Contiene moltitudini, il nuovo, denso volume di Matteo Bergamini.
Si parla d’arte, naturalmente, ma attraverso quell’esercizio mobile e fragilissimo che consiste nel trasporla in parola: distillare piccole opere di pensiero a partire da ciò che artiste e artisti hanno consegnato al nostro sguardo.
“Non è cosa per me”, diranno i mei cinque lettori.
E invece.
Questo testo sospeso tra saggio, diario di lavoro e memoria autobiografica scavalca lo steccato specialistico per allargare la riflessione.
Speednews. L’arte scritta veloce sta «con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole», direbbe Ennio Flaiano: in bilico programmatico tra realismo e Realismo Magico.
Da un lato c’è la disillusione lucida di chi conosce bene i meccanismi, le stanchezze e le vanità del Sistema e del Mercato (maiuscole non casuali).
In parallelo, senza alcuna smanceria, fa continuamente irruzione la capacità di cogliere uno scarto epifanico, una meraviglia improvvisa che trasfigura il dato reale senza smentirlo.
Bergamini cammina su questo filo sottilissimo.
A muovere questa scrittura è una sua felicemente furiosa inquietudine.
Un azzardo continuo che spinge l’autore a rimbalzare da anni tra un emisfero e l’altro, tra l’Italia e il Brasile, abitando forme del discorso mai pacificate.
Insofferente alle imposizioni e alle consuetudini che anestetizzano, Bergamini procede senza posa tra due poli: la rassegnazione di fronte alle rigidità del presente e la spinta verso una letterale rivoluzione della visione.
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C’è sapienza senza vanto, in queste pagine.
E un’etica limpida che rifugge qualsiasi scorciatoia moralistica: darsi regole stringenti, senza pretendere di imporle agli altri.
E c’è ritmo! Ritmo! Ritmo!
La scrittura procede con andamento jazzistico, tra sincopi, accelerazioni, fraseggi brevi e improvvisi ritornelli.
Il ricorso alla citazione non risponde mai a un’ostentazione di maniera: serve a dare sostanza al discorso, a socchiudere usci interpretativi, a connettere contesti differenti.
Pagina dopo pagina si compongono, scompongono e ricompongono frammenti di un universo di cui Bergamini conosce i faticosi difetti e le illuminanti virtù, e di cui, azzardo, continua a non poter fare a meno.
Emergono incontri d’arte e d’intelletto che muovono autentici incanti (da Eco ad Agamben, da Manacorda a Perniola), capaci di accendere chi scrive e chi legge.
In appendice, la selezione di suoi articoli e interviste non figura come polverosa autocitazione, piuttosto come disponibilità ad aprire le porte del proprio cantiere: mettere a disposizione il proprio dire, fare, ascoltare.
Continuando a fare dell’arte un pretesto per interrogare la vita.
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