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«Buongiorno, possiamo fissare l’intervista telefonica martedì 4 febbraio alle ore 17. Il Maestro si muove tra lo studio e l’atelier di Milano. Il numero da chiamare è… Grazie, Chiara»: dopo giorni di cortesi e ferree strettoie l’assistente di Dario Fo mi conferma l’agognato appuntamento. Così telefono a questo inarrestabile pezzo di storia del teatro del secondo Novecento: un fiume in piena di quasi 88 anni che ogni giorno studia, scrive, dipinge e progetta. Che non si ferma. Nonostante la miriade di spettacoli allestiti e la marea di riconoscimenti internazionali ricevuti (tra i tanti, il Premio Nobel per la letteratura, nel 1997). Nonostante l’assenza feroce, dal maggio scorso, di Franca Rame, compagna di vita, di pensieri, di lotte e di scena.

Proprio ieri sera Lei ha recitato un testo di Franca Rame, In fuga dal Senato, al Piccolo di Milano. Cominciamo da qui?

Franca, la donna con la quale ho trascorso quasi tutta la mia vita e che da qualche mese mi ha lasciato, ha detto e ripetuto, nei suoi scritti e negli interventi sia in teatro che in dibattiti pubblici, che noi stiamo vivendo in una società il cui programma fondamentale è: disinformare. Attraverso la gran parte dei servizi televisivi, radiofonici, giornalistici, arrivare a ubriacare un pubblico a forza di fandonie e notizie scandalistiche ad effetto, per giungere a ipnotizzare la gente dentro una caterva di interventi banali, vuoti di ogni valore culturale e soprattutto manipolati, cioè falsi. Perciò Franca ha voluto lasciare questo scritto, frutto di un’esperienza che parte dalla sua giovinezza, dalle lotte sociali, con interventi contro lo sfruttamento del lavoro e contro le guerre di conquista camuffate da battaglie per la pace… Fino a raccontare la sua ultima esperienza, quella in Senato, e le sue sofferte dimissioni. Con Franca lavoravamo sempre uno vicino all’altra: non c’era idea che non venisse condivisa. Ci sollecitavamo reciprocamente ad avere proposte, per poi confutarle o per cercare, al contrario, di produrre una chiave di lettura teatrale.

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Quale necessità e quale occasione hanno portato al ri-allestimento di Lu Santo Jullàre Françesco?

La volontà di parlare dell’antico per raccontare l’oggi: una costante di tutti i nostri lavori. In questo caso specifico, inoltre, la scelta è anche la conseguenza di alcune nuove scoperte su San Francesco, per esempio sul fatto che quarant’anni dopo la sua morte sia stata buttata all’aria tutta la sua vicenda umana, impedendo che si usassero i testi scritti dai suoi seguaci per narrarne la biografia. Fu inventata un’altra storia, addirittura copiando le vite di altri Santi, perché la logica e i desideri di Francesco erano considerati totalmente inaccettabili, allora. Proprio come oggi. Lu Santo Jullàre Françesco ha già duemila rappresentazioni in tutto il mondo, realizzate sia da me che da altri attori. Qualche tempo fa Mario Pirovano lo ha tradotto in inglese e lo ha adattato al pubblico anglosassone, che di Francesco sapeva ben poco. Quando ho assistito a quella sua versione dello spettacolo, ho avuto un’idea su come realizzarlo nuovamente: il mio non è un lavoro isolato, c’è una quantità enorme di gente di teatro che prende questi testi, li sviluppa e li mette a punto, adeguandoli alle diverse situazioni.

Possiamo aspettarci, nello spettacolo, un riferimento esplicito al nuovo Pontefice?

Assolutamente sì. Il Papa attuale ogni tanto usa delle espressioni di Francesco che non sono tratte dai testi “canonici”, ma da quelli che furono censurati: questo è molto bello.

Francesco si definiva “jullare al servizio di Dio”…

Della giullarata Francesco conosceva la tecnica, il mestiere e le regole assolute. Non teneva mai prediche secondo la convenzione ecclesiastica: cantava, recitava e “di tutto lo suo corpo fasea parola”, come testimonia un cronista del suo tempo; nei suoi sermoni suscitava divertimento ma anche commozione fra i presenti che lo ascoltavano. Ho sempre sostenuto che San Francesco fosse un professionista. Come Gesù Cristo, maestro della rappresentazione e dell’improvvisazione: uno che si trovava davanti, come ci dicono i Vangeli, molte migliaia di persone cui parlare, incantandole tutte, uno che sceglieva la montagna più adatta a risolvere i problemi di eco e di acustica, di modo che tutti potessero sentire ciò che diceva… Non c’è dubbio: uno così era un professionista.

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Lei oggi si definirebbe ancora “giullare”? E se sì, al servizio di cosa?

Certo: un giullare al servizio della conoscenza.

A quasi 88 anni, e con tutte le cose che ha già fatto e vissuto, come trova l’energia per continuare a lavorare a questi ritmi?

Ogni giorno faccio nuove proposte a me stesso e agli amici che collaborano con me: vado avanti. Fino a quando la fortuna e la salute mi permetteranno di stare sulla scena, io ci sarò.

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E sulla scena del Teatro Duse di Bologna c’è stato, Dario Fo. E noi vicino a lui, seduti ai lati del palco, il giorno del debutto.

Prima dell’inizio, il Maestro è nascosto dietro una quinta, due metri dietro le nostre spalle. Ogni pochi secondi chiede alle sue assistenti un aggiornamento sulla situazione del pubblico che sta entrando in sala. Di tanto in tanto spunta da dietro il telo nero a controllare con i propri occhi, tondi e mobilissimi. Chiede se il microfono è posizionato bene, si siede, si alza e poi si risiede. Cammina a destra e a sinistra, in quel minuscolo spazio. Consiglia agli spettatori vicino a lui il posto in cui sedersi per vedere meglio. Condividere da vicino, fisicamente, questa sua smania “da debuttante” è certo il regalo più commovente della serata.

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Poi comincia lo spettacolo: un lungo, documentatissimo racconto apocrifo, in volgare umbro medievale, della vita del Santo. La narrazione scivola via con un po’ di inciampi e inghippi tecnici, e con l’adorazione di un migliaio di spettatori estasiati che applaudono il Maestro anche quando si ferma a bere un goccio d’acqua.

Creare comunità condividendo storie raccontate è una delle funzioni originali del teatro, antica di almeno venticinque secoli. E in questo Dario Fo è (stato) un riferimento imprescindibile. A questo penso mentre cammino verso il treno per tornare a casa. Lì, sotto ai portici di Bologna, mi viene anche in mente, per lampi, un prezioso, malinconico racconto che Gene Gnocchi (sì, proprio lui, quello della televisione e del calcio) ha pubblicato nel ’91 in un piccolo libro dal titolo bellissimo, Una lieve imprecisione. Perfetto, per raccontare l’incontro ravvicinato con questo vecchio Maestro: «Mia madre dice che mio padre ha vissuto due volte. Perché ha avuto una vita intensa. È come se avesse fatto due volte tutto quello che ha fatto, e ogni volta in modo diverso. È come se, invece di sei figli, ne avesse fatti dodici. È come se avesse quattro orecchie. È come se gli fosse cresciuto il doppio dei capelli che ha. È come se la sua infelicità e la sua felicità fossero durate quanto l’intera sua vita […] Più volte, al mattino, ho sorpreso mio padre con gli occhi e tutta la faccia da bambino. Con ancora tutto da imparare. Sta iniziando la sua terza vita».

MICHELE PASCARELLA

Info: dariofo.it, teatrodusebologna.it

 

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