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La prima cosa che colpisce di You Want It Darker, il nuovo disco di Leonard Cohen, è la copertina: Len che si affaccia a una finestra dove, a scelta, o è per intero buio o è un buco nero o è l’Altrove, spiega tutto dei suoi più che venerabili ottantadue anni – come se fosse lì a osservare l’inevitabile con sprezzante umanità. Il resto, è la musica di Len: ottuagenario illuminato che non ci pensa un secondo a tirar i remi in barca, perché finché vi è speranza vi è musica, e vale anche il contrario. Cohen lo sa, lui che è un po’ ebreo ma anche temprato zen – la candela sta bruciando, non esiste nulla che possa fermarla: affrontarla come fa lui è, crediamo, il sogno di molti.

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Leonard Cohen con Patrick Leonard
Leonard Cohen con Patrick Leonard

Che disco è You Want It Darker, dunque? È la logicissima conseguenza di Old Ideas (2012) e di Popular Problems (2014), ultima puntata di una trilogia che è l’anticamera della morte – e chissà che Len non ci stupisca ancora e la faccia divenire una tetralogia – ed è pure la sinfonia di un uomo all’ultimo atto della propria vita ma che è anche musica di un poeta ancora ricco di parole, profondo di sentimenti e potente di espressività. Len, lui che le parole e i gesti non li ha mai sprecati, è cosciente pure che un disco così non deve durare molto: sono trentasette minuti che saziano e che lasciano davvero la voglia di ripetere l’esperienza d’ascolto ancora, e ancora, e ancora. Molti, li immaginiamo già, faranno il paragone con il recente album di Nick Cave: fidatevi, non hanno niente in comune. Quella di Len è riflessione sulla vita che nulla ha a che vedere con una disgrazia personale – semmai è l’ultimo slancio fatto di commozione e urgenza di volersi esprimere ancora una volta, la sfida di poter dire: sì, riesco ancora a farlo.

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Lo scenario musicale, che Len ha preparato con il figlio Adam e con Patrick Leonard (già storico produttore di Madonna, di nuovo al servizio di Cohen dopo il debutto con Popular Problems), è fatto di voce a volte sussurrata ma ferma, a volte di lamenti e altre, inevitabilmente, di fragilità comunque non ostentata – mentre ciò che colpisce della musica è come l’artista abbia abbracciato come mai prima le proprie radici ebraiche fra doloroso violino che taglia l’aria come nei ghetti d’est Europa prima della/durante la guerra e sicuri echi della musica della “sua gente”, klezmer e soprattutto yiddish – tutto naturalmente con quel blues unico che è nel DNA di Len, puntellato da tastiere soffuse, piano melanconico e chitarre dal vago sapore country – Hank Williams e George Jones sono sempre in cima ai suoi amori musicali, ricordatelo sempre.

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Leonard Cohen con Patrick Leonard
Leonard Cohen con Patrick Leonard

Il giro di forse ultimo valzer cui invita You Want It Darker prende dall’inizio alla fine, sia che si tratti delle sussurratissime dodici battute Leaving The Table – Len che nel testo paga “vecchi conti” della vita è impareggiabile – sia Treaty che di nuovo sebbene più velatamente fa il verso a Bob Dylan – ricordate l’iper-voce dylaniana di Did I Ever Love You nell’album precedente? – oppure sia Traveling Light che prova un bel connubio fra musica tzigana e leggerissima elettronica. On The Level, con quegli accordi che all’inizia sembrano invitare a una nuova Hallelujah, potrebbe avere come sottotitolo, visto il tema del testo, “un ottantenne e il sesso”: già, Len vecchio marpione che con lo sguardo candido e il sorriso storto che seduce al primo istante non ne ha mai fatta scappare una, si gioca ancora le proprie carte – e per l’ennesima vince la mano!

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La tentazione di diversi episodi degli ultimi dischi di lasciare alle spalle la melodia per il piacere del racconto senza refrain e ornamenti di sorta, è tutta lì che brilla in It Seemed The Better Way e in If I Didn’t Have Your Love – potrebbero sembrare riempitivi ma in verità sono da considerasi nel contesto generale, come se fossero dei ponti indispensabili nell’economia del lavoro. Il meglio o il dolce, dice il detto, si lascia alla fine e lo individuiamo in due precisi numeri del disco. Uno è la stessa You Want It Darker, in rotazione già da diverse settimane come tema del serial TV Peaky Blinders nonché già remixata da Paul Kalkbrenner a uso e consumo dei bar più in, è pura gloria coheniana fra basso che pulsa inesorabile, voce tristissima, coro che sussurra in hebrew e tutto il pessimismo misto umorismo nero di cui è capace Len. L’atro è Steer Your Way, il capolavoro di You Want It Darker: quattro minuti tremolanti ma epici che sembrano ripercorrere la musica di Closing Time (uno dei classici di The Future, 1992), sorta di angosciante addio alle faccende terrene, dove corre una sottile resa dei conti fra Len e il Divino – quando lo si sente cantare il verso «please don’t make me go there, though there be a God or not», sembra che in quei pochi istanti sia messa nell’ambra l’intera vita/arte di Leonard Cohen, fra oscurità e illuminazione.

CICO CASARTELLI

LONARD COHEN – You Want It Darker (Columbia-Sony Music)

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