Città di Ebla - The Dead-2«Questo racconto parla di ricordo. Parla di un passato che non sta fermo, che riemerge. Il nostro passato non è fermo, perché noi lo ricollochiamo man mano che avanza la nostra vita: tutte le nostre esperienze si mescolano, si trasformano, cambiano nel ricordo. Forse è più fermo il futuro»: così il regista Claudio Angelini presenta il tema di The dead di Città di Ebla, spettacolo liberamente ispirato all’ultimo racconto dei Dubliners di James Joyce, scritto nel 1907. Questo spettacolo, sia detto subito, dà una gran soddisfazione. Perché è bello, in senso visivo, estetico, sensoriale. Bello. E perché fa venire in mente un sacco di cose. Dovesse interessare: a me ha fatto venire in mente il mio professore di Estetica all’università. State a sentire. Alexander Gottlieb Baumgarten, nel 1735, in un suo breve trattato ragiona sulle idee, distinguendole tra noetà (quelle “pensate”) e aisthetà (quelle “sentite”), a loro volta suddivise in sensualia (le sensazioni percepite col corpo, qui e ora) e phantasmata (le “sensazioni assenti”, di cui resta traccia nella memoria o che sono prodotte dall’immaginazione). Ed è proprio lì nel mezzo, nello iato tra sensualia e phantasmata (tra il qui e l’altrove, potremmo dire), che si colloca The dead. Uno spettacolo che fa del “confondere” (nel senso etimologico di “versare” un elemento nell’altro) spinte opposte (presentazione e rappresentazione, vivi e morti, tempo presente e tempo passato) la sua cifra più preziosa. Questo non rifugiarsi in alcun rassicurante approdo, definitivo e definitorio, fa venire in mente un passaggio del capolavoro di Wim Wenders dell’87, Il cielo sopra Berlino: «Non ci sarà un’altra riva: c’è solo il guado, finché stiamo dentro il fiume. Avanti, nel guado del tempo, il guado della morte». Là due umanissimi angeli, Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander), qui una performer, Valentina Bravetti, e un fotografo, Luca Ortolani, che in tempo reale le scatta fotografie che vengono proiettate su un tulle bianco, in proscenio. Già, la fotografia. Elemento demiurgico essenziale della scrittura scenica di The dead, come spiega Angelini: «La fotografia è il congelamento di un istante, che prende nuova dinamica ogni volta che la si guarda. È l’emersione di un fantasma. Le fotografie sono sempre l’agitazione di un passato che riemerge immediatamente, che mostra una realtà contigua alla nostra, ma che non è la nostra». Tra sensualia e phantasmata, appunto. Il mio professore aveva proprio ragione.

MICHELE PASCARELLA

17 maggio 2013, Città di Ebla, The dead, Forlì, Festival Ipercorpo, info

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