Ryan Mendoza, Work in progress, 2013
Ryan Mendoza, Work in progress, 2013
Ryan Mendoza, Work in progress, 2013

Cosa accomuna Napoli a Berlino? Provate a immaginare. Niente. Due filosofie di vita diametralmente opposte. La poesia e la vivacità partenopea contro lo sturm und drang e il grigiore teutonico. Il caos e lo spirito di sopportazione napoletano in opposizione al gusto per l’ordine e alla praticità della vita berlinese. Luoghi comuni, vero. Ma in fondo, chi può smentirli?

Ryan Mendoza, artista newyorkese che da vent’anni vive tra queste due città, incarna proprio un incontro tra due opposti, una creatività (e un carattere!) esplosiva che si esprime attraverso la lentezza meditativa della pittura. Un Vesuvio trapiantato nella valle dello Spree, per intenderci – un nonsense che funziona benissimo ed è estremamente affascinante.

Negli spazi espositivi del nuovo centro culturale bolognese ABC (via Farini 30) da venerdì 29 novembre è di scena Chromophobia, un progetto complesso, che racchiude in sé le ultime riflessioni sulla vita e sul percorso artistico di Ryan Mendoza, articolato tra arti visive, letteratura, musica e performance.

Ed è soprattutto una profonda riflessione sul senso delle differenze, come ci spiega lo stesso Mendoza “La parola chromophobia ha un significato ampio per me. In sé, la paura è un sentimento strano, ambiguo. In un certo senso, essa deriva dall’amore. Se hai paura di tagliarti un dito è perché tu ami quel dito. Così come se hai paura di perdere qualcuno. Ma dalla paura nasce anche un sentimento profondo com’è l’odio, che genera il razzismo. Ed è per questo che la fobia del colore è per me simbolo di una fobia più grande nei confronti delle differenze, che poi diventa una vera e propria omofobia.” E il razzismo, la censura del diverso, sono temi cari per l’artista, basta pensare all’azione performativa More Pussy for Putin, in solidarietà al gruppo delle Pussy Riot, che gli è valsa uno stato di fermo per qualche ora per disturbo alla quiete pubblica. “Io sono americano – continua Mendoza – e conosco un razzismo diverso da quello europeo, più violento. Noi siamo colpevoli di un vero e proprio genocidio nei confronti dei nativi, e poi abbiamo conosciuto la schiavitù degli afroamericani. Una questione, in fondo, che non abbiamo mai superato. Dopo l’emancipazione degli schiavi, lo stato americano ha introdotto un sistema di lavori forzati per i detenuti. Il concetto stesso di lavoro senza retribuzione è una forma di schiavitù che tutt’oggi è presente”.

Ryan Mendoza, Let me just fix my hair, 2013
Ryan Mendoza, Let me just fix my hair, 2013

Questo il senso forte della serie Detroit, ma spesso i suoi quadri hanno come soggetto immagini femminili che fanno poco pensare al razzismo… “Quando devi dipingere per ore e ore, e spesso per mesi o anni uno stesso soggetto, allora che valga la pena che sia una cosa che ti piaccia davvero! La bellezza, e non sono io ad averlo detto, è connessa alla verità. E io ricerco la verità attraverso quello che per me è bello”. E’ una pittura densa, corposa, fatta di prospettive stranianti e di corpi deformi, enfatizzata da un utilizzo del colore di chiara ascendenza pop. Nonostante il dichiarato interesse per l’arte senza tempo di Delacroix, Goya e Caravaggio, i riferimenti più opportuni sembrano essere di sicuro il voyerismo pittorico di Eric Fischl e le ragazzine in età pre-pubere di Nicky Hoberman. Un evento, Chromophobia, che è anche un arrivederci. Ryan Mendoza, infatti, dopo questa mostra lascia l’Europa per tornare negli Stati Uniti, dove l’attendono un progetto di residenza e una mostra personale al prestigioso MANA Contemporary di Jersey City. Da non perdere la serata finale, il 10 gennaio, in cui i Massimo Volume omaggeranno l’amico artista (Mendoza è l’autore della copertina del loro ultimo album) con un concerto sempre all’interno dello spazio ABC.

LEONARDO REGANO

29 novembre – 10 gennaio 2014, Bologna, Ryan Mendoza: Chromophobia, Abc, via Farini 30, info: abcbo.it, inaugurazione 29 novembre ore 18.30 alla presenza dell’artista

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