agostiIl regionale veloce rade lento l’azzurro litoraneo. Dopo l’incontro con Silvano Agosti l’azzurro persiste. Azzurra la conversazione, il suo cinema autogestito, e azzurri i sedili di questo treno.

Pescara addio. Lì ho incontrato il cineasta, invitato al Festival delle letterature. Quando la girevole dell’hotel mi ribalta nella hall dell’appuntamento, lui non c’è. Le signorine alla ricezione mi dicono che arriva subito, che è andato alla Feltrinelli. Mi apposto. Gli stucchi floreali del soffitto diffondono il requiem di Stevie Wonder. In questo luogo indifferenziato aspetto un uomo diversamente regista, scrittore, poeta. Dietro un vetro opaco, una mano che muove una spugna circolarmente profetizza mistero. Appare l’arzillo bambino classe 1938, ci sediamo, ci annusiamo, direziono il piccolo Aiwa. Gli occhi fermi di un azzurro caparbio anche loro adesso sulla mano che gira sul vetro.

Gli porgo Gagarin: «Spero non sia andato alla Feltrinelli a cercare il mensile… Non è ancora diffuso in Abruzzo ma…».

Sorride. Ho davanti un uomo sereno, consapevole, che infonde calma, disarma. Mentre sfoglia Gagarin gli chiedo che ricordi ha della Romagna. «Per me la Romagna esiste come un punto del pianeta chiamato così… e comunque sì, certo, ricordo un soggiorno alla colonia marina della Caritas da bambino, e altri viaggi».

D’amore si vive, il documentario col bambino Franck che svergogna gli adulti, fu girato a Parma su un campione di ben 7mila persone intervistate sull’amore: Perché proprio Parma? «Per la figura straordinaria di Mario Tommasini, assessore prima alla Sanità poi alla Cultura. Un uomo che avendo fatto solo la seconda elementare era rimasto intatto, un eroe di umanità al servizio della città».

Anche il documentario Matti da slegare fu girato vicino Parma, a Colorno con la coregìa di Bellocchio, giusto? «Sì, e anche in quel caso fu la figura di Tommasini a darci grande stimolo; fu lui nel 1965 ad avviare la riforma del manicomio di Colorno e a metà degli anni ’70 noi raccontammo le vite di alcuni scampati a quel lager in Nessuno o tutti – Matti da slegare».

L’uomo è al centro della tua ricerca: sei ancora convinto che sia il più grande capolavoro che la natura abbia generato negli ultimi cinque miliardi di anni? «Certamente, l’ho sempre pensato. È per questo motivo che ho fatto domanda all’Unesco e alle Nazioni Unite perché si dichiari l’essere umano patrimonio dell’Umanità. È giusto farlo, per eliminare ogni ruolo e ogni categoria umani tra cui la moglie, il Papa… Ognuno è un capolavoro da esplorare all’infinito».

Torno ai matti da slegare e gli accenno le stime italiane sul disagio mentale di massa e sull’uso stupefacente di benzodiazepine. «Quando la malattia mentale si rivela nel quotidiano è un segno da osservare con attenzione, come quando ti escono i brufoli e ti vogliono dire che qualcosa dentro di te sta cambiando profondamente. I brufoli delle società occidentali oggi si chiamano crisi, disagio psichico, silenzio sulle automazioni: milioni di operai non sanno più che fare grazie all’automazione e certo che si deprimono! Il potere ha sempre usato lavoro e lavoratori non tanto per produrre quanto per reprimere, e s’è inventato i ruoli che fanno ridere i gabbiani».

Cosa si può ribattere a un uomo sulla cui fronte volano davvero i gabbiani? E cosa leggerà lui sulla mia, incisa di dubbi?

Ma il male – riattacco – come te lo spieghi nella tua Kirghisia incantata? (Penso al suo libro Lettere dalla Kirghisia). «Il male?», ripete con una voce che pare subito non riconoscerlo.

Sì, il male come espressione naturale immanente alla natura e all’uomo. «Io non credo che né la natura e né l’uomo siano malvagi, mai». E sottolinea mai.

Sospensione. «Certi livelli di disperazione sono talmente forti che ingiungono all’uomo un comportamento che è un ultrasuono del bene, così debole da esprimersi col termine male, mi capisci»?

Adesso sì, sorrido. Esistono frangenti nello spaziotempo tra me e un altro uomo in cui si sostanzia l’idea di un bene assoluto, unitario; siamo in adorazione di un bambino innamorato degli uomini, un «umanista» irriducibile.

«Molta disperazione – riprende – viene canalizzata nell’obbligatorietà del lavoro e dell’ansiolitico, certo…».

E la felicità invece? «È un sentimento illegittimo da desiderare e costruire in una società omicida e disumana come questa. Puoi progettare forse la serenità come condizione migliore per giudicare, ma la felicità no, è addirittura sacrilega».

Ti seguo… Ma Silvano Agosti ha mai un calo di serenità? «Ci sono luoghi dove la serenità non c’è mai… A Londra non sarei sereno, cercherei un posto col sole dove so che regna il sereno perpetuo, almeno col pensiero».

Aree climatiche dell’anima o era una metafora per…? Non lo fermo e intona Dante: «Lume non è se non vien dal sereno che non si turba mai, anzi è tenebra, ombra della carne e suo veleno». E aggiunge: «Il sereno che non si turba mai è oltre le nuvole, oltre l’esistenza, è nella vita!».

Siamo oltre le nuvole. Forse Agosti è capace di un luogo da cui Pasolini un giorno non è più tornato.

Ma nella testa, nel pensiero, come arrivi sopra a quelle nuvole? «Tornando alla condizione dell’infanzia: il bambino non è sereno solo se gli viene negato un desiderio, no?».

Ma non credi siano fatali questi decolli per gente che non è pronta a volare? Non ti senti un artificiere, un sabotatore di rassegnazioni? «Sì, può essere giusto quello che dici: una prateria fiorita davanti a chi è sempre stato dentro un carcere o in un ghetto può anche scatenare una follia omicida, lo metto sempre in conto… Gesù Cristo, Socrate, furono uccisi perché indicavano una prateria fiorita a degli schiavi».

È il risuonar delle parole oltre il concetto. Qualcosa di magico succede davanti a quest’uomo fermo come un Buddha, gli occhi immobili oltre l’ostacolo dell’esistenza. Paio sereno anch’io, quasi. Guardo Agosti con lo stupore che ho davanti a certe opere d’arte: uno stupore inesplicabile che va creduto, non spiegato.

Il lavoro. Tu lavori molto per vivere? «Io lavoro? Io gioco al lavoro tre ore al giorno come proiezionista e mangio quello che mangio grazie al mio lavoro al cinema, i miei libri».

Giochi… sempre? «Gioco… divertirmi no, non divergo da me. Gioco un gioco rigoroso… Il cinema ad esempio è un gioco rigoroso. L’arte tutta lo è. Il miracolo di una vita fiabesca come la mia oscilla sempre tra l’incertitudine assoluta e la sicurezza e la fiducia nella propria forza. La mia sofferenza ha un significato conoscitivo, non è mai solo lamento».

Stazione di Potenza Picena. Sole, mare immoto, risale una sua poesia, semplice, spaventosamente.

Se è vero come dite che il mondo è dolore e sofferenza\cosa sono i fiori di tiglio e i nidi d’ape?\E le foglie che rivelano il vento?\E questo mio essere contento\solo\di poter vivere e vedere?

 

MICHELE MONTANARI

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