Due millenni e non sentirli: “Alcesti” di Euripide

ph Centaro

 

“Hanno già detto tutto i Greci”, asseriva Bertrand Russell. Difficile non concordare con lui almeno per il paio d’ore di spettacolo offerto dalla Fondazione INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico che, in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto, ha messo in scena a Verona la tragedia Alcesti di Euripide datata 438 a.C.

Vi abbiamo assistito venerdì 18 settembre nella superba cornice del Teatro Romano, più che mai coerente con la vocazione dell’Estate Teatrale Veronese espressa dal direttore artistico Fabrizio Arcuri: restituire al pubblico un patrimonio antico che continua a parlarci, rivelandosi non reperto del passato ma strumento straordinariamente attuale per leggere il nostro tempo.

E in effetti è facile ritrovare sul palcoscenico, colonizzato da un nutrito cast in stato di grazia, una rappresentazione più che mai contemporanea di vari grandi temi: la fragilità che accomuna l’intera specie umana, la morte come onnipresente invincibile nemica, la necessità come fato ineluttabile, l’amore e l’onore come uniche armi per tentare l’immortalità, l’apertura al cambiamento che attiva la rinascita e, non ultimo, il ruolo delle donne come vittime sacrificali di un traballante dominio maschile.

Il pubblico si identifica alternativamente nella piccineria del re Admeto che, scampato alla fine grazie al sacrificio della moglie Alcesti disposta a scendere nell’Ade al suo posto, soccombe poi alla prospettiva di una solitudine peggiore della morte; nella straziante contesa tra rassegnazione e protesta della stessa Alcesti, raffigurata come una malata terminale riluttante a sciogliersi dai figli; nella dialettica di Ferete padre di Admeto (Filippo Dini, che firma la regia oltre a dare voce e passione al dialogo tra le due generazioni) con la sua apologia in difesa della propria vita e del diritto di viverla fino all’ultimo istante.

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ph Centaro

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C’è tanto, c’è quasi troppo in un primo atto che incarna tutte le caratteristiche della tragedia pur stemperandole con momenti di grottesco umorismo; il registro cambia con l’ingresso di Eracle, qui dotato di un’ingombrante propensione alla gozzoviglia e di un accento veneto che lo rende anche protagonista di un gustoso siparietto comico “nord contro sud”.

Con lui, e con il suo brutale ma risolutivo intervento in favore dell’amico Admeto, l’opera vira verso quel lieto fine che già disorientò i primi spettatori nel V secolo a. C.: sul palco ritroviamo infine Alcesti nuovamente viva sebbene insanguinata, muta e confusa, gettata suo malgrado in un futuro impossibile su cui Euripide ci lascia a interrogarci.

Dopo la Stagione che la Fondazione INDA ha avviato al Teatro Greco di Siracusa, la messa in scena veronese è l’ultima, in vista della prossima riduzione a 10 personaggi, presentata da un cast di 23 artisti: tra loro meritano menzione l’intenso Admeto di Aldo Ottobrino, l’Eracle guascone di Denis Fasolo, l’ancella biancovestita di Sandra Toffolatti, il folto gruppo dei coreuti. E se Alcesti è una rinnovata Euridice che torna dal regno dei morti snaturata dall’esperienza suprema, Paolo Fresu è l’Orfeo che ne accompagna la vicenda con un contrappunto musicale d’eccellenza.

SILVIA ZANOLLI

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