Colpi di Scena: Accademia Perduta colpisce al cuore il teatro contemporaneo

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Claudio Casadio e Ruggero Sintoni

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[ questo è il primo di alcuni sguardi che la nostra rivista ospiterà su Colpi di Scena 2023  ]

Sono bastate poche edizioni a far diventare Colpi di Scena uno dei festival più ambiti, importanti e riconosciuti da operatori e teatranti. Tutti ci vogliono essere. Per riconoscibilità, accuratezza e spirito lo mettiamo al pari di Primavera dei Teatri, luoghi dove accadono le cose, dove si percepisce il cambiamento, dove si può annusare il teatro che sarà. Tanti festival italiani dovrebbero prendere appunti, e spunti, su come si organizza una rassegna. In Romagna l’accoglienza è di casa e qui a CdS, grazie alla direzione attenta e puntuale di Claudio Casadio e Ruggero Sintoni (non possiamo non citare Ivan Caroli, Linda Eroli e una squadra affiatata e compatta), sono riusciti a creare un clima caldo, informale, amichevole, ma al tempo stesso professionale e competente, nei quattro intensi giorni (diciannove gli spettacoli) di repliche tra Forlì, il Teatro San Luigi, l’Ex ATR, il Teatro Testori, il Teatro Diego Fabbri, il Teatro il PiccoloBagnacavallo, con il Teatro Goldoni, e Russi, con il Teatro Comunale. Nato biennale e centrato sul teatro ragazzi, da due edizioni la rassegna si è aperta alla prosa per adulti: il mix tra produzioni di Accademia Perduta e ospitalità ha creato un amalgama, una complicità, un’anima forte e chiara espressione di una direzione che ha le idee solide e guarda al futuro con entusiasmo. L’incontro con le compagnie della rassegna-vetrina a cura di Renata Molinari poi è diventato un appuntamento fondamentale e imprescindibile per conoscersi, fare rete e unione, confrontare le idee non tanto sugli spettacoli ma su quello che significa oggi fare teatro, stare dentro una compagnia, essere teatranti, vivere di distribuzione, bandi, arte, creatività senza voli pindarici.

 

 

Sulla ventina di spettacoli proposti ne abbiamo scelti una decina da approfondire e analizzare cominciando dal sorprendente Odradek della compagnia Menoventi che ha centrato il proprio focus nella triangolazione tra intelligenza artificiale, algoritmo e solitudine in una scena dove cura dei dettagli, un’ambientazione anni ’60-’70 dai colori sparati e un sottofondo (che vagamente ci ha ricordato la sigla della serie Dexter) sottolineante inquietante hanno contribuito ad un’affascinante riflessione sul nostro mondo che verrà, composto da una moltitudine di individui sempre più angosciati, senza desideri, senza voglie perché tutto (almeno quelli materiali, futili e inutili) ci arriverà a domicilio senza neanche averlo verbalizzato, senza averne preso coscienza intimamente, senza averne contezza in un passaggio lineare dal cervello fino all’Amazon di turno. In questa casa abitata da una donna rassegnata ai suoi movimenti e impegni standard, le cose gracchiano, vogliono parlarle. E’ una fiaba amara di corto circuiti dove fanno capolino Hitchcook e Lynch come Hansel e Gretel in questa distopia fatta di blackout degli impianti elettrici come delle persone non più autonome, svuotate della linfa e della curiosità, addirittura senza nomi, senza relazioni, senza amicizie. Angoscioso con una sensazione di pericolo sempre a portata di mano. Il postino suona sempre due volte. Anche di più. Il corriere (un Francesco Pennacchia che fa della neutralità e della piattezza emozionale i punti di forza del personaggio) è sia l’inconscio che l’invasore che aggredisce la quotidianità e la tranquillità delle cose conosciute delle nostre quattro mura domestiche dove come topi ci siamo rintanati. I desideri si trasformano in realtà prima di averli concepiti, l’impulso neurologico bipassa la persona e l’oggetto da comprare arriva direttamente sulla soglia invogliando, costringendo, allettando quello che è diventato soltanto un consumatore, un bancomat, un utente che crede che i beni acquistati possono migliorare la sua vita. Surreale come Stranger Things, ipnotico come Chi ha ucciso Laura Palmer?, palpitante come Incontri ravvicinati del terzo tipo. Possedere non è essere. Compriamo per sopperire mancanze, i bisogni indotti, i lavori senza utilità, le persone considerate come oggetti. L’evoluzione di Siri e di Alexa porterà all’azzeramento dell’empatia tra gli esseri umani, alla desolazione sentimentale, alla devastazione emotiva, all’annientamento del contatto.

 

 

Incuriosisce e stimola l’apertura di Io che amo solo te del gruppo Bluestocking che scelgono un fitto buio dove parole calde di confessione e ricordo ci introducono in questo spaccato di amicizia che diventa amore omosessuale tra due ragazzi che scoprono l’attrazione fisica per l’altro come compimento e naturale conseguenza del loro rapporto amicale, di fiducia e complicità. Un’amicizia tra due ragazzi che sono cresciuti insieme e parlano di fidanzate, delle prime esperienze acerbe, di calcio e playstation che, con genuinità e spontaneità, si trovano a baciarsi e a toccarsi e dopo le prime paure si lasciano andare tra senso di colpa e desiderio, tra voglia di vedersi e sperimentare e timore di essere qualcosa che non sanno decifrare né dire a se stessi. Lo fanno ma lo rinnegano, si avvicinano ma si respingono, si attraggono ma provano anche repulsione nella paura di ammettere un sentimento che li sta travolgendo e che comprometterà fino a distruggere la vita di uno dei due. Non riescono a stare lontani l’uno dall’altro, si cercano in quel momento di domande e di fragilità della post adolescenza, di mutamenti fisici e interiori, di grandi rivoluzioni e la sotterranea angoscia che questo loro segreto venga scoperto. I Placebo in tutte le salse. Ci dicono che non bisogna avere paura dei sentimenti, delle inclinazioni. Bravi i due giovani interpreti, freschi, naturali nel raccontare l’ignoranza, il panico del giudizio, il controllo sociale che uccide e reprime, che emargina e affossa. Dov’è il giusto? Dov’è lo sbagliato? I ragazzi lo dovrebbero vedere.

 

ph Elisa Vettori

 

In un grande spazio aperto, una ex fabbrica in un capannone, tante sedute differenti, televisori old style che ci rimandano bruscolini in bianco e nero. I Kepler 452 sono portatori sani del germe dell’intelligenza critica e analitica e Nicola Borghesi è il loro profeta e frontman; con la sua voce appassionata, da narratore più che da attore, ci conduce, letteralmente, dentro i suoi/loro racconti di vita, esperienze che riescono sempre a travalicare il contingente, il particolare, il personale e colpiscono, toccano in profondità, con commozione, ognuno degli spettatori, che qui sono parte di un tutto, uniti, vicini, emotivamente, visceralmente. Il parallelo, in questo loro splendido nuovo lavoro Album, può apparire forzato ma è la dolcezza e la grazia, la raffinatezza e anche una brutalità elegante, tra il fango e gli oggetti ritrovati dopo il recente alluvione romagnolo e la perdita della memoria. E’ un viaggio il suo scivolare tra le sedie, come predicatore, guarda negli occhi i suoi discepoli, ha carisma e la forza dell’ascolto. Ci porta lontano per poi riattrarci, come in una pesca d’altura ci concede filo per correre in mare aperto e poi, con una parola, con un gesto, richiamarci attorno al fuoco del suo racconto intimo, talmente intimo che è di tutti, appartiene ad ogni anima lì presente. Dalle anguille al salario minimo, dalle esondazioni all’alzheimer, Borghesi riesce a toccare il cuore passando per le sinapsi del cervello, palleggiando amabilmente tra ricordi personali e autobiografici e quelli drammaticamente comici e angosciantemente terribili. Una bella scrittura lucida che non passa mai per la pancia ma attiva cellule più profonde di immedesimazione, di catarsi, di vero e proprio rito collettivo, collante e cibo per l’anima. I Kepler sono teste pensanti mai banali che ci fanno risuonare dentro parole consuetudinarie donandogli nuovi e più alti significati. Scatta un momento altissimo di condivisione e rappresentazione, di vicinanza e commozione e ci guardiamo negli occhi meno soli, più coinvolti, più consapevoli, più umani.

 

 

Altro attore, artista e comunicatore realmente in stato di grazia è Salvatore Arena nella sua felice, e sferzante, interpretazione di Un’altra Iliade messa a punto con la sua compagnia i ManaChuma di Reggio Calabria. Un lavoro composito, maturo, esperto, un impianto perfettamente calibrato di tecnica e cuore dove i MC hanno mostrato tutto il loro alto knowhow: le musiche e i suoni di Luigi Polimeni, le installazioni dell’artista Aldo Zucco, il testo e la regia, condivise con Arena, di Massimo Barilla, una costruzione efficace, solida, densa che ha esaltato ogni particolare ed elemento dell’ensemble teatrale. La scenografia è suddivisa in tanti altari da vivere e abitare, entrarci dentro (quasi come Antonio Rezza nelle opere di Flavia Mastrella), uno spazio che Arena si prende, espande, allarga sgomitando il recinto delle possibilità. Nelle ossature, nei telai, tra gli scheletri di navi, vele intrecciate di bende e fasce, chiglie e carene di Zucco (ci ha rievocato l’opera Naufragio con spettatore di Claudio Parmiggiani) Arena mette in luce tutte le sue doti di attore strutturato, solido (in passato con Baliani come con Scimone e Sframeli) e smeriglia pathos e sciorina respiro, spalma forza, gronda passione, centrifuga potenza. Ed è accattivante, attraente, affascinante il suo racconto di Tersite, piccolo personaggio a rievocare la grande storia. Arena, in assetto di anfibi e mise militare e guerriera, fa cantare ad Agamennone Albachiara di Vasco mentre Achille ha la cadenza di Celentano, in questo varietà di morte dal registro brillante; l’attore siciliano è una macchina pulsante, è un cuore che martella, un volto che buca la quarta parete e ti si inchioda dentro. Adesso si trasforma in Petrolini ora parafrasando Eduardo (Te piace o’ cavallo?) ora dà colpi di scherma che sembra Cuticchio con i suoi Pupi, carismatico accenna Fegato spappolato sempre del Vasco di Zocca, onomatopeico ci porta nella vertigine come nel dolore miscelando italiano, emiliano, napoletano, siciliano in una poesia che sa di guerriglia linguistica. Arena è terra e nuvole, è folle energia, il palcoscenico è il suo habitat naturale: la platea è rapita. Un’altra Iliade è un inno contro la guerra, è un canto alla vita.

 

 

Vita e morte si scontrano anche nel misterioso I cuori battono nelle uova del gruppo Les Moustaches, gruppo tra i più interessanti tra quelli delle nuove generazioni, freschi vincitori del Premio Hystrio-Iceberg. Dopo aver affrontato la diversità con L’ombra lunga del nano (l’attore nano Claudio Gaetani è deceduto improvvisamente lo scorso anno e ad Avignone Off è stata a lui intitolata una sala) e l’obesità con La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza, stavolta è la maternità l’oggetto affrontato e indagato dall’abile penna drammaturgica di Alberto Fumagalli. Tre ragazze con grandi pancioni stazionano in uno spazio che potrebbe essere un ospedale, prima del travaglio, una nuvola, post mortem, un sogno o incubo, un limbo purgatoriale dove espellere le loro colpe terrene. Pance gonfie come nel recente lavoro Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli. Adesso ci incuriosisce che il testo sia stato scritto da un uomo e che, in qualche modo, inneggi al non fare figli o almeno mette la gravidanza al pari di una patologia tra vomito, nausea e addirittura una bestemmia, soprattutto i dubbi e i dolori, il tutto in rima. Tre modi di intendere la maternità: quella che non lo voleva, una incattivita, la terza con una gravidanza isterica. Belli i giochi di ombre attorno a questa struttura che sembra una barca, un triclinio romano o Castel Sant’Angelo a Roma, una conchiglia, un’ostrica, un carapace, protezione ma anche costrizione. Tanti, e contraddittori, i significati che si affollano. Come non pensare a Cogne o a Medea?

 

 

Ci porta ancora nel Mito anche la favola contemporanea di P come Penelope di Paola Fresa in un monologo leggero e intenso, che mai scema di forza e tenacia, dove, in un recinto-circuito di neon che cambiano colore a seconda dei capitoli toccati, viene a galla, come paperelle gialle, l’excursus della vita di una ragazza, a cavallo tra finzione e autoanalisi. Lei anatroccolo e la bella amica il cigno, il rapporto con il padre, l’arrivo dei fatidici quarant’anni, il matrimonio, il figlio, la separazione. In un continuo flashback tra le vicende greche (ElenaTelemacoUlisse, i Proci) e quelle contemporanee, tra il brillante e il concreto e realistico, il racconto si fa scorrevole, frizzante, curato (si passa da Rino Gaetano ai CCCP fino a De Gregori), con una buona tenuta scenica e una costruzione drammaturgica interessante che non scade mai nel già sentito, parole fresche per una storia universale, quella degli uomini che, tristemente, cercano la felicità.

 

 

Altro spettacolo che parla di perdita della memoria (dopo i filoni dei migranti e del femminicidio, di maniera civile, ecco il tema ricorrente di alzheimer e malattie degenerative, più reale e sentito) è Il Grande Vuoto (in anteprima, debutto a RomaEuropa) di Fabiana Iacozzilli, drammaturga con grandi doti e capacità che coglie sempre nel segno e non sbaglia un colpo. Ad una prima parte con una macchina in scena (che fa sempre la sua figura wow; negli anni in teatro l’abbiamo vista con Ronconi, con Arcuri, quella di Pasolini con i Motus, la smart di Kassandra di Roberta Lidia de Stefano, l’R4 dei clown Nani Rossi) dove due vecchi coniugi discutono tra dimenticanze e rallentatezze varie, un preambolo leggero (ci hanno ricordato gli anziani amanti di Verona nella vasca di Scene da Romeo e Giulietta di Tiezzi) si contrappone una seconda in una tavola, un pranzo tra i due figli, la badante e la madre smemorata che ricorda e racconta sempre lo stesso evento, quando era attrice e le venivano tributati applausi a scena aperta, la matrioska e San Pietroburgo. Impossibile non far correre la mente a Sul concetto di volto nel Figlio di Dio di Romeo Castellucci. I figli sono impotenti, arrabbiati, stanchi, frustrati, stravolti e la pazienza non basta più: C’è un modo per trasformare tutto questo dolore in bellezza? Il doppio finale (moda recente che non aggiunge ma che anzi fa diminuire il pathos in platea; sembra una presa di posizione drammaturgica e registica più di forma che di sostanza, un mettere i puntini sulle i, un ribadire) con la rievocazione teatrale della piece cardine della madre ha il sapore consolatorio, e purtroppo irreale, di happy end in mezzo a tutta questa sofferenza che si taglia a fette.

 

 

Importante il lavoro di Sandro Mabellini Tu (non) sei il tuo lavoro con due giovani interpreti freschi e preparati, un testo finalmente lucido (di Rossella Pastorino), una sorta di doppio monologo sul lavoro inteso come senso primario e ultimo di vita (o quello che ci ha voluto far credere e intendere e insegnare e inculcare la società dei consumi) e il lavoro interpretato invece come strumento di realizzazione non per forza economica. I lavori indipendenti, i lavori culturali, gli straordinari non retribuiti, il tempo libero dedicato al lavoro, la competitività, gli affitti alle stelle nelle grandi città, le ferie e la maternità che non sono da chiedere altrimenti il capo ci preferirà altri, il lavoro che è malattia ma anche terapia. Supportati da una felice quanto semplice scena con un fondale di disegni che si trasforma e rimanda onde e battigia (Lavorare, lavorare, lavorare, preferisco il rumore del mare, diceva Dino Campana; a San Benedetto del Tronto vi è una bellissima opera d’arte ad uovo sul lungomare che ricorda questi versi), i due ragazzi si muovono tra le due sponde in antitesi, in una contrapposizione senza vincitori né vinti ma che lascia entrambi sconfitti. Io stessa e il mio corpo è il mio lavoro, dice Lei, mentre Lui rifiuta il sistema, gli stage che non servono a trovare lavoro ma solo a rimpinguare le casse del mercato della formazione, la grande bufala della mobilità sociale, il lavoro che ormai è un miracolo e non un diritto. Il quadro è amaro e depresso. La riflessione utile anche se senza soluzione. Il consumismo ha perduto.

 

 

Estroso, frizzante, spumeggiante, politicamente diabolico il Dov’è la Vittoria targata Bestand e Casa del Contemporaneo con tre interpreti di qualità che si muovono fuori e dentro la scena tra dubbi esistenziali sul ruolo dell’attore e la storia, l’epopea di questo personaggio che in tutto e per tutto ripercorre le tappe dell’ascesa di una Giorgia Meloni qui molto ferilliana. Non è una vera critica ma un ritratto e un affresco dell’intorno, della crescita, dei movimenti laterali, un impianto che ce la rende simpatica e con la quale empatizziamo. Godibilissimo, con punte di alta comicità come di raffinata intelligenza, sia autoriale che attoriale, tra comizi in romanesco e Battisti e Ruggeri come colonna sonora e i comizi come fossimo dentro V per Vendetta. Ma è il davanti e dietro le quinte, come fossimo di fronte alle prove dello stesso spettacolo, grazie ad un paravento girevole, che il gioco teatrale diventa fine e sottile, curato, delicato in un continuo disvelamento dentro e fuori i personaggi. Uno spettacolo certamente ideologico che porterà nuovi consensi alla destra. Aspro e nerissimo. Nella vita ci vogliono i colpi di testa, i colpi di sole, i colpi di fortuna, i colpi di fulmine, i colpi di karate, i colpi di calore, i colpi di tosse, i colpi di pistola, i colpi di teatro e i Colpi di Scena.

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Sono laureato in Scienze Politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, sono iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2004 e critico teatrale. Ho scritto, tra gli altri, per i giornali cartacei Il Corriere di Firenze, per il Portale Giovani del Comune di Firenze, per la rivista della Biennale Teatro di Venezia, 2011, 2012, per “Il Fatto Quotidiano” e sul ilfattoquotidiano, per i mensili “Ambasciata Teatrale”, “Lungarno”, per il sito “Words in Freedom”; per “Florence is You”, per la rivista trimestrale “Hystrio”. Parallelamente per i siti internet: succoacido.it, scanner.it, corrierenazionale.it, rumorscena.com, Erodoto 108, recensito.net. Sono nella giuria del Premio Ubu, giurato del Premio Hystrio, membro dell'A.N.C.T., membro di Rete Critica, membro dell'Associazione Teatro Europeo, oltre che giurato per svariati premi e concorsi teatrali italiani e internazionali. Ho pubblicato, con la casa editrice Titivillus, il volume “Mare, Marmo, Memoria” sull'attrice Elisabetta Salvatori. Ho vinto i seguenti premi di critica teatrale: il “Gran Premio Internazionale di critica teatrale Carlos Porto '17”, Festival de Almada, Lisbona, il Premio “Istrice d'Argento '18”, Dramma Popolare San Miniato, il “Premio Città di Montalcino per la Critica d'Arte '19”, il Premio “Chilometri Critici '20”, Teatro delle Sfide di Bientina, il “Premio Carlo Terron '20”, all'interno del “Premio Sipario”, “Festival fare Critica”, Lamezia Terme, il “Premio Scena Critica '20” a cura del sito www.scenacritica.it, il “Premio giornalistico internazionale Campania Terra Felix '20”, sezione “Premio Web Stampa Specializzata”, di Pozzuoli, il Premio Speciale della Giuria al “Premio Casentino '21” sezione “Teatro/Cinema/Critica Cinematografica e Teatrale”, di Poppi, il “Premio Carlos Porto 2020 – Imprensa especializada” a Lisbona. Nel corso di questi anni sono stato invitato in prestigiosi festival internazionali come “Open Look”, San Pietroburgo; “Festival de Almada”, Lisbona; Festival “GIFT”, Tbilisi, Georgia; “Fiams”, Saguenay, Quebec, Canada; “Summerworks”, Toronto, Canada; Teatro Qendra, Pristhina, Kosovo; “International Meetings in Cluj”, Romania; “Mladi Levi”, Lubiana, Slovenia; “Fit Festival”, Lugano, Svizzera; “Mot Festival”, Skopje, Macedonia; “Pierrot Festival”, Stara Zagora, Bulgaria; “Fujairah International Arts festival”, Emirati Arabi Uniti, “Festival Black & White”, Imatra, Finlandia.