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Andrea Magnolini, bresciano che vive sulle colline bolognesi, è un educatore atipico, nel vasto campo delle tecnologie appropriate; laureato in Scienze dell’educazione, ha sempre affiancato l’attività di studio con lavori pratici e manuali, scoprendo e coltivando la passione per i mestieri tradizionali, lo studio della biodiversità e l’impiego di “materiali poveri”: terra cruda, legni per intrecci, calce naturale…

Da sempre interessato a “come le persone imparano”, diffonde le sue conoscenze e abilità artigianali in vari modi.Insieme a colleghi ed associazioni progetta spazi naturali di gioco per bambini, svolge attività di formazione per insegnanti e tiene corsi di manualità per adulti.

 

Forni in terra cruda, cesti, strutture in salice vivente, orti scolastici… Visto che sai fare tante cose diverse, vorrei innanzitutto chiederti: da dove hai cominciato?

 

Beh, direi che ho cominciato da una bella infanzia in campagna fra i campi e il bancone degli attrezzi che il babbo ci lasciava usare…. mi lasciava spesso sprecare centinaia di chiodi, assi, bulloni… Ricordo che già a 6 anni usavo il coltellino e costruivo archi e frecce, a 10 il trapano, a14 il flessibile. Mia madre non era apprensiva, anzi seguiva i miei progressi con celata soddisfazione.

In campo di manualità e natura, direi che le esperienze positive fatte durante l’infanzia sono lo sfondo migliore da cui partire. Anche se durante l’adolescenza non ho fatto quasi nulla a parte il manovale edile di malavoglia, quando verso i 25 anni ho ripreso a fare lavori manuali, tutte le predisposizioni sono tornate fuori.

Alla fattoria didattica Dulcamara, dove facevo attività di educazione ambientale ai bambini (e altri 6 o 7 lavori), ho poi appreso a fare intonaci naturali, il forno di terra, i primi cestini.

 

Puoi spiegarci in breve che cosa si intende con “tecnologie appropriate”?

E’ un concetto che ho respirato nel vecchio GRTA, Gruppo ricerca tecnologie appropriate, e ho capito solo 6 o 7 anni dopo.

Per tecnologia non si intende un oggetto bensì tutto il processo che l’uomo mette in atto dall’individuazione di un bisogno al modo in cui lo soddisferà. Parte dal distinguere i bisogni veri da quelli fittizi, poi c’è la ricerca delle possibili soluzioni indagando nella tradizione e nell’immaginazione; infine c’è la creazione e il successivo miglioramento dell’oggetto e dei modi con cui si utilizza.

Una forchetta è una tecnologia, un libro anche, e così via.

Fra le tecnologie, le tecnologie appropriate “sono quelle che risolvono più problemi di quelli che creano” come disse un genitore ad una conferenza. L’automobile a petrolio risolve il problema del trasporto ma apre almeno 10 questioni poco risolvibili: l’approvvigionamento del petrolio (risorsa finita),  l’inquinamento atmosferico, del suolo e delle acque , la cementificazione e l’asfalto, lo smaltimento di tutte le parti non riciclabili dell’automobile dopo 20 anni, il fatto che siano prodotte da un’oligarchia industriale che mira al profitto.

Un treno a gestione pubblica o meglio ancora una bicicletta sono senza dubbio una tecnologia più appropriata. Tutti possono imparare come usarla ed aggiustarla per il 90% delle sue parti. La durata di una buona bicicletta supera i 100 anni, non inquina mentre la si usa, ha un prezzo accessibile a tutti. I suoi componenti possono essere riciclabili al 95%.

Chiamiamo tecnologie appropriate tutte le tecnologie che socialmente migliorano le condizioni di vita della gente, economicamente usano in maniera saggia le risorse del pianeta, ecologicamente rispettano gli equilibri e le leggi della natura, politicamente decentrano fra la gente il governo della cosa pubblica.

All’Ecoistituto di Cesena queste riflessioni si facevano esattamente 30 anni fa, con un buon ventennio di anticipo rispetto alla trattazione di massa di questi argomenti.

Quello che qualifica uno stile di vita come “ecocompatibile” (come va di moda chiamarlo oggi) non è tanto l’ideologia o l’appartenenza a un movimento o a un partito, ma quello che scegli e utilizzi quotidianamente e la consapevolezza nel farlo.

 

Trasmettere agli altri queste conoscenze è una parte importante del tuo lavoro: insegnare è per te una vocazione o la risposta a una domanda sociale diffusa?

Diciamo entrambe le cose. Dopo aver costruito il primo forno in terra cruda spendendo 30 euro dissi: “Ma questa è una cosa che possono fare tutti e tutti dovrebbero conoscere”, e  negli anni mi stupii di quanta gente veniva ai corsi, ai laboratori e alle conferenze gratuite. Poi al GRTA ho imparato questo spirito “non tenere nulla per te, sperimenta e quando hai raggiunto un certo livello di saper fare, condividi e cerca di fare una rete”.

 

Come si organizza un corso o un cantiere didattico a casa propria? Che cosa si può imparare?

Dipende dal cantiere. In tutti i casi cerco di far fare la parte organizzativa a chi ospita, un po’ perché non riesco a fare tutto bene, un po’ perché la persona viene coinvolta e si rende conto del lavoro che c’è dietro, così il risultato viene apprezzato di più. Se è un corso di intreccio basta una stanza, e chi organizza partecipa gratis.

Per un forno, una stufa in muratura, o la bioedilizia ruspante, chi ospita, oltre a prendere le iscrizioni e fare un po’ di pubblicità, compra i materiali e offre vitto sobrio e un posto in tenda ai partecipanti del corso, che offrono la loro manovalanza mentre imparano. In questo modo, se tutto funziona per il verso giusto, c’è una riconoscenza reciproca: i partecipanti si sentono ospitati, e chi ospita e si tiene il forno o gli intonaci o la stufa, condividendo con loro la fatica, è grato di tutta l’energia manuale e umana che è arrivata con i partecipanti del corso.

Anche a livello economico c’è un vantaggio reciproco: chi ospita un corso di autocostruzione si ritrova dopo 2 giorni con un forno posato e finito spendendo 250 euro. Comprando un prefabbricato e facendolo montare da un professionista se ne spendono 1200-1500. Per chi viene con 90-100 fa un week end fuori casa, mangia e dorme e spende più o meno quello che avrebbe speso in trattoria 2 giorni.

 

Cittadini sensibili ai temi ambientali, fricchettoni fissati con l’autocostruzione o semplici curiosi: che cosa accomuna chi frequenta i tuoi corsi?

La cosa bella è che c’è di tutto. Tenendo dei prezzi popolari allo stesso corso c’è il direttore di banca o il prof universitario, la casalinga, il giocoliere che vive per strada con il camper e l’immancabile informatico. Credo che il bisogno che accomuna tutte queste persone sia quello di vedere un lavoro dal vivo e fare un’esperienza vera. Oggi siamo strapieni di nozioni fra libri, immagini, internet eccetera. Spesso arriva gente che dice “lo so io come si fa… l’ho visto su you tube” e in realtà di solito ha una gran confusione in testa, perché un conto è aver seguito un video, un altro è conoscere i materiali e i loro limiti, saperli maneggiare, sapersi orientare a seconda dei casi, saper aspettare ed eseguire tutte le sequenze di azioni nel giusto ordine.

Oggi nei cantieri è molto difficile entrare, nei laboratori e nelle officine pure, e gli unici lavori visibili sono quelli legati “alle carte” e al commercio, con grande danno per l’orientamento dei giovani. C’è un vuoto generazionale, alcuni dicono “ci hanno tolto la terra e l’uso delle mani e in cambio ci hanno dato i soldi”. I corsi sono un modo per mettere la testa fuori dalla porta e dare una sbirciata, per chi è digiuno della materia è come accendere un cerino nella stanza buia della conoscenza. Se va bene si torna a casa con una panoramica di un mondo sconosciuto e si fa un po’ di esperienza. Poi bisogna cominciare a sperimentare e magari trovare dei maestri da seguire.

 

Dove è possibile vedere le tue strutture in salice vivente (senza violare la proprietà privata)? Ci consigli anche qualche sito per capire meglio di che cosa si tratta?

C’è la rotonda di Savignano sul Rubicone, un Parco a Borghi (FC), una struttura in una scuola elementare a Bivio Montegelli (FC) altre si trovano nella pagina dedicata di  www.passileggerisullaterra.it

Ci sono anche siti in tedesco, inglese e spagnolo, chi ci ha insegnato (Joan Farrè) compare su www.pontdequeros.com

capannine rontagnano

 

La cesteria è una tradizione piuttosto trascurata nel nostro paese, fatta eccezione per alcune piccole realtà locali che l’hanno mantenuta e cercano di valorizzarla. Visto che per scrivere il tuo libro hai viaggiato parecchio lungo lo stivale, ci puoi segnalare qualche iniziativa interessante?

La cesteria e tutti gli altri lavori artigianali, per usare le parole di un liutaio, “sono lodati a parole e ammazzati in pratica”. Nei miei viaggi ho incontrato solo 3 cestai con una partita iva da artigiano e sono i 3 che lavorano peggio: cesti di midollino, lavori fatti in fretta. Loro sono artigiani bravissimi, ma per stare dietro al mercato e alle tasse sono costretti a correre. Basta pensare che se raccogli materiale locale non puoi scaricare nessun costo mentre se prendi del rattan del sud est asiatico hai dei costi da detrarre.

La poesia è incontrare giovani ed anziani che fanno cesti meravigliosi con materiale locale e rispettando tutti i criteri tradizionali semplicemente per il gusto di farli, per amor dell’arte… perché di cesti se ne vendono pochi…

Come iniziative ci sono alcune fiere: a Polcenigo (Pordenone), a Villanova di Bagnacavallo, ad Aosta, per chi vuole approfondire c’è www.cesteriainitalia.it

 

Il tuo lavoro sta a cavallo tra passato e futuro, tra i “mestieri che scompaiono” e le “nuove professioni” legate a scelte e stili di vita sostenibili: che cosa consigli a tutti quei giovani carini e disoccupati che cercano di inventarsi un mestiere?

Direi una bugia se annunciassi “diventa cestaio, c’è un sacco di lavoro per tutti”. In realtà, tuttavia, ho visto moltissime “professioni improbabili” e gente che riesce a mantenersi contro tutti i pronostici.

Tanti hanno iniziato e poi lasciato perdere. Secondo me vale sempre il principio secondo il quale, se scopri quello per cui sei fatto, in qualche modo funzionerà.

E’ difficile capire qual è il lavoro della tua vita (o i lavori) stando a casa su un divano aspettando che le opportunità ti bussino alla porta.

A volte non si sa assolutamente da che parte cominciare (la mia condizione di 10 anni fa).  Un indiano mi disse: “fai quello che stai facendo meglio che puoi, poi avrai un’occasione di capire meglio cosa fare e passando di esperienza in esperienza ti avvicinerai per gradi a quello che ‘vuoi fare veramente’. Se per esempio sei studente ma la scuola, in gran parte, non ti piace, prova a studiare meglio che puoi, da lì ti si presenterà un’occasione per fare qualcosa di più”. A distanza di anni mi sento di confermare in pieno queste parole e di sconsigliare lo “zapping esperienziale”, quella condizione a cui la nostra mente si sta abituando di fare 100 cose contemporaneamente (musica, teatro, studio, palestra, social network, 4 corsi al mese, lavoro ecc.) senza farne nessuna veramente.

Consiglio di fare esperienza, quindi prendersi del tempo, concedersi il “rischio” di perdere del tempo, girare, andare “a bottega”, confrontare gli stili, i metodi, gli ambienti, dare la propria disponibilità e dimostrarsi nei fatti affidabili nei confronti di chi ti insegna.

Nel frattempo è utile prendere un po’ di tempo per capire se quel mestiere, quel materiale, quella pratica fa per te. Personalmente, ancora oggi, quando imparo qualcosa, sviluppo più che altro quello che “mi intriga”, quando in qualche modo, mi sento a mio agio, a casa.

Quando voglio ricercare in un campo (tipo “il riscaldamento della casa” oppure “produrre cibo sostenibile”), una delle prime cose che faccio è capire cosa hanno fatto prima di me e chi andare a vedere chi lo fa ancora oggi. Le pratiche tradizionali per me sono una buona occasione di confronto come una grande biblioteca vivente dove ci sono le soluzioni che l’intelligenza umana ha trovato per risolvere i suoi interrogativi. Per chi si vuole indirizzare a fare “nuove professioni” (informatica, gestionale ecc), secondo me vale lo stesso discorso, dopo una breve “alfabetizzazione” è meglio fare esperienza qualche hanno in gruppi che già lavorano, piuttosto che frequentare 4 master a studiare in astratto e a fare delle simulazioni.

Durante questo periodo di pratica è importante tenersi aperte delle grandi domande senza aver troppa fretta di chiuderle: che tipo: “che mondo mi auguro e che vorrei lasciare a chi viene dopo di me”, “con chi vorrei lavorare (adulti, giovani, bambini, persone disadattate, top manager…)”, “qual è la mia dimensione di lavoro (dipendente, associato, libero professionista…)”.

Poi l’adattamento delle conoscenze tradizionali o avanguardistiche alle esigenze contemporanee verrà da sé, penso che faccia parte del dinamismo naturale della giovane generazione.

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