ita-testoIl direttore della banca fu chiaro: «Rambaldi, le concediamo il prestito perché sappiamo chi è. Perché la conosciamo da trent’anni e siamo certi della sua onorabilità. Ma le confesso che non abbiamo capito nulla di quel che vuol fare con questi soldi».

Aveva già sentito questo ritornello altre volte, dopo ore e ore di estenuante anticamera. Aveva sorriso. Non si era mai arreso. A Ravenna, la sua città natale, gli avevano chiuso ogni porta. Si era quindi rivolto a Rimini, dove la porta la lasciarono accostata: in quella che allora era piena campagna esisteva un terreno marginale, al Comune non interessava e dunque lo concesse senza fare troppe storie. Ma arrivò il momento del rilascio della licenza. Arrivò il momento di capire.

Alla fine degli anni ’60 non esistevano i parchi tematici. Non esisteva nemmeno il concetto di parco tematico. Dopotutto carri armati e bombardieri avevano smesso di tuonare da una generazione appena. Così a cantare il ritornello questa volta fu l’intero Consiglio comunale di Rimini: «Rambaldi, ci scusi, ma davvero non capiamo cos’ha in mente di fare su quell’area». Stanco di spiegare, stavolta Ivo Rambaldi chiede dieci minuti di pazienza ed esce. Monta sul suo apecar e dopo poco fa ritorno in piazza Cavour con a bordo la prima delle miniature costruite: Sant’Apollinare in Classe. Fa scendere a colpi di clacson l’intera Assemblea. «Ecco quello che voglio fare. Un parco pieno di piante e monumenti come questo. Monumenti dell’Italia intera». Tutti restano a bocca aperta. Comincia l’avventura dell’Italia in Miniatura.

 

«QUI NON MI DIVERTO»

A monte di quel sospirato via libera c’è però una serie di scelte tra il coraggioso e l’incosciente. Una sottile linea rossa che Rambaldi non avrebbe alcun bisogno di percorrere. Nato nel 1920, Ivo ha solo 14 anni quando il fratello maggiore gli lascia in gestione l’azienda di idraulica per andarsene in Africa a cercare l’oro. Quando, dopo due anni, questi fa ritorno, i quattro dipendenti che aveva lasciato sono diventati otto. Nel Dopoguerra Ravenna è una città quasi interamente da ricostruire, il lavoro abbonda e l’azienda di termosanitari cresce fino a toccare i 50 dipendenti. A 45 anni Ivo Rambaldi si è costruito praticamente dal nulla una solida posizione. Perché rischiare tutto per inseguire un sogno che pare irrealizzabile? Semplice: «Qui non mi diverto», confida parlando della sua impresa.

Nel ’65, visitando la Svizzera in miniatura, il parco di Melida, arriva la folgorazione. Antonella Bianchi, addetta stampa del parco riminese, sorride: «Credo abbia pensato Se con due baite e quattro mucche esce fuori una cosa tanto bella, figuriamoci cosa si può fare coi monumenti del più bel Paese del mondo…». Il caparbio romagnolo vende l’azienda e si tuffa anima e corpo in questa nuova impresa: si circonda di uno staff formato da 14 tecnici, due geometri e quattro professori. Percorre 27mila chilometri in giro per l’Italia scattando più di seimila fotografie e raccogliendo tutti i progetti originali che può. Tuttavia non sempre è possibile reperirli: in alcuni casi non esistono disegni, in altri, per ottenerli, ci si scontrerebbe con lungaggini burocratiche che Rambaldi ormai non sopporta più. Così, per ottenere le misure che servono, la task force si arma di metro e taccuino. Oppure ricorre ad uno stratagemma tanto empirico quanto geniale: un particolare allora diventa alto fino al mio naso, una distanza è quantificata in 100 dei miei passi. «Spesso noi tecnici – racconta Sergio Fabbri, il primo miniaturista del parco – al momento di quotare i disegni in scala dovevamo letteralmente tradurre gli appunti di Rambaldi e, come fossimo dei sarti, gli prendevamo le misure».

Non mancano episodi curiosi, come quando la squadra di misuratori si finse composta da tecnici comunali per misurare, gambe a mollo, la magnificenza di Fontana di Trevi.

 

MONUMENTI O MONOLOCALI?

Tre anni e 300 milioni di lire più tardi giunge l’inaugurazione dell’Italia in Miniatura. È il 4 luglio del 1970. L’ingresso costa 400 lire per gli adulti e 200 per i bambini. L’unico inconveniente all’esordio riguarda il trenino per visitatori che attraversa il ministivale: il convoglio inopinatamente deraglia e a farne le spese con un polso rotto è Silvia una delle figlie di Rambaldi che, insieme ai fratelli Paolo, Lisa e Ivana raccoglierà più tardi il testimone del padre nella conduzione del parco.

Nei quarant’anni successivi saranno oltre 30 milioni i visitatori della struttura. E nonostante i continui aggiornamenti della proposta (gli investimenti nell’ultimo lustro ammontano a 9 milioni di euro) sono sempre loro il pezzo forte: le 272 miniature. Le prime cinquanta erano in scala 1:25 ma presto ci si accorse che lo spazio non sarebbe stato sufficiente e così si ridusse ad 1:50. Nel tempo la tecnica per fabbricarle si è evoluta, ma la maestria di chi lavora ai minimonumenti è sempre fondamentale. Basti pensare che per costruire il Duomo di Milano (davvero magnifico) si sono rese necessarie 6mila ore di lavoro, per Piazza dei Miracoli quattro persone hanno operato ininterrottamente per sei mesi, sei persone per mezzo anno si sono invece dedicate alla Basilica di San Pietro.

A tutto questo vanno aggiunte le incessanti manutenzioni periodiche. Essendo un parco all’aperto infatti, le costruzioni devono fare i conti con il meteo: ghiaccio invernale e solleone estivo non fanno sconti e dunque anche la scelta dei materiali da costruzione è stata meticolosa. Scartato il legno (eccessivamente deperibile), plastica e metalli (giudicati inespressivi) ci si orientò sul poliuretano prima di constatare che le anatre amavano sbocconcellarlo… La spuntò, in ultimo, la schiuma di resina, composto che offre lavorabilità, resistenza e un’ottima performance estetica.

Il risultato è da lasciare a bocca aperta: passeggiando sugli 85mila metri quadri del parco bisogna continuamente sforzarsi di ricordare che si tratta di riproduzioni e non degli originali. Assolutamente stupefacente la resa scenica del Canal Grande di Venezia in scala 1:5. Dunque lascia stupiti, ma fino a un certo punto, scoprire che la realizzazione di ogni monumento «ha un costo finale simile a quello di un monolocale».

 

COMPARSE DA OSCAR

Per la riuscita scenografica del tutto sono fondamentali i contorni. Quelli visibili, come i 5mila veri alberi in miniatura. E quelli nascosti agli occhi. «La gente ignora quanta tecnologia serve per far funzionare il parco». A parlare è Russel Bekins, californiano con esperienze lavorative nell’indotto degli Studios a Hollywood, e oggi una delle menti che partorisce le novità dell’Italia in Miniatura. «Basta prendere i treni che percorrono lo stivale: sono 17 convogli con un’unica rete ferroviaria ma non si scontrano mai (capolinea a Stazione Termini, of course, ndr)». In principio vennero usati i trenini elettrici che si trovavano in commercio, ma finivano k.o. dopo un giorno soltanto. Allora si cominciò a produrre in casa anche quelli: oggi ognuno è in grado di percorrere 5.000 km senza intoppi (Trenitalia prenda nota). Tra le novità in arrivo c’è l’Alta Velocità, che chiaramente andrà più forte dei normali convogli.

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