George Clooney in una scana di Monument Men

 

George Clooney in una scana di Monument Men
George Clooney in una scena di The Monuments Men

Giorgione Clooney è uno che attraversa i suoi film con quel sorrisino strafottente che ricorda il cinno un po’ stronzetto e un po’ bullo che alle medie sapeva fare i palleggi con le arance e si accendeva la sigaretta non appena metteva fuori il naso dalla scuola.

Avete presente? Quel sorrisetto che fa, a mezza bocca? Ecco. Quella cosa lì la fa sempre.

Deve averlo fatto anche quando gli hanno fatto vedere il libro da cui poi ha tratto il suo ultimo film.

The Monuments Men. Che non è un gruppo di super eroi, anche se poi in realtà un pochino lo sono.

Almeno nell’immaginario di quelli che poi, a ripensarci bene, hanno goduto delle opere che si sono salvate grazie al loro intervento.

Quindi si, ok. Loro sono dei super eroi e il film di Clooney è un film su questo gruppo di personaggi che prendono su la loro vita relativamente rasserenata e si buttano nel peggior conflitto immaginabile per salvare… che cosa?

La memoria del mondo.

Che non è proprio una faccenda da niente.

E questa memoria del mondo si appoggia su piloni fragilissimi: marmo, tela, carta…

Oggetti manufatti che ci raccontano una visione del passato, ma soprattutto dal passato. Guardandoli in fila, questi artefatti fatti ad arte, non solo ci danno il piacere di vedere l’immaginazione e la fantasia prendere forma. Ci restituiscono un percorso: il tragitto che l’uomo ha fatto dalle caverne (cosa assai difficile da rubare e bruciare a piacimento) fino all’altro ieri (gli ultimi settant’anni sono un puff, per il mondo, non crediamoci così fondamentali, per l’ecosistema).

Le opere che questi uomini hanno salvato sono, praticamente, il film dell’epopea umana sulla terra.

Un film che ha rischiato di finire bruciato come una pellicola lasciata ferma davanti all’obiettivo del proiettore con la luce accesa.

In un caso, quest’ultimo, troppa luce, nell’altro caso, quello narrato da Clooney e soci, troppa ombra e troppo silenzio. Attorno ai furti, alle sparizioni, alle devastazioni.

Che, si badi bene, non interessano solo i tedeschi o i russi (che sulla strada per la liberazione dell’Europa da est si appropriavano delle opere ritrovate per portarsele nei musei della mamma Russia).

Il film, infatti, comincia con uno dei nostri eroi che ricorda il surreale bombardamento dell’abbazia di Cassino. Ad opera degli alleati.

Che poi è ovvio, si prodigano, sotto forma dei Monuments Men, nel recupero e nella restituzione delle opere rubate ai loro legittimi proprietari.

Ma i buoni nelle storie occorrono sempre, no? Anche se poi non è sempre vero che questi buoni non abbiano ombre. E nebbie.

Qualcuno rimane secco stupidamente, altri hanno colpe da espiare, memorie da riempire, oggetti da ritrovare per sentirsi nuovamente a casa.

Allora, forse, la scena da portarsi dietro, una volta usciti dal cinema e restituiti alla luce, è quella in cui un paio di soci di Frank Stokes, ricevono per Natale i pacchi dalle proprie famiglie.

E nell’assenza di queste (sono fra di loro, lontani da casa, in un campo di soldati molti dei quali fatti a pezzi e ricuciti male) la presenza di una voce, di un profumo o di una immagine restituisce loro un po’ di quel film che è la loro vita.

È l’oggetto che ci rende umani? In qualche modo pare proprio di si.

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