Un paesaggio come teatro. Conversazione con Rossella Viti e Roberto Giannini

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ph Marcello Paolocci

 

Da molti anni attivi in Umbria nel sostenere e produrre le arti performative (e non solo) contemporanee Rossella Viti e Roberto Giannini, Direttori Artistici dell’Associazione Ippocampo, hanno da poco pubblicato un imponente volume che ri-crea dieci anni di navigazioni del progetto Verdecoprente.

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Il nome da voi scelto rimanda a una paradossale duplicità: ciò che è visibile, alla luce del sole, a compenetrarsi con ciò che è celato. Attraverso Verdecoprente da molti anni date slancio a discipline ed artisti diversi. Cosa, secondo voi, nessuna forma d’arte potrà mai dire o, meglio significare, nonostante la piena sincerità di un autore o di un’autrice?

Rossella e Roberto – Continuiamo a riflettere intorno a questa questione, perché è sfuggente, o meglio ci porta in un terreno sfuggente, con un confine incerto e invisibile che sposta il suo perimetro continuamente, fluttuando. Ogni forma d’arte cerca la propria verità, lo fa attraverso un linguaggio, ogni autore / autrice cerca il proprio linguaggio e con esso agisce. È un modo sincero di procedere? Sì, pensiamo di sì. Cos’è che non è consentito raggiungere attraverso questo processo? In quale terreno si ferma, si spiaggia, l’arte, come organismo che di là da quel punto non può più respirare? La vita sommersa delle cose viventi, la Natura, ci rendono visibili e semplici fenomeni complessi, ci danno, spesso, l’illusione di poterli imitare, riprodurre, seguendo le stesse leggi, ricreando gli stessi processi. Ma quel sommerso noi lo supponiamo, non lo conosciamo veramente, allora forse il nostro tentativo, la nostra ricerca, possono solo mirare anzi am-mirare accettando che la vita sommersa questo resti, una vita celata. Ma l’umano non è così arrendevole, e gli artisti poi! Allora si parte in una ricerca senza limiti, ciò che è invisibile agli occhi può non esserlo agli altri sensi. A volte ne sentiamo la voce, i suoni, un sapore, ne percepiamo l’immensità nascosta, l’orizzonte così infinito da farci girare da un’altra parte per la paura di cadere e lì rimanere, per sempre. Vogliamo gestire tutta questa immensità e dobbiamo prendere le distanze. Chiudiamo gli occhi, affiniamo gli altri sensi e da lì ripartiamo, sempre dal corpo, cercando in una forma d’arte un linguaggio altro, che diventi la nostra espressione artistica sulla scena del mondo di sopra, e anche un profondo tentativo di penetrare l’ombra. Nel risultato più bello e più alto di una forma artistica organizzata come vita organica forse vediamo la ri-produzione più fedele di quella complessità di cui parlavamo prima, in quel momento è una natura, vera e altra, che si muove, è un ‘come se’ fossi arrivato a vivere quel segreto. ‘Come se’, è vero, ma muovendoci nella nostra sincerità abbiamo creato un piccolo tesoro, tanto più interessante e splendente quanto più consapevole di una verità nascosta, che rimane tale, per sua natura, ed è bene che sia così.

 

ph Rossella Viti

 

Avete appena dato alle stampe un poderoso volume, che dà nuovi significanti e significati a un decennio di intenso lavoro. Le arti performative sono, per loro natura, impermanenti: come avete concepito quest’opera per far sì che non sia solo documentazione di accadimenti collocati nel passato ma, al contrario, qualche cosa di vivo?

Rossella e Roberto – Verdecoprente, tu dici, rimanda a una paradossale duplicità: ciò che è visibile, alla luce del sole, a compenetrarsi con ciò che è celato. Ci suggerisci un’immagine di grande fascino per un nome che abbiamo sempre vissuto con leggerezza, e che certamente deve la sua origine a questi luoghi che abitiamo da ventisei anni, nella vita quotidiana e nell’impegno culturale e artistico. Qui le cose possono vivere immerse e sommerse, rendersi invisibili, come le mimetiche dei cacciatori (ahi!), e improvvisamente mostrarsi, uscire allo scoperto, poi rientrare nella macchia e sparire. Con questa tensione abbiamo esplorato ed esposto i nostri percorsi artistici, e così abbiamo immaginato di immergere i percorsi degli artisti che ospitiamo con Verdecoprente, con l’accoglienza di residenze artistiche. Se è organico e interessante questo modo di procedere, per noi produttori e creatori di teatro, perché non può esserlo anche per gli altri? E come offrirlo?

In dieci anni le residenze Verdecoprente, con ospitalità lunghe o brevi, hanno portato qui artisti di territori e linguaggi diversi: teatri di azione, di parola, danze, musica e canti, visioni fotografiche, video narrazioni e percorsi multimediali, insomma il multidisciplinare al livello più trasversale e intenso, che abbiamo intrecciato con una altrettanto importante molteplicità dei luoghi, trasformati in scena per un giorno. Tutto nel segno di una, chiamiamola, ‘poetica dell’incontro’, che nasce da questa possibilità di mimetizzarsi nell’ambiente, di dialogarci, di assentarsi e poi tornare. Sicuramente è un’opportunità che ci regalano questi luoghi, l’abbiamo intercettata e ci abbiamo costruito sopra un progetto. È questo che volevamo raccontare nel libro, rendendolo parte dello stesso processo, costruendolo come un’esperienza, una relazione, una strada aperta a sentieri personali, voli pindarici, riflessioni e rielaborazioni creative.

Verdecoprente book lo abbiamo subito pensato come un libro–paesaggio, una finestra sul mondo della creazione e della performance che si apre su versanti diversi, su prospettive che variano non solo per i contenuti e la loro composizione, ma anche nello sguardo di chi apre il libro e vi entra. Un lettore – spettatore – attore – camminatore! Quando abbiamo iniziato il lavoro sul libro ci siamo trovati a dover gestire una notevole quantità di testi e un’immensità di immagini, vedendo che ogni cosa poteva trovare posto in più pagine e creare associazioni diverse, ogni logica compositiva scelta portava a differenti narrazioni. Nella ricerca di un po’ di stabilità, si è pensato quindi di seguire un ordine spazio temporale, cronologico e/o territoriale. Negli anni Verdecoprente ha interessato con spettacoli ed eventi moltissimi luoghi disseminati in otto Comuni del territorio umbro-amerino, nel comporre il libro ci si stava anche preoccupando di dare il giusto rilievo a tutti i nostri partner. Ma a dire la verità, ogni sequenza che rispondesse a questa logica appariva noiosa e rigida, così la abbiamo abbandonata!

Non ci restava che prendere il coraggio a due mani e tuffarci e nuotare in tutto quel materiale, e, in apnea, con il respiro sospeso come quando stai cercando sotto sotto e non ti puoi fermare a pensare troppo, osservare come le cose si sceglievano tra loro, lasciarle andare a una logica interna alla natura delle cose, verso la quale ti devi porre in ascolto ed essere pronto ad acchiappare quel che puoi. E sembra di ritornare sulla tua (prima) domanda.

In apnea abbiamo visto scorrere le storie di chi ha risposto al nostro invito di contribuire al libro con un frammento scritto del loro percorso in residenza Verdecoprente, ricordando, rielaborando, anche reinventando! Artisti, fotografi, collaboratori, tutti quelli che hanno risposto sono entrati nel libro. Poi, con Giuseppe Berni di Visu4l lo abbiamo impaginato, con Monica Bracciantini ri-disegnato, ricostruendo infine un Verdecoprente paesaggio immaginato e geografia abitata, altrimenti invisibile. Come un arcipelago dove le isole per una parte emergono per dire e per l’altra sono sommerse per lasciare immaginare.

Togli e metti, cambia ordine o pagina, sposta, rinomina il capitolo, cerca di salvare quell’hard disk che si è portato via le fotografie di quasi un anno di residenze. Un intenso processo creativo attivo per mesi, grazie alla Fondazione Carit di Terni che ha dato un contributo essenziale alla realizzazione del volume, non senza interruzioni e incidenti di percorso che ti costringono a nuove soluzioni, viene da pensare a uno spettacolo…

Forse Verdecoprente book è qualche cosa di vivo perché ha seguito un processo simile alla creazione di uno spettacolo, perché, libro-paesaggio, non si lascia fissare in una sola inquadratura, ma invita a seguirlo fuori dalla cornice della pagina, nell’esercizio di un cammino personale.

 

 

Le vostre biografie professionali attingono a piene mani al mondo delle arti visive: in quale maniera ciò ha influenzato prima il vostro percorso di artisti e poi l’impegno curatoriale?

Roberto – Ho iniziato a dipingere da autodidatta, con il mio blocchetto di fogli andavo in giro e prendevo appunti pittorici, con tecnica ad acquerello, l’acqua, posso dire che ha segnato il mio modo di vedere, prima la rinascita poi i primi passi da neonato proseguendo verso la conoscenza del mondo. Nei primi viaggi incontravo paesaggi che mi portavo dietro, luoghi/persone e un corpo estraneo, il teatro, dal quale ero attratto e contemporaneamente fuggivo. Incominciai a pensare che il teatro potesse sposarsi con la pittura, nella costruzione di una scena di una storia, ma la pittura non ha lo stesso codice di narrazione, come fare? Ad oggi non credo all’incontro tra le arti visive e il teatro se non nella loro separazione, come due strade parallele che a volte si incontrano o si scontrano, ritornando poi sulla propria strada. Il teatro e le arti visive hanno la capacità di masticare linguaggi diversi, spesso rimangono dentro il loro segno, come dire, si bastano. Continuare ad indagare nel tentativo di mettere in relazione il nostro modo di essere che sta a metà tra il teatro e le arti visive, ci spinge ad accogliere, curare, ascoltare, pensando di donare alle persone che incontriamo un nuovo paesaggio da portare con sé.

Rossella – La fotografia l’ho incontrata quando il gruppo teatrale in cui ero, lo stesso di Roberto, si ruppe, lasciando un vuoto enorme. La Zeiss di mio padre era a portata di mano, così decisi di frequentare l’Istituto superiore di fotografia e comunicazione integrata di Roma, per un anno di studi. Mi piace possedere una base tecnica per dare respiro e corpo a quello che mi viene in mente vorrei realizzare. Da quel percorso partirono esperienze anche professionali, nella fotografia di teatro, ritratto, reportage e poi nella moda. Mi ritrovai con lo studio Ghergo a fare riprese site-specific, set allestiti negli spazi della città e della natura che mi facevano ripensare al teatro itinerante a cui ero abituata, mentre il nuovo contesto mi portava ad elaborare diversamente i rapporti tra spazio, azione e tempo. Poi l’incontro con alcuni maestri, penso a Maurizio Buscarino per la fotografia, Eugenio Barba per il teatro, con il ritorno alla produzione teatrale e il desiderio della regia.

Da allora ogni mia esperienza è orientata a incontrare le parole, le immagini, i corpi, come scritture da leggere, esplorare, annusare. Lavorare a Verdecoprente book è stato, prima di tutto, entrare in un bosco pieno di odori, in cui seguire e lasciare tracce, pensando con generosità a chi veniva dopo e doveva trovarle: il lettore.
Raccolgo dall’antropologia visiva l’idea della multi vocalità di un’immagine, detta semplicemente, qualcosa che sembra immobile torna a vivere per quel che ci mette chi la guarda. Così mi ha condizionato il percorso nell’arte visiva, aprendomi a un esercizio di equilibrio, continuamente in bilico tra, per dirla con Roland Barthes, lo studium e il punctum, due mozioni diverse in cui mi ritrovo spesso.

Ma dove dovevamo portare il lettore? Quasi un problema di regia, il nostro lavoro avrebbe potuto avere esiti diversi, lo sappiamo. Che responsabilità allora, e che opportunità anche, comporre la drammaturgia di questo libro, che sin dall’inizio immaginavamo come un volume d’arte, con tutte le voci a dialogare alla pari. A guidarci, ancora una volta, il paesaggio, quel paesaggio che ci attrae, così ben delimitato e chiuso nella bidimensionalità di un quadro, ma che ci affascina per il suo movimento interiore, e perché siamo liberi di immaginare ed entrare in tutto quello che ne è rimasto fuori.

 

ph Teresa Mancini

 

Quali strategie avete posto in essere, in questi anni, per far incontrare il pubblico con proposizioni a volte ostiche o, quanto meno, complesse? Avete riscontrato una evoluzione (o un’involuzione) in tal senso?

Rossella e Roberto – La ricerca di una sincerità, semplice e leggibile, rispetto ai nostri obiettivi, ai concetti e alle intenzioni che li determinano, è qualcosa che vogliamo ritrovare nelle azioni che mettiamo in campo. Parlare di strategie significa parlare del nostro lavoro nel, per e con il territorio. Parliamo delle residenze artistiche Verdecoprente, che è poi la modalità prevalente con cui presentiamo spettacoli al pubblico.

Organizzare e accogliere residenze di artisti è stata una scelta precisa, come quella che abbiamo fatto ventisei anni fa venendo a vivere in questa parte dell’Umbria meridionale, così vicina a Roma da sembrare più lontana dall’Umbria del nord, più nota e turistica. Qui, in un casale ai piedi di una macchia mediterranea, abbiamo ascoltato il nostro desiderio di accogliere altri percorsi di creazione oltre al nostro, di incontrare e creare incontri, di tracciare un cammino insieme ad altri. Nel territorio non esisteva neanche l’idea dei linguaggi della scena contemporanea, né che fossero, come ogni spettacolo, frutto di tecnica, formazione, passione impegno e professionalità.

Ecco gli elementi determinanti su cui cucire strategie: il pubblico a cui ti rivolgi, gli artisti e le loro opere che accogli e presenti al pubblico, dove le presenti.

Così le strategie sono nate guardando quello che avevamo: le comunità locali, gli artisti e le opere, i luoghi. In un territorio frammentato e distratto da tante occupazioni, il nostro pubblico potenziale, a livello provinciale, vive in tanti piccoli centri cittadini, spesso con meno di 1.500 abitanti, disseminati tra borghi, periferie e campagne, spettatori invisibili che devi motivare a fare anche pochi chilometri per riuscire a portarli a ‘teatro’.

Quindi l’artista, chi lavora a una creazione in un contesto di residenza coltiva aspetti e si dà obiettivi che aprono rapporti di nutrimento e scambio con il territorio, che siano persone o luoghi, visioni o percezioni, che incidono sul processo creativo anche solo per lo spazio che li ospita. Mentre il pubblico deve poter scegliere dove mettere il naso, l’artista deve potersi sentire tranquillo che il suo lavoro sia presentato al pubblico per quello che è, spesso un work in progress, o anche l’esito di un percorso che ha coinvolto i cittadini stessi di un borgo, un paese, e che amano sentirsi protagonisti. Sia chiaro che questa è la nostra impostazione, ci interessa ospitare il progetto artistico che voglia ‘incontrare’ il territorio e trovare, a modo proprio, dei punti di dialogo. Questo lo scriviamo nella call Verdecoprente attraverso cui le proposte vengono selezionate.

E poi i luoghi, bellissimi a livello naturalistico e ambientale, importanti e sorprendenti per le loro ricchezze storiche, artistiche, archeologiche. Sono un altro aspetto strategico perché va detto che con Verdecoprente portiamo lo spettacolo fuori dai teatri, rendendo omaggio a Eugenio Turri quando scriveva del “paesaggio come teatro”, spostiamo un poco il senso che il geografo dava alla sua metafora verso il rapporto con la scena e i suoi spettatori. Un luogo che diventa ‘teatro’ è ovunque quel rapporto nasca e vi abiti anche per un’ora sola. Modificandone la percezione. Una piazza, un sentiero, un lago, un’aula scolastica o un negozio, un supermercato, una casa, una chiesetta di campagna, un magazzino dismesso, una stazione ferroviaria e altro ancora sono gli spazi che diventano luoghi di un incontro, la performance è il medium.

Tre elementi che si intersecano con un grande potenziale che va ben gestito, e condiviso. Lavoriamo sempre con la collaborazione anche degli enti locali e delle istituzioni scolastiche, la loro azione e presenza è importante per il coinvolgimento delle comunità, per aprire le porte a un ospite sconosciuto e gradito, ma sempre estraneo e a volte ‘pericoloso’. È molto forte il segno della cultura locale, è la conferma di un’identità che passa attraverso molte forme, anche lo spettacolo, che cerca conferma e la trova nelle cose dai confini riconoscibili e comprensibili, secondo un’idea di arte che fatica a rinnovarsi.

Allora all’ultimo livello troviamo la strategia delle strategie, la comunicazione.

Nello specifico delle proposte in residenza abbiamo sempre insistito anche con la stampa perché si parlasse apertamente di residenze artistiche, di spettacoli come ‘restituzione’ del lavoro in residenza, rendendo manifesta una scelta, una pratica e rendendo lo spettatore più consapevole dell’esperienza di spettacolo a cui era invitato. Una cosa per niente facile da comunicare, stiamo parlando di diversi anni fa e di un determinato contesto, che si è andata però trasformata in un valore aggiunto rispetto all’esperienza stessa di spettacolo e alla valorizzazione dei luoghi, consolidato da quanto investito dal progetto a livello culturale, sociale ed economico.

Il tempo possiamo dire ci ha regalato la risposta di un pubblico più curioso, che vuole capire e apprezza, capace di com-prendere come parte dell’esperienza anche quello che, come dici tu, può risultare troppo complesso, ostico, incomprensibile. In dieci anni ci sta che qualche spettatore te lo perdi, per un po’ o per sempre, ma vale la pena rischiare, anche quando la posta in gioco non è il riconoscimento istituzionale del tuo progetto, ma la risposta di un territorio.

 

ph Magda Viti

 

A proposito: le proposte di Verdecoprente sono poste in dialogo con un territorio, quello umbro, di indubbio fascino. Il sottotitolo del vostro volume è la scena svelata dal paesaggio. Come avete fatto sì che la bellezza dei luoghi non funzionasse solo come sfondo o contenitore delle opere da voi sostenute ma andasse, al contrario, nella direzione dello svelamento?

Rossella e Roberto – Qui i luoghi sono nello stesso tempo spettatori e attori, testimoni e artefici, soggetti e contenitori, significanti e significati. Abbiamo sempre inteso e vissuto il teatro come una relazione, un linguaggio che presuppone un dialogo, una comunicazione, una danza a due, almeno due interlocutori. La scena che prende vita nei luoghi più diversi del territorio può farlo perché un altro elemento la accoglie, la ascolta, si offre come culla, braciere, vetrina anche. È un gioco tra le parti e la scena restituisce ciò che le viene donato, illuminando di una nuova particolare originale e unica effimera luce quel luogo, rendendolo paesaggio. Un paesaggio come teatro, come si diceva prima. In testa queste parole, nel cuore la loro immagine, nel corpo l’esperienza della loro concretezza. Così il paesaggio per noi non è mai stato sfondo, fondale o cornice, come nessun elemento in scena lo è, tuttalpiù è cornice nel significato che assumeva il racconto di Sherazad strategia di resistenza e resurrezione.
Il paesaggio noi lo si va ad ascoltare prima di portarci una scena, lo si va ad abitare nelle diverse stagioni, qualche volta ci confondiamo con i tempi del sole e delle ombre, con i freschi della sera. Ma è vero che tutto cambia, come la primavera appena passata, che ci ha sorpreso come un’estate all’improvviso. E il paesaggio è cambiato radicalmente, ricordandoci non solo del cambiamento climatico e delle sue emergenze, ma anche che nell’inquadratura di una scena fuori dagli edifici-teatro tutto può cambiare, quando e come vuole. Allora questo è semplice da capire, il paesaggio è un organismo vivo che non puoi credere di governare fino in fondo, che regola il rapporto con ciò che incontra più di quanto, a volte, vorresti. Ti rendi conto che ti trovi con le opere, le creazioni sceniche che, loro si, si devono spesso adeguare, modellare, aprire. E vista così sembra che il paesaggio è attore che modifica, trasforma, spettatore partecipe della relazione, che chiede, commenta, soppesa e reagisce, rende lo spettacolo unico e irripetibile momento di vita. il paesaggio abitato dal teatro rende lo spettacolo alla sua vita, svelandola.

 

ph Rossella Viti

 

Quale futuro immaginate, per il vostro progetto artistico e curatoriale?

Roberto – Pensando al futuro mi viene in mente un vestito non ancora finito che per renderlo su misura ci vuole del tempo. I nostri progetti sono come questo vestito che spesso ti cuci addosso ma nel tempo trovi sempre qualche difetto, qualche imperfezione da sistemare, ma non puoi chiamare il sarto, devi fare da te, chiaramente non hai tutte le capacità per aggiustarlo, allora devi improvvisare basandoti sulla tua esperienza personale. Esperienza: conoscenza diretta, personalmente acquisita con l’osservazione, l’uso o la pratica, di una determinata sfera della realtà. “Non vogliate negar l’esperïenza, Di retro al sol, del mondo sanza gente” (Dante): il futuro è adesso, mi torna in mente questa frase come se non ci fosse futuro o non riesco ad immaginarlo. Tutti ci parlano di un futuro migliore o peggiore, ma esiste il futuro? È domani? Futuro e/o esperienza. Si può pensare al futuro basandosi sulla propria esperienza? O come spesso succede se sei proiettato verso il futuro la tua esperienza non conta, anzi è un intralcio, allora bisogna fare i conti con questo futuro/presente che non prende in considerazione la tua esperienza e quindi sei fuori dal futuro. Quindi per il nostro futuro penso: mi metto a correre cercando di raggiungere il futuro o mi fermo e aspetto, il momento propizio?

Rossella – Bella domanda, in questo momento immaginare il futuro del nostro progetto artistico e curatoriale è un esercizio di resistenza e di ottimismo. Roberto non fa questo esercizio, nella sua risposta, ahahah! Per me Verdecoprente e tutti i nostri progetti rappresentano un modo di vivere, creare, entrare in contatto con il mondo. Si potrebbe vivere senza questo? Io no, ma nello stesso tempo non ne posso immaginare il futuro, forse andando avanti non ci sarà più spazio per le nostre residenze o per il festival. Li trasformeremo in altro se sarà necessario. Più il futuro avrà il volto di un bando, più sarà traballante e soggetto a logiche che qui non mi soffermo a valutare. Non dovrebbero sparire i bandi, ma non dovrebbero essere l’unica possibilità. Vorrei trovare risorse stabili, avere uno spazio stabile dove dare respiro a tante attività. Ci stiamo lavorando, come sempre, e poterne parlare come facciamo qui con te è un bellissimo dono, grazie.