimo Ongaro, Carmela Piccione e Gianmaria Piovano.

E infatti sono state davvero moltissime le possibilità in cui la danza si è espressa nei 4 giorni in cui la piattaforma ci ha generosamente ospitati.

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Salvo Lombardo, Breathing room – ph Andrea Macchia

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Non potendo approfondirle tutte, ci soffermeremo soprattutto sulle modalità in cui le coreografie si sono espresse e che possono davvero dirci come si muove la Danza italiana, sottolineando quelle che ci hanno in modo profondo e originale colpito, come è accaduto per esempio per la Durational di Salvo Lombardo, Breathing room che ci ha donato grande emozione per diversi motivi. Questo vero e proprio Atlante dei respiri ricevuti, incentrato appunto sul tema del respiro come atto poetico, ci ha smosso molte corde del cuore sia per la sostanza delle parole, prese come ispirazione da Il silenzio è cosa viva di Chandra Livia Candiani e proposte come dono da Fabio Acca, Michele Di Stefano, Carlo Lei, Cristina Kristal Rizzo, Alessandro Sciarroni, Alessandro Tollari e nel contempo per la presenza di artisti e le artiste di diverse generazioni e provenienza che popolavano le due stanze della Lavanderia a Vapore, diventando così una performance corale e condivisa.

Eccoci poi a Abracadabra di Francesca Pennini: la parola “Abracadabra” è intrisa di magia. Quando la sentiamo pronunciare avvertiamo la presenza di un portento che sta per accadere, che qualcosa di nascosto sta per diventare manifesto, riempiendoci di stupore.

È ciò che accade appunto in Abracadabra di Francesca Pennini di Collettivo Cinetico, artista che seguiamo sin dai suoi esordi.

Francesca riesce a mettere in scena, con estrema delicatezza, il suo doloroso smarrimento per una consapevole sparizione di 130 giorni che l’ha vista protagonista. La performer ci appare improvvisamente fuori da una specie di scatola magica che dall’inizio ha invaso la scena: così, narrando e facendo danzare ancora quel corpo che abbiamo conosciuto nel corso degli anni e che l’amore per la danza ha fatto spesso a pezzi, lo fa come per magia riemergere da quella “scatola magica” colma di anfratti, protagonista della scena e mossa da Angelo Pedroni.

Sarà poi una gallina che miracolosamente lì ha fatto un uovo, come ci hanno raccontato, a ricordarci che la vita deve, nonostante tutto, andare avanti.

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Alessandra Cristiani, Caduta la neve – ph Andrea Macchia

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Anche Caduta la neve di Alessandra Cristiani, seppur in altro modo, riesce a commuoverci, nel suo poetico omaggio a Sarah Moon, fotografa francese, celebre per i suoi scatti capaci di immettere corpi di donne di eleganza assoluta, pervasi da atmosfere sognanti, in contesti urbani e naturali sempre diversi.

Lo spettacolo è l’ultimo capitolo di una trilogia che Cristiani ha dedicato a tre artiste, con Moon, Claude Cahun e Ana Mendieta.

Dobbiamo entrare nella performance con calma, posta in un ambiente bianco che evoca un paesaggio innevato e fiabesco, senza  fretta, dobbiamo farlo, ci avverte il ticchettio dell’elegante orologio alla sinistra della scena, che segna l’ora esatta.

Stupefacente, subito, ci pare come il corpo della performer/ coreografa con estrema lentezza, derivata dalla sua frequentazione del Butoh, riconsegni alla scena il mondo della Moon.

Prima ci appare nudo, riverberandoci i quadri fiamminghi con la presenza, forse, di un rivolo di sangue per poi palesarsi, agghindato di rosso colmo di gioia festosa.

Così il suono e la musica di Gianluca Misiti investe, tra realtà e sogno, sempre, quel corpo, richiedendo al pubblico un tempo di visione di grande, profonda, intimità.

Di forte impatto per l’eccellenza della coreografia, messa in atto da un altro artista che amiamo molto, ci è apparso Manifestus di Jacopo Jenna, dove la mano, spesso nella danza considerata come outsider, diventa protagonista.

Un trio di efficaci interpreti, Simone De Giovanni, Petra Audrey Mangoua Youaleu, Phex, ispirandosi ai diversi codici della street dance, riescono a ridarle con costante bellissima energia, la sua giusta dignità, come strumento essenziale di relazione con il mondo, attraverso un autentico flusso di cangianti movimenti, capaci di plasmare lo spazio che li attraversa.

È poi d’obbligo anche il nostro volo di uccello su altre creazioni che, pur non convincendoci pienamente, sono riuscite a stimolarci attraverso alcune delle loro componenti.

Ecco dunque il mondo al di là del tempo, ricostruito dalla compagnia Eleina D in Humanos, che già conoscevamo per le ottime coreografie che accompagnano gli spettacoli di Michelangelo Campanale, che avrebbe bisogno però con urgenza di una nuova drammaturgia più coerente; le movenze intrise di ironia, eleganti e preziose di due fuoriclasse come Andrea Costanzo Martini e Francesca Foscarini, in Pas de Cheval; la danza narrativa, che racconta, assai meglio della parola, Le Fenicie euripidee, nello spettacolo di Balletto Civile, il contrasto del nero e del bianco in Piano-Forte di Roberto Tedesco; lo scrolling di Francesca Santamaria  in Good Vibes Only, capace di narrarci la frenesia  del presente; il blu e l’arancione che si rincorrono in Weirdo di Enrico Morelli e la consueta forza della danza di Michele Di Stefano in Panoramic Banana.

Rispetto alla precedente edizione nelle Marche, dove i 6 Open studio, scelti con estrema  cura da Paolo Brancalion, ci avevano allargato meritatamente i confini della danza, i 4 studi presentati quest’anno nella sezione dedicata alle coreografie ancora in fieri non ci hanno particolarmente coinvolto, sia perché ci sono parsi già compiuti, sia perché immersi in un contesto spesso convenzionale, seppur di buona fattura come accade in Nu di Virginia Spallarossa dove, con l’accompagnamento della musica del divino Claudio Monteverdi, vengono rappresentati sentimenti contrastanti come la dolcezza e il tormento, il piacere e il dolore.

Il medesimo sentore ci ha accompagnato poi in Sognare fase RAM di Damiano Scavo che, rifacendosi alle Avanguardie, ci regala un mondo coreografato da un duo, impregnato da colori di matrice visionaria e, infine, in Thanks, Ilaria di Filippo Buonamassa, dove con melanconia viene coreografato un omaggio a una compagna di viaggio che non c’è più.

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Davide Tagliavini, Special K – ph Andrea Macchia

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Diverso il discorso per Special K di Davide Tagliavini.

Lo studio, partendo dalla domanda “Che cosa è speciale?”, con la consueta ironia che contraddistingue i lavori del giovane performer compie un personale, originale, viaggio onirico  che collega  biografia e cultura pop-rock attraversando, nel vero senso della parola, con l’ausilio di immagini la poetica dell’ amata Kate Bush:  Kate “ libera, danzante, acuta e poliedrica”, Kate capace  di donarsi nel medesimo modo ai The Cure e ai Joy Division passando da David Bowie ai New Order e collaborando con grandi maestri come Lindsay Kemp; aspettiamo con curiosità la fine del progetto.

E alla fine, al di là delle suggestioni ricevute ci conviene affidarci anche all’usato sicuro, attraverso tre creazioni presenti a Torino che avevamo, seppur in modo variegato, già apprezzato: Le Palestriti di Simona Bertozzi, Cani Lunari di Francesco Marilungo e, soprattutto, Ephiphania di Abbondanza Bertoni.

Le Palestriti è un tassello di un progetto che intende collegare la Danza allo Sport, ispirandosi ai mosaici di Villa Romana del Casale a Piazza Armerina.

Lo spettacolo con in scena quattro performer (Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Sara Cavalieri e Valentina Foschi) combinando, in modo confacente, movimento, gestualità che allude all’attività sportiva e vocalità in un contesto ricco sempre di ritualità, esplora con pertinenza visiva e interpretativa i temi, spesso contrastanti, di forza, grazia, ascolto e connessione che abitano il rapporto tra danza e sport.

Cani lunari invece, attraverso la danza di grande qualità di Erica Bravini, Barbara Novati, Roberta Racis, Alice Raffaelli e Francesca Linnea Ugolini, guidate dalla voce cangiante ed evocatrice di Vera di Lecce, ci introduce nel mondo ammaliante e misterioso delle streghe, figure arcane e sempre emarginate dalla società per il loro potere di incantamento.

Con in mano corvi imbalsamati, forse spiriti che stanno sulla soglia, tra realtà e sonno, davanti al chiarore di una luna che traspare in alto nel palcoscenico, la creazione di Marilungo possiede la forza evocatrice di traportarci in un mondo oscuro di arcana sacralità.

Ed eccoci a Epiphania. Mi rendo manifesta, come accennato, a nostro avviso, lo spettacolo più interessante proposto da questa edizione dalla NID.

Dopo aver esaltato in Femina uno stato unico e irripetibile nel suo splendore come l’essere femminile qua, sempre concepito da Antonella Bertoni, con in scena le generosissime Sara Cavalieri, Valentina Dal Mas e Ludovica Messina Poerio, lo spettacolo ci propone, al contrario, mai in modo didascalico, una necessaria riflessione sul vilipendio effettuato contro il corpo femminile.

Ciò avviene in un continuo manifestarsi improvviso di visioni perturbanti, composte da braccia, gambe, glutei di donne a pezzi e pezzi di donna, dentro il quale lo spettatore si perde in modo angoscioso e dove alla fine il colore del sangue ha la sua giusta dolorosa vittoria. Nel medesimo tempo, però, al pubblico indelebilmente appare che quei corpi vilipesi manifestino anche una forza intima di ricomposizione, nell’unicità di un’entità meravigliosa e potente, che andrebbe preservata e non vilipesa.

La NID quest’anno ha dato spazio anche a due performance situate in luoghi non convenzionali: Cosmorama di Nicola Galli e Il secondo paradosso di Zenone creato da Elisabetta Consonni.

Nicola Galli, artista poliedrico che ci ha sempre colpito per coreografie mai banali, insieme a Rafael Candela, nel suo Cosmorama che abbiamo visto in due location diverse, al Parco del Valentino e alla Reggia di Venaria, crea in sintonia con gli spettatori, durante un cammino colmo sempre di nuove visioni, una specie di connessione tra cielo e terra, attraverso una sorta di totem che alla fine si erge verso il cielo, mentre Elisabetta Consonni con Il secondo paradosso di Zenone, interpretata per l’occasione da Sara Catellani, ispirandosi al paradosso matematico di “Achille e la tartaruga”, sempre alla Venaria Reale, ci invita alla calma osservazione della realtà, in un mondo sempre preso da una sempre più incessante frenesia, per mezzo di un curioso, lentissimo attraversamento spaziale di un’astronauta.

Insomma, alla fine, nella sua varietà di mondi e di modi, pur senza eccessivi lampi di visionarietà, questa edizione della NID ci pare abbia assolto bene il suo compito di proporre uno sguardo, il più oggettivo possibile, sulla danza del nostro Paese.

Arrivederci a Roma, per la prossima edizione.

MARIO BIANCHI

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