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Vita epica, quella di Gary Lucas: da studente di Yale qual era tanti decenni fa ha attraversato il mondo della musica passando per Captain Beefheart, Leonard Bernstein, Jeff Buckley, Peter Hammill (Van Der Graaf Generator), Mary Margaret O’Hara, Nick Cave – ma sopratutto si è inventato una carriera a suo nome che lo ha veramente posto fra i grandi chitarristi del nostro tempo, di quelli il cui nome va scandito accanto a viventi come Richard Thompson, Jeff Beck, Michael Chapman, Marc Ribot e Ry Cooder. Il funambolico stringman ci ha concesso un po’ del suo tempo per questa intervista che speriamo riesca a restituire il personaggio al di là del solito stereotipo Captain Beefheart/Jeff Buckley – perché, per davvero, la sua discografia riteniamo essere davvero un giacimento di creatività con pochi rivali nel mondo della musica contemporanea – e solo quest’anno ha pubblicato album a dir poco eccellenti: Fleischerei, dedicato ai leggendari cartoon di Max Fleischer, e Stereopticon, inciso con il cantautore afro-tedesco Jann Klose e che lo riporta in qualche modo alla sua partnership con Jeff Buckley di venticinque anni fa.

Come ti è venuta l’idea di incidere un disco dedicato alla musica dei cartoni animati di Max Fleischer? Pensi che il suo lavoro, quand’eri bambino, ti influenzò?

Ho sempre adorato il lavoro di Max Fleischer fin del giorno che scoprii Braccio di ferro quand’ero bimbo nella mia Syracuse nello stato di New York, fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. I cartoni di Braccio di ferro ricordo ancora che i davano intorno alle cinque del pomeriggio and rammento che vi era qualcosa di davvero deliziosamente surreale circa quei filmati in bianco e nero degli anni Trenta, mi innamorai all’istante. Contrariamente, non potevo sopportare i remake che ne fecero, tecnicamente inappropriati e anche dal punto di vista dello humor inferiori a com’erano gli originali tutti ispirati alla New York negra ed ebrea.

Come ti sei messo per fare il casting dell’album? Per esempio, credo davvero che Sarah Stiles faccia un lavoro egregio con le sue parti vocali…

Per questo progetto ho coinvolto mia moglie Caroline Sinclair, che di lavoro fa la direttrice del casting, e le ho chiesto di trovarmi la più brava giovane talento del teatro comico che ci fosse a New York City. Caroline mi ha presentato una lista di cinque nomi, e Sarah Stiles è risultata sotto ogni aspetto la più adeguata per il lavoro.

La copertina di Fleischerei, il disco dedicato ai cartoon di Max Fleischer.
La copertina di Fleischerei, il disco dedicato ai cartoon di Max Fleischer.

Esiste qualche possibilità che Fleischerei venga rappresentato con un spettacolo teatrale? Ho la sensazione che, oltre a poter essere un buon concerto, possa avere le potenzialità di diventare un musical…

Forse, chissà. Sfortunatamente Sarah è molto impegnata con la sua carriera televisiva e ha dovuto mollare il colpo. In competono, ho trovato un perfetto rimpiazzo con Tamar Korn, una giovane cantate jazz ebrea – con lei farò alcuni concerti a New York e a Boston dove sonorizzeremo i cartoni animati.

Per caso Stay Awake, il disco tributo a Walt Disney organizzato da Hal Willner negli anni Ottanta, è stata una specie di ispirazione nel fare Fleischerei?

No, direi per niente – sebbene quel disco mi sia piaciuto molto.

Gary Lucas con Jann Klose.
Gary Lucas con Jann Klose.

Passiamo alle tue influenze come chitarrista: come ti innamorasti dello strumento e chi furono i tuoi primi “idoli”?

A spingermi verso la chitarra fu mio padre quando ero intorno ai nove anni – idea che mi ha subito entusiasmato. Prima di tutto, papà mi affittò una chitarra alla mano e mi affidò a un maestro dello strumento ma con lui non durai più di un mese, anche perché quella chitarra stava distruggendo le mie mani di bambino. E poi, a quell’età, preferivo star fuori a giocare a football con i miei amici. Dopo un po’ di mesi, guarda caso, i miei tornarono da un viaggio all’estero con una bellissima chitarra stile spagnolo con le corde di nylon, che trovai facilissima da suonare. Di lì i progressi sono stati costanti e l’amore per lo strumento è stato inevitabile. I miei primi idoli? Senz’altro Duane Eddy, Peter Yarrow e Paul Stookey di Peter Paul & Mary, i Ventures – poi sono venuti Carl Wilson dei Beach Boys, naturalmente Keith Richards e Brian Jones degli Stones, ancora Jeff Beck, Syd Barrett, Bert Jansch e tutti gli altri che puoi immaginare. Vuoi la verità? Ora come ora non ascolto più nuovi chitarristi, diciamo da quando divenni professionista intorno al 1990.

Il tuo stile è veramente peculiare, sia all’acustica sia all’elettrica. Ciò che i colpisce più di tutto, specialmente all’elettrica, è il tuo fingerpicking il quale mi ricorda John Fahey e Leo Kottke, per esempio. Sono lontano dalla realtà con le mie supposizioni?

Ti rispondo che John Fahey assolutamente sì, è uno dei miei chitarristi favoriti. Per quanto riguarda Leo Kottke, non credo molto – sebbene quand’ero giovane ho ascoltato i suoi lavori e li trovavo okay.

E a proposito di John Fahey, mi sembra che nel tuo altro novo album, Stereopticon, il tuo amore per lui mi pare molto evidente. Che ne pensi? 

Sì, penso che fondamentalmente la direzione fosse quella e io e Jann ci siamo fossimo in perfetto accordo allo scrivere e nel registrare solo con me alla chitarra acustica che accompagna la sua splendida voce.

Jann Klose, il tuo compagno in Stereopticon, evidentemente ricorda molto sia Tim sia Jeff Buckley. Il disco possiamo considerarlo una specie di chiusura del cerchio ma anche evoluzione di quanto fatto con da te e Jeff? Peraltro, con inflessioni roots davvero intriganti…

Un bel brano è un bel brano a prescindere da ornamenti e da orchestrazioni. Ti confesso che ho ammassato molti bei strumentali scritti per e suonati con la chitarra acustica, roba che ho sentito davvero che fossero degni candidati per belle canzoni, che poi era il modo con ho lavorato con Jeff Buckley ma anche con Najma Akhtar (cantante anglo-indiana con lui Lucas nel 2009 ha pubblicato il disco Rishte) – fornire loro il template strumentale che permettesse loro di integrare melodia e parole. In Stereopticon ho anche contribuito a parte delle parole e nel contempo abbiamo invitato a collaborare il nostro amico Dan Beck, che già ha scritto con Dion e Felix Cavaliere dei Rascals, fra i tanti grandi a cui ha prestato penna. In ogni caso, ti garantisco che Jann è in possesso di una più belle voci maschili con cui ho avuto modo di collaborare fin dei tempi di Jeff. Per la verità, io e lui ci siamo conosciuti a un tributo dedicato proprio a Jeff, dve mi impressionò così tanto che lo indicai a Dan Algrant per e parti vocali del personaggio di Tim Buckley nel film Greetings From Tim Buckley. Parlavi di chiusura del cerchio? Sì, lo è!

La copertina di Stereopticon, pubblicato con Jann Klose.
La copertina di Stereopticon, pubblicato con Jann Klose.

Cambiamo argomento. Prima di Fleischerei e di Stereopticon, un paio di anni fa hai inciso Other World con Peter Hammill dei Van Der Graaf Generator – com’è nato il tutto? Intendo che voi due mi pare abbiate dei background piuttosto diversi: il tuo ha chiaramente radici americane mentre il suo è inglese e molto prog. A proposito, quando vi siete conosciuti? A un certo punto, negli anni Settanta, Van Der Graaf Generator e Captain Beefheart & His Magic Band erano entrambi sotto contratto con la Virgin Records – magari già allora capitò di incontrarvi, no?

Ho incontrato Peter nel mio primo viaggio in Inghilterra, nel 1973, dopo aver aver suonato alla prima europea di Mass, l’opera di Leonard Bernstein, che si svolse a Vienna e per la quale io ero nel cast come prima chitarra. Per caso, incontrai un fan di Hammill che lavorava al negozio HMV di Oxford Street a Londra – sappi che io comprai il primo album dei Van Der Graaf Generator nel lontano 1969 – e il tizio mi portò diretto a un concerto in solo di Peter qualche giorno più tardi ad Aylesbury. Da quelle parti avevo un amico, Peter Frame, il direttore di ZigZag, una fantastica fanzine rock dell’epoca, che mi invitò a stare da lui e, insieme, andammo a vedere lo spettacolo al Friar’s Club. Peter era davvero in forma splendida, e appena finita l’esibizione ho avuto il piacere di intervistarlo – siamo diventati amici all’istante. Molti anni dopo, siamo diventati amici anche in Twitter e gli ho suggerito che potevamo collaborare a qualcosa: la sua risposta è stata entusiastica. Ecco come il tutto è nato. Ti posso dire che abbiamo molte cose in comune, musicalmente parlando.

Gary Lucas con Peter Hammill.
Gary Lucas con Peter Hammill.

Abbiamo già menzionato Captain Beefheart – come sei entrato in contatto con lui? Suppongo che tu fossi già un fan della Magic Band…

Certo! E quando lo vidi suonare per la prima volta qui a New York mi sono detto: «Dovessi fare qualcosa nella musica, devo suonare per forza con questo tizio!». Attrazione fatale, si chiama. La mia prima volta che ci parlai fu per un’intervista alla stazione radio dell’università di Yale, la WYBC, giusto pochi mesi dopo quel concerto. Una cosa tirò l’altra, ci vollero alcuni anni, ma il mio obbiettivo era quello: suonare con lui. E così fu dal 1979 finché non sì ritirò nel 1982.

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Dopo che Beefheart si ritirò, siete rimasti in contatto? Noto dal tuo profilo Facebook che sei un grande fan delle sue pitture…

Dopo il suo ritiro, comunque passai un altro anno e mezzo con lui, anche se era chiaro che non voleva più fare musica bensì concentrarsi sulla sua pittura. Il nostro sodalizio, ufficialmente, finì nel 1984, siccome la mia idea era quella di stargli accanto come musicista e non come addetto alle sue pubbliche relazioni nel mondo dell’arte visiva. Se lui avesse voluto incidere un altro disco, come la Virgin premeva che facesse, sarei sicuramente stato con lui – nessun dubbio in proposito.

Tu hai raccontato in modo dettagliato sia in interviste sia nel tuo ottimo libro Touched By Grace-My Music With Jeff Buckley a proposito della tua amicizia con Jeff Buckley. Chiaramente non voglio farti di ripetere tutto per l’ennesima volta ma una curiosità ce l’ho: cosa ne pensi di come è stata trattata la sua eredità artistica dopo la sua scomparsa? Condividi la messe di pubblicazioni che vi sono state in questi vent’anni?

La verità è che non conosco così bene le pubblicazioni dopo la sua morte, con l’eccezione del materiale dove sono direttamente coinvolto. Con onestà ti dico che non ho commenti da fare.

Gary Lucas con Captain Beefheart

Gary Lucas con Captain Beefheart

Nel 2012 sei stato ritratto nel film su Tim e Jeff Buckley, Greetings From Tim Buckley – ti è piaciuto, sia il film sia come l’attore ti ha interpretato?

Penso che il film fosse un riuscito ritratto impressionista di primi giorni a New York di Jeff, raccontato con sensibilità dal regista Dan Algrant. Penso che Penn Badgley abbia fatto un eccellente lavoro nell’impersonare Jeff – come del resto la parte di Imogen Poots credo sia stata fenomenale. Io ero consulente e del film, e ti garantisco che alcuni giorni Penn era così dentro nel ruolo di Jeff che davvero mi faceva quasi paura: credo che davvero abbia catturato la sua aura.

Ti infastidisce che il 90% delle volte i media, quando parlano di te, dicono sempre “quello che che ha collaborato con Beefheart e Jeff”? Dico, tu hai una discografia veramente ampia e di grande livello, che certamente meriterebbe ben più attenzione…

Sì, qualche volta accade, è innegabile. Semplicemente faccio quello che faccio fregandome, pubblicando nuovi lavori facendo quanti più possibili concerti riesco a fare. Sai, finora ho suonato in oltre quaranta paesi, compresi diversi dove artisti americani non sono mai stati come India, Cina, Cuba, Marocco, Brasile, Corea del Sud e così via. Con tutto questo riesco a vivere dignitosamente, che è certamente di più del 98% dei musicisti che tentano di farlo, sfortunatamente.

Gary Lucas con Jeff Buckley.
Gary Lucas con Jeff Buckley.

Una fortissima curiosità che ho: dov’è finita Mary Margaret O’Hara? L’adoro sebbene sia decisamente erratica, artisticamente parlando. Tu l’hai avuta nei tuoi dischi…

Mary Margaret O’Hara è un genio, certo! L’ho rivista un paio di anni fa al festival pop di Montreal in Canada, dove lei prese parte al mio simposio su Captain Beefheart – che fu fatto in un emporio d’intrattenimento per adulti, più prosaicamente un cinema porno – e non fu una mia idea! Credo che la ragione principale per cui Mary Margaret sia così low profile in questi anni è che che, sebbene sia l’artista brillante che conosciamo, ella è anche molto timida e reclusa. Credo anche che Mary Margaret con sia molto a suo agio con l’attività frenetica che comporta il music business specie contando quanto gli sforzi non siano retribuiti come dovrebbero, finanziariamente parlando. È un vero peccato ma anche comprensibile, dal suo punto di vista.

Tu hai diversi legami artistici con l’Italia: per esempio, con Vinicio Capossela, con cui hai suonato alcune volte dal vivo, e con Alessio Franchini, con il quale hai realizzato uno splendido spettacolo su Jeff Buckley. Cosa ti piace di loro?

Sono entrambi delle voci artistiche fresche e che ammiro, possiedono tanta positiva energia e un approccio visionario alla musica. Come non amarli?! E ti confesso che sono un grande fan anche di Paolo Conte e di Enrico Ruggeri! Molti musicisti italiani che conosco sono eccellenti! La mia esperienza è che tutti loro trasmettono una sensazione piena di sentimento in tutto ciò che fanno. Puoi dirlo forte, sono Italia-ofilo!

Gary Lucas con Vinicio Capossela.
Gary Lucas con Vinicio Capossela.

Per concludere: cosa porterà il futuro per Gary Lucas, quali sono i tuoi prossimi progetti?

Giusto ieri ho concluso un disco intitolato The World Of Captain Beefheart dov’è coinvolta Nona Hendryx (ex Labelle ed ex collaboratrice dei Talking Heads, NdR). Poi sono impegnato nell’assemblare The Edge Of Heaven Vol. 2, raccolta di canzoni cinesi degli anni Trenta interpretate da artisti americani di area folk, roots e blues, come fu peraltro il mio originale The Edge Of Heaven del 2001, che peraltro finora è il disco di maggior successo commerciale che finora ho pubblicato. Il nuovo volume lo sto facendo con Feifei Yang, virtuoso di erhu e fantastico cantante di origine cinese. Pertanto, rimanete sintonizzati!

CICO CASARTELLI

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