tre-allegri-ragazzi-morti-jovanotti-concerti-stadi-dateInizio questa intervista con un sms a Davide Toffolo, leader dei Tre Allegri Ragazzi Morti, per informarlo che, fra non molto, lo disturberò con le mie domande da curiosona, mentre cerco di smaltire i postumi di un’influenza che mi trascino da un po’. «Sono malato ma proviamo» risponde. Benissimo. Chiamo con un po’ di foga e un bel colpo di tosse secca rompe il ghiaccio e ci fa trovare un terreno comune: il raffreddore. Spiego subito che l’intervista ha per tema la novità delle ultime settimane, ovvero la partecipazione dei Tre allegri al tour di Jovanotti in alcuni stadi italiani, un fenomeno che non avrebbe niente di strano, se non per il fatto che in Italia queste cose non succedono e, generalmente, musica indie e musica main stream stanno lontane, quasi per non contagiarsi, come noi poveri raffreddati.

Come è avvenuto l’incontro con Jovanotti?

«Ci ha fatto il filo per un po’ di tempo, dimostrando il suo apprezzamento attraverso questo corteggiamento cominciato due anni fa, ma ai tempi avevamo appena registrato un album e non siamo riusciti a seguirlo».

Quindi mi stai dicendo che Jovanotti è un vostro fan?

«Questo ha detto! Ci ha sempre seguito, in particolare apprezza i nostri ultimi lavori e ci ha fatto buona pubblicità, dicendo che la nostra musica è buona… Io l’ho sempre pensato!».

E invece voi cosa pensate della musica di Jovanotti?

«Della sua musica apprezzo la ricerca e l’attitudine al cambiamento e questa cosa lo avvicina a noi, chiaramente ha un altro tipo di pubblico ma il suo amore per la musica è evidentissimo. Sono molto curioso di vederlo dal vivo, ma so che l’impatto dei suoi live è molto forte».

Che cosa ti aspetti da questa collaborazione?

«Non lo so di preciso, è una specie di avventura anche per noi, la sfida è quella di portare la nostra musica a molta gente che non la conosce. Mi hanno detto che il pubblico di Jovanotti, a differenza di altri, è molto disponibile perché gli assomiglia un po’, perciò non avremo problemi di sputi e insulti… Di sicuro sarà un’esperienza potente per noi e anche per il pubblico, credo. Alcuni nostri fan affermano che la nostra musica e in particolare i nostri testi potrebbero fare bene a un pubblico più generalista».

Avendo seguito un sacco di vostri concerti ho notato che il pubblico dei Tre allegri ragazzi morti cambia molto spesso: la decisione di andare incontro ad un pubblico più vasto è stata presa in base a questo ricambio anche generazionale tra i seguaci della band?

«Il pubblico che incontriamo è il risultato di quello che facciamo. È la gente che ti porta a fare altre cose. È vero che noi abbiamo avuto un ricambio di pubblico molto forte da sempre, ci sono sempre ragazzi giovani che si aggiungono oltre a quelli che continuano a seguirci da anni, è stata sempre la nostra particolarità e per noi è un bene non cristallizzare il pubblico in un’unica generazione. Sicuramente la natura di quello che facciamo aggrega le persone, perciò questa opportunità di raggiungere gli stadi è una cosa estrema, è un regalo che un grande artista italiano ha fatto a noi dicendoci Ok, io vi offro il mio pubblico, fategli sentire quello che fate. Per la musica indipendente la possibilità di avere una visibilità così alta è un’occasione eccezionale. I media tradizionali sono molto refrattari alla indie un po’ perché si parla di un contesto economico completamente differente, un po’ perché la qualità della comunicazione è diversa. Questa dunque è una grande possibilità: a un nostro concerto ci possono essere 1000 persone, in un concerto allo stadio 50.000».

Cosa pensi della musica main stream in Italia oggi?

«La maggior parte della musica prodotta è di consumo e nient’altro. Poi ci sono artisti enormi come Jovanotti che da 25 anni sono diventati parte all’immaginario collettivo italiano. Insomma non parliamo della solita canzoncina di tappezzeria della stagione. Per quanto riguarda noi, rimaniamo un’altra cosa. Non andiamo lì per diventare main stream, ma per portare un valore aggiunto. Da una parte c’è questo regalo, dall’altra vogliamo ribadire che anche la musica indipendente ha rispetto per un grande artista come Jovanotti, uno che ha scelto la musica come veicolo espressivo, quando avrebbe potuto scegliere la televisione, per esempio».

Se posso aggiungere, questa opportunità la state dando anche voi a noi pubblico. Specialmente in un contesto dove i gusti e le preferenze sono molto indirizzati dai media…

«Infatti il discorso è proprio questo, lo scambio è sicuramente alla pari, noi abbiamo questa bella possibilità, mentre Jovanotti ha la possibilità di avere un gruppo che effettivamente èfigo!».

Parlando di indie vs main stream, anche in rapporto all’etichetta La Tempesta fondata dal bassista Enrico Molteni che è ora l’etichetta indie più famosa in Italia, come vedete il panorama dell’industria musicale in Italia?

«Sicuramente in questi anni conLa Tempestaabbiamo avuto la possibilità di far incontrare alcuni artisti che per noi erano validi al loro pubblico. Tutto questo anche se non possiamo permetterci grandi investimenti. Nonostante ciò non ho mai pensato a La Tempesta come ripiego ad una situazione difficile, ho sempre pensato che fosse la cosa più bella che si potesse fare. Le persone continuano ad avere bisogno di musica e quando pensi che sia tutto fermo arriva sempre qualcuno a rimettere in gioco la palla».

Ho sempre pensato che la soluzione migliore per una produzione musicale efficiente fosse una collaborazione tra major e indie dove la prima investe e la seconda fa scounting.

«Sarebbe bello, il problema è che all’interno del circuito musicale italiano vi sono poche persone che hanno un reale interesse rispetto alla musica del territorio nel quale viviamo».

Fin dai vostri esordi è stata evidente la poetica dei Tre allegri: un po’ per i testi e un po’ per i tuoi fumetti è sempre emersa con energia la visione di un mondo naif, legato all’adolescenza in cui la visione delle cose è innocente rispetto a tematiche molto crude. Pensi che questo filo rosso debba cambiare o rimarrà intatto?

«La poetica dei 3 allegri ragazzi morti è rimasta abbastanza integra anche se abbiamo scritto circa 100 canzoni e perciò costruito tanti ritratti diversi. Ma di base siamo sempre noi, possiamo cambiare tema, tuttavia ciò che è fondamentale per la riconoscibilità di un artista è proprio il modo con il quale descrive la realtà».

Pensate che alcuni vostri fan tradizionali perderanno interesse a seguirvi dal momento che vi associate ad un nome così imponente come Jovanotti?

«Credo sia solo un episodio nel nostro viaggio. La tournée di quest’estate comprende 40 date di cui solo 9 saranno da spalla a Jovanotti e dureranno solo mezz’ora, perciò chi vorrà vedere i Tre potrà ritrovare il nostro spettacolo tradizionale nelle altre occasioni. Per il resto tutto può succedere e in vent’anni di carriera abbiamo vissuto il susseguirsi degli allontanamenti e i riavvicinamenti come un fenomeno abbastanza naturale. È la musica che costruisce l’aggregazione e il nostro è sempre stato un percorso di libertà segnato anche da scelte difficili, come quella di fare un disco reggae o trovare sonorità differenti. Il nostro pubblico ideale è curioso e non ha paura. Se qualcuno avrà difficoltà a capire questa nostra scelta, siccome viviamo in un mondo che ha la memoria di un topolino, secondo me tra qualche mese se lo sarà già dimenticato».

Davide ti ringrazio, l’intervista è finita.

– Tosse – tremendo accesso di tosse – «Se non smetto di tossire, potrebbe anche essere l’ultima intervista che rilascio per i Tre Allegri Ragazzi Morti».

Col pensiero di una futura fulgida carriera nel giornalismo musicale riattacco il telefono e preparo il tachifluidec, in attesa dell’estate.

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