Savages
Savages

Giovedì

Il sole che mi accoglie all’ingresso del Parco del Forum, dove è già iniziata l’edizione 2013 del Primavera Sound Festival di Barcellona, illumina un infinito serpentone umano tanto disordinato quanto educato intento a cambiare la prevendita col biglietto d’ingresso.

Temo di perdere il set delle Savages previsto per le 19,30 ma per fortuna sbrigo appena in tempo le procedure un po’ troppo burocratiche e disorganizzate. All’arrivo al Pitchfork Stage il colpo d’occhio è folgorante: il palco è sul mare, il sole batte ancora alto e il contrasto con l’immagine total dark delle londinesi rende tutto più emozionante. Nella loro musica niente di sorprendente, rifanno Siouxsie e Ian Curtis, si sapeva e va bene così. Gemma Thompson dirige tutto con la sua chitarra post-wave che però muore a metà del set, spezzando l’esibizione che procede per venti minuti abbondanti solo con basso e batteria. Quando, dopo troppo tempo, tutto torna alla normalità rimane solo il tempo per la loro hit “Husbands” e per chiedersi quanta vita avrà il loro progetto.

Tame Impala
Tame Impala

Alle 20.30 corro all’Heineken stage, sul quale stanno salendo un tramonto meraviglioso e i Tame Impala. Poco da dire, incantano 100.000 persone e sin dalla prime note si ha la sensazione che vinceranno la palma di migliore esibizione dell’intero festival. Sarà così infatti. Psichedelia sognante e attitudine da cameretta. Splendidi.

Terminato il set degli australiani cambio ancora stage per vedere i Dinosaur Jr. celebrare il grunge dei ’90 più genuino e meno spocchioso. Il live scivola via velocissimo tra classiconi e l’immancabile cover troncata di “Just Like Heaven”. Sempre godibilissimi. Sull’ultima nota sono già al palco Ray-Ban, dove i Deerhunter cominciano una sorta di tour interno al Primavera Festival visto che suoneranno tutte le sere per coprire defezioni varie. Bradford Cox si presenta vestito da donna e dal peso apparente di venti chili o poco più. Brutto, presuntuoso e antipatico, ma il loro set è comunque da promuovere potendo spaziare in una produzione discografica ormai decennale.

Torno al palco Primavera per gli attesissimi Grizzly Bear che mi confermano l’impressione trasmessa su disco: sono di una noia mortale.

Alla fine della prima giornata fondamentalmente mi sono chiare tre cose: i concerti sono tutti puntualissimi e spaccano il secondo, le distanze tra i palchi sono esagerate, i distributori di birra Heineken ambulanti sono dei truffatori. Ne starò alla larga per il resto del Festival.

Venerdì

Questa volta ad accogliermi al Forum è un vento tagliente e costante, mi rendo subito conto che sarà impresa ardua resistere fino a notte. Tento l’ingresso all’Auditorium Rockdelux, che tra l’altro è l’unico al chiuso, per Daniel Johnston. Idea che ovviamente hanno avuto tutti gli altri 150.000 presenti che stanno dando vita ad una coda senza inizio né fine. Rinuncio e mi vesto di campanilismo andando a vedere Honeybird & the Birdies, uno dei tre gruppi italiani in cartellone. Graziosissimi, tengono un centinaio di persone sotto un palco sfigatissimo, esposto al vento gelido e, non bastasse, agli spruzzi delle onde che si abbattono minacciose sugli scogli. La solarità e i colori del gruppo fanno dimenticare per mezz’ora il clima invernale che si avvicina. Vado poi al palco principale per un gruppo atteso da molti: i Django Django. Per i miei gusti davvero troppo pulitini e fighetti, con le loro camicie su misura e a stessa fantasia. Scappo a gambe levate verso il palco dove suoneranno le Breeders. Manca mezz’ora abbondante all’inizio del loro concerto e, sorpresa! Kim Deal è ancora sul palco per il sound-check, a un metro dagli spettatori che già occupano le prime file. Sorride a tutti, sembra la sorella maggiore che ognuno ha sempre sognato di avere. Iniziano la loro esibizione alle 21.30 spaccate. Niente fronzoli, vestite a caso, si divertono davvero. Il set prevede l’esecuzione di tutto “Last Splash”, il loro capolavoro del 1993, ma la scaletta termina con qualche minuto di anticipo. Loro però non ci pensano minimamente a scendere dal palco. Altri tre pezzi non previsti più una cover dei Guided By Voices e “Happiness is a Warm Gun” dei Beatles. Insomma alla fine devono farle scendere dal palco a forza. Meravigliose!

Jesus & Mari Chain
Jesus & Mari Chain

Col sorriso di Kim ancora negli occhi corro all’Heineken stage per uno dei gruppi che avevo nel mirino da febbraio: i Jesus & Mary Chain. Unici a concedersi qualche minuto di ritardo, vivono un po’ troppo sulla loro leggenda. Jim Reid è troppo scarico nel ruolo di frontman, mentre il gruppo appare e suona troppo pulito per chi ha fatto del feedback sporco e malato il proprio biglietto da visita. Set non troppo esaltante e mancante di un paio di pezzi fondamentali. Un’apparizione di Hope Sandoval tanto nostalgica quanto prescindibile completa il quadro. Insomma, la delusione del festival.

Terminato lo show degli scozzesi il pubblico non si sposta da sotto il palco nonostante manchi un’ora abbondante al prossimo concerto, che infatti è quello del gruppo di punta della serata: i Blur di Damon Albarn.

La gente quasi si accascia su se stessa per combattere attesa e freddo. Improvvisamente una sferragliata di chitarra squarcia l’aria: a sorpresa, e fuori da tutti i programmi, sul terrazzo che separa l’Atp stage dal palco principale, stanno suonando i Wedding Present. Tre pezzi veloci e tirati che riscaldano la platea: è una festa.

Allo scoccare dell’1.30, nemmeno si ha il tempo di vedere salire sul palco il gruppo da tutti atteso che il riff di “Girls & Boys” avvolge l’intero piazzale. 150.000 persone urlanti e saltellanti rischiano di far crollare l’intero Parc del Forum. Damon Albarn, sparato nei megaschermi, appare molto tirato in viso. Poi lungo la scaletta che non dimentica nessuna hit (e sono davvero tante!), si scioglie in un sorriso che non lascerà più, tanto da cimentarsi in un coraggiosissimo stage-diving cantando buona parte del set in mezzo al pubblico. Sul palco, oltre ai quattro della band, un coro gospel e un set di fiati riarrangiano vecchi e nuovi successi confermando, se ce ne fosse bisogno, che questi ragazzotti inglesi hanno stravinto la sfida col tempo. Entrano nella storia del rock e ci rimangono, ed è giusto così.

Rimane solo il tempo per passare davanti al Primavera stage per l’inizio del set dei Knife, ma l’arpa che introduce lo show non è esattamente l’esca per tenermi sotto il loro palco alle 4 di notte e con pochi gradi sopra lo zero termico.

Sabato

Nick cave
Nick Cave

Dopo il sole di giovedì e il freddo imprevisto di ieri quello che salta agli occhi è l’abbigliamento del pubblico al Forum: colbacchi e piumini hanno preso il posto di magliette e sandali. A fine maggio! A Barcellona!

Il termometro dice 4-5 gradi già nelle prime ore della sera e sono tanti gli interventi della croce rossa per  scongiurare collassi da ipotermia. Almeno la pioggia non cade, ma resistere è davvero un’impresa ardua, che diventa pressoché impossibile nei pressi dei palchi in riva al mare. Sopra uno di questi i Dead Can Dance stanno celebrando il loro mito, con un set ipnotico e grandioso, davanti a un pubblico davvero coraggioso. Io cerco un po’ di tepore al palco Primavera, che è il più coperto dal vento, in tempo per vedere salire i Wu-Tang Clan, a cui la gente chiede all’unisono una cosa sola: fargli muovere il culo. E così sarà per tutta la durata della loro esibizione.

Dead Can DanceMi sposto verso il palco principale per l’esibizione di Nick Cave, soffermandomi lungo il cammino all’Atp stage per gli ultimi tre pezzi degli Thee Oh Sees, che confermano la loro poca originalità unita comunque ad una buona qualità.

Il re inchiostro invece ci mette pochi attimi a dichiarare che vuole lasciare il segno qui a Barcellona. Scuro nei capelli come nel suono, sfodera un set grandioso con qualche invettiva al palco a fianco dove i Meat Puppets fanno, secondo lui, troppo casino. Nuove ballads e pezzi storici come “From Her to Eternity” e “Wipping Song” costruiscono una scaletta pensata per far spellare le mani ai fans. Lo show termina in un tripudio del pubblico a cui anche Nick vuole prendere parte, tuffandosi letteralmente nelle prime file. Tanto di cappello.

My Bloody Valentine
My Bloody Valentine

Raccolgo le ultime forze per tornare al palco principale dove alle 2.30 è previsto il concerto dei redivivi My Bloody Valentine, una delle attrazioni principali dell’intero festival. Sotto il palco molta meno gente del previsto, un po’ perché in tanti hanno ceduto, un po’ perché i Crystal Castles stanno facendo un tutto esaurito imprevisto al Ray-Ban stage. Gli irlandesi comunque non si fanno problemi né domande e quando attaccano i jack agli amplificatori esce tutto il muro di suono che avevano chiuso in soffitta vent’anni fa. Kevin e Bilinda cambiano una chitarra per canzone, tutte Fender, tutte stilosissime. La Butcher è eterea, non muove mai i piedi da dove li ha piantati, sembra di un altro mondo e in pochi attimi fa innamorare tutta la platea. Un set in cui c’è tanto del passato, col pubblico che balla e diventa protagonista sugli schermi giganti. Chiudono con una “You Made Me Realise” che dura venti minuti e smuove i sismografi di tutta Barcellona e dintorni. Sono le 4 e ad occhio siamo sottozero. È ormai impossibile resistere per il resto del programma che comunque prevede musica fino al mattino. Per noi l’appuntamento col Primavera è per il 2014.

Se gli organizzatori vedranno bene di programmarlo ad agosto.

 

 

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