Luca Campestri: open studio da Alchemilla. L’intervista al curatore, Gino Gianuizzi

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Luca Campestri, installation view presso Palazzo Vizzani, sede dell'associazione Alchemilla.

L’Associazione Alchemilla apre le sue porte al pubblico per presentare il risultato della residenza di Luca Campestri (Firenze, 1999), giovane allievo dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e vincitore dell’ultima edizione del Concorso Zucchelli.  Campestri, segue Mattia Pajè e Bianca Zueneli, come artista Under 30 partecipante alla seconda edizione delle residenze-studio di Alchemilla, dedicato alle arti visive e performative.

Per parlare del progetto che sarà visibile oggi, tra le dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19, nella storica e suggestiva sede di Palazzo Vizzani, a Bologna in via Santo Stefano 43, abbiamo incontrato il curatore, Gino Gianuizzi, per approfondire con lui il progetto e per alcune considerazioni sulla attuale scena artistica.

Ci puoi raccontare nel dettaglio il progetto di Campestri per Alchemilla?

Per raccontare nel dettaglio il progetto di Luca Campestri non so fare di meglio che riprendere le sue parole, quelle che sono riportate nel comunicato della mostra.

 Il lavoro che Luca Campestri ha condotto durante i mesi di residenza si edifica attorno ad alcuni  temi, fondanti nella sua pratica, che l’ambiente fortemente connotato di Palazzo Vizzani ha  plasmato e supportato: tra di essi l’idea di spettro in quanto presenza parziale (né viva né morta), e i temi adiacenti di infestazione, coercizione ed esplorazione interiore, che fanno sì che l’esperienza  dell’open studio si conformi come l’esplorazione di un mindscape popolato di catalizzatori narrativi  frammentari. La presenza infestante – divisa tra corporeità ostile, coercitiva e lacerante, e fisicità parziale, compromessa – delle opere-ambiente fa riferimento al concetto, centrale nella sua  produzione, di hauntology. Il concetto derridiano indica la dimensione virtuale di ciò che non è più ma continua a manifestarsi nella realtà e ciò che non è ancora ma i cui effetti precedono la messa in atto: tali le modalità dell’essere hauntologico, diviso tra coazione a ripetere e disgregazione  mnemonica. L’artista ha dunque realizzato degli ambienti all’interno dei quali opere fotografiche  dotate di una presenza installativa si vincolano in maniera indissolubile alle sale di Palazzo Vizzani. 

Luca Campestri

Campestri si è inserito nelle sale di Alchemilla innestandole e legandovi le sue opere, infestandone gli spazi nel tentativo di evocare una dimensione di soglia, un’eterotopia ambigua quanto la categoria di spettro.

Posso aggiungere qualche parola sulla mia esperienza personale con Luca, che ho conosciuto nel mio corso in Accademia, un corso ‘fortunato’ quello dell’anno passato, in cui ho incontrato un piccolo gruppo di student* davvero interessanti e con i quali si è stabilito un bel rapporto di dialogo; vedo che ci sono dinamiche di collaborazione, Luca ha realizzato alcuni lavori con Matteo Lisanti; ci sono scambi; ci sono progetti condivisi e c’è un positivo confronto delle loro diverse ricerche. Io  osservo con piacere, un po’ distante, che oramai sono un po’ distante dalle ambizioni e dalle pressioni cui i giovani artisti sono sottoposti.

Luca Campestri, installation view presso Palazzo Vizzani, sede dell’associazione Alchemilla.

Ti troviamo qui come curatore di un giovanissimo talento mentre, fino al 4 ottobre, continua al MAMbo la mostra che racconta la storia di Neon.  Tra i giovani di ieri e di quelli di oggi, quali sono differenze vi trovi?  

Ho sempre avuto a che fare con artisti giovani, credo che la principale differenza stia nel fatto che prima ero altrettanto giovane poi sempre meno giovane e che nel tempo forse sia mutato più il mio atteggiamento di quanto siano cambiati i giovani artisti. In fondo loro hanno le stesse aspettative e gli stessi problemi, il panorama intorno si è un po’ modificato, possono aspirare a qualche borsa e a qualche residenza, ma la lotta per conquistare un posto nel giro buono, per arrivare a mostrare il proprio lavoro in una galleria che prospetti loro qualche possibilità di mercato quella è immutata, anzi… oggi ci sono più concorrenti. E poi la mutazione è avvenuta già da un paio di decenni con la professionalizzazione delle accademie e soprattutto con la finanziarizzazione del mercato dell’arte: gallerie-multinazionali, brandizzazione, artistar. Il resto è residuale.

Bologna oggi: nostalgia per il passato o spunti per un nuovo fermento?

Ho le mie nostalgie, per le persone e certo non per i luoghi dell’arte. Le cose scorrono, sono molto contento di avere avuto l’opportunità di vivere certe situazioni, di avere conosciuto una città tanto diversa da quella che vedo oggi. E temo che il contesto generale – mi riferisco al contesto economico, politico, culturale – non sia un terreno tanto favorevole alla germinazione di nuovi fermenti… ma anche qui si parte da lontano, da quando a tutti i livelli i termini irrinunciabili nel tentare un’impresa sono diventati business plan, budget, etc. 

Quali credi sia il modo migliore per sostenere i giovani artisti: meglio l’interesse dei privati o quello del sistema pubblico? 

Sono un sostenitore del sistema pubblico, ma mi rendo conto che se non entra in campo l’interesse dei privati (interesse significa poter trarre un qualche vantaggio) il sistema pubblico non è in grado di agire. Non va bene.

 

Sabato 10 settembre

Bologna, Associazione Alchemilla | Palazzo Vizzani, Via Santo Stefano 43. Orari: ore 10-13; 16-19 Info: info@alchemilla43.it   

 

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