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Straordinario affabulatore, Re Mida della critica d’arte sul piccolo schermo e non solo, attraverso libri, convegni e slanci salvifici politico-culturali, Philippe Daverio sembra avere trovato un passepartout (nome del programma che conduce su Rai Tre, perdonatemi il gioco al quale è impossibile sottrarsi) che gli ha conferito lo scettro di nuovo oratore dell’arte, surclassando il prototipo di urlatore sgarbiano con una piacevolezza tutta francesismi, papillon e grandeur, dove l’intellettuale si fa giullare senza dimenticare di dover essere anche un pizzico engagé. Che la forma ricopra la sostanza, allora.
Lo abbiamo intervistato di passaggio a Faenza, dove la sua Lectio Magistralis ha inaugurato l’anno accademico della scuola di design Isia, omaggiando in un urbi et orbi i tanti studenti entusiasti della presenza di Daverio, che per un’ora e mezza ha ipnotizzato la sala con la solita eloquenza ben esibita dietro i caratteristici occhiali tondi e un sorriso compiaciuto sempre pronto a sgorgare sulla platea.
Ci siamo confrontati con lui in una rocambolesca chiacchierata telefonica, nel quale l’intervistatore stava in auto a motore acceso per poter caricare il telefono jobsiano, avendo rotto il caricabatterie giapponese prestatogli dal
fido Focault e costretto così, quasi fantozzianamente a reggere una stoica conversazione col critico d’arte al ritmo dei tergicristalli in movimento.
Partirei dal rapporto tra testo e immagine, dialettica fondamentale, prendendo spunto dalla tesi di Vilém Flusser, studioso del linguaggio e della cultura, che definisce il testo un metacodice dell’immagine, chiedendole se l’opera d’arte abbia bisogno di testi per essere compresa.
«È una balla. Le immagini che hanno bisogno di un testo non sono immagini. Solo la povertà dell’arte contemporanea richiede l’aggiunta di un testo. La Cappella Sistina non ha bisogno di un testo che ne spieghi la bellezza».
In Perché non starnutire, Rose Sélavy?, opera di Marchel Duchamp del 1964, sembra a mio avviso intravedersi un nuovo modo di percezione dell’oggetto artistico, dove in un qualche modo le avanguardie di inizi Novecento hanno spianato la strada all’arte contemporanea di Damien Hirst e al suo concetto di morte in formaldeide…
«Duchamp è un artista duplice. Ha una sua realtà concreta, oggettiva e goliardica con la quale rompe gli equilibri del XIX secolo e li conclude in una battuta iconoclasta, così come Jarry conclude il culto teatrale e le Gymnopédies di Erik Satie concludono l’estetica musicale. Duchamp invece, per l’ambiguità viene interpretato dagli altri in modo fuorviante. Ambiguità che lui ha sempre alimentato. Damien Hirst è arte pubblicitaria fabbricata a Londra da Charles Saatchi. Questo non toglie talento a Hirst, che è in grado di usare oggetti brillanti e intelligenti».
Sappiamo che ha in progetto di restaurare Palazzo San Giacomo a Russi, già Sgarbi se ne era fatto paladino. A che punto sono i lavori?
«Non ho mai parlato di restaurare, non ho una ditta d’imprese e neppure soldi. Dobbiamo capire che destino gli si può dare, in questo senso andranno valutate le risorse a disposizione».
Lei è promotore del progetto Save Italy per difendere il patrimonio e il paesaggio storico dell’Italia. In una delle puntate del Capitale (programma condotto da Daverio), ha affermato: «C’era una volta l’Italia, era molto bella, ma molto povera. Oggi è molto meno povera ed è molto meno bella». Possiamo immaginare un futuro dove il nostro Paese torni ad essere più bello e rimanga agiato?
«È una scommessa, bisogna applicarsi tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica e dare suggerimenti. La mia presenza oggi a Faenza va in questa direzione. Salvaguardia del restauro del paesaggio, perché qui bisogna rifare il Paese e occorre un programma ben definito, ma per farlo dovrei avere il potere che non ho. Togliamo le porcherie dove possiamo e costruiamo con più ordine in luoghi adatti alla costruzione, con delle estetiche che permettano una durevolezza maggiore. Un esempio formidabile sarebbe affrontare il paesaggio emiliano dopo il sisma, e ridisegnare la nostra Italia».
Vive a Milano, ma spesso si è trovato a frequentare l’Emilia Romagna. Vittoria Cappelli a Bologna ha prodotto Passepartout, ora il suo nuovo programma Capitale: è un caso o un incontro d’amorosi sensi?
«Sono vent’anni che frequento questa città, dove ho lavorato molto con Vittoria e la Cassa di Risparmio di Bologna. Bologna mi è molto simpatica; mi piace la via Emilia, da Piacenza a Rimini e la sua capacità di far incontrare popoli  diversi nella stessa cantilena, unendo la passione del castrato a quella del maiale, poi l’emilianità di costruire cose  inattese con dei mattoni in un territorio senza rocce».
Se dovesse stilare una classifica delle meraviglie storico artistiche della nostra regione, cosa metterebbe ai primi tre
posti?
«Non ha una domanda di riserva…?».
Volendo sì, ma si fidi perderemmo tutto il pomeriggio…
«Tutto, dai porticati di Bologna alla Rocca di San Leo».

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Philippe Daverio al Treptower park di Berlino
e, qui a destra, durante la Lectio Magistralis all’Isia di Faenza

 

Ringrazio Philippe Daverio e premo il tasto rosso. Avrei potuto tenerlo al telefono qualche ora, poi avrei dovuto tagliare tutta l’intervista come al solito, perché le battute a disposizione non bastano mai quando si ha a che fare con persone come lui. Penso di aver consumato un deca di benzina, come si diceva negli anni Novanta. Intanto qualcosa che assomiglia a neve inizia a posarsi delicatamente sul parabrezza dell’auto. Un anziano signore bussa al mio finestrino e chiede: «Tutto bene lì dentro?», «Perché mi sta facendo questa domanda?» e lui con occhi ambigui, «È un po’
che osservo la sua auto accesa, non vorrà mica uccidersi, vero?».
Lo guardo indeciso se mettermi a ridere o ringraziarlo, poi dico «Sa che in Messico usano un proverbio che recita così: Il troppo caldo trasforma i cani in lupi».
Mi guarda, e dice: «Ma sta nevicando qui!».
«Appunto, perché non starnutire allora?».

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