Godzilla in un momento di carineria e affetto

Sì. Sono andato a vedere Godzilla.

Uno perché mi piacciono un botto i film con i mostroni (un giorno di questi vi racconterò di quella volta che ho visto Sharktopus, un film con uno squalo-polipo che con Margherita abbiamo ribattezzato, affettuosamente, lo squalipo o lo squalopo). Due perché altrimenti in sala girano delle cose che è meglio che non ci si pensi. Tre perché arrivata una certa età uno deve fare i conti con se stesso: ti sei beccato tutto il cinema francese quello figo in bianco e nero e l’hai fatto perché faceva curriculum, poi ti sei beccato tutto il cinema sovietico perché in fondo è davvero figo e soprattutto fa curriculum, poi ti sei beccato quello indipendente argentino ma solo della regione subtropicale perché in quel periodo frequentavi un circolo di fanatici di quel regista che fa i film con una sola inquadratura e poi perché faceva curriculum, poi ti sei beccato tutti i film di Visconti perché dovevi preparare una lezione sulla bella inquadratura (lezione che fa curriculum), poi hai scelto che un certo periodo avresti guardato solo i film con Thomas Millian (non fa curriculum ma si scriveva su riviste B), poi hai deciso per i sottotitolati svedesi, poi quelli in olandese (fra l’altro un paio di cose di Mario Bava mai stampate in Italia, così a dimostrazione del fatto che noi ci teniamo stretti i nostri autori). Finchè, dicevo, arrivi ad una certa età e ti dici: vabbè, ma che cazzo (si può dire?): voglio andare a vedere Godzilla (di cui ho una collezione infinita a casa in cui se la prende con tutti: Mothra, Biollante, le Farfalle gemelle del delirio) e voglio stare due ore a bearmi di urla, distruzioni, gente che corre, mostri che saltano e si menano, città rase al suolo e giapponesi incazzati.

Così sono andato a vedere Godzilla. Ecco. E ho avuto tutto quello che volevo, anche se magari “ci avessero dato più Godzilla prima dell’ora e mezza” sarebbe stato figo, curriculum o meno. Poi è chiaro: se uno cerca il bel dialogo, la bella scena d’amore o la madre di tutte le storie può anche stare a casa a guardarsi la tribuna elettorale. Perché qui no: non ci sono bei dialoghi (si parla pochissimo, evvai), scene d’amore non ce n’è (a parte una fra due giganteschi mostroni) e la storia, vabbè…diciamo che non è il centro nevralgico dell’operazione. Però, rispetto al precedente Godzilla made in Usa, c’è la sensazione che la faccenda torni alle origini: si riparla di esperimenti nucleari, della errata concezione che l’uomo ha di sé e della propria posizione nella catena alimentare, nell’ordine naturale delle cose e del rapporto, rispettoso, con i mostroni. Che in qualche maniera ci riportano all’arcano invisibile di una divinità apotropaica che si manifesta che ristabilire l’equilibrio: l’uomo fa l’uomo disfa ma, alla fine della fiera, a tutti tocca confrontarsi con il supremo traguardo. Che poi arrivi sotto il piedone cellulitico e granitico di Godzilla, quello è affare hemingwayano (per chi suona la campana, quando e perché). Troppa ciccia, secondo voi? Allora non avete capito nulla del cinema dei mostroni. Urge ripasso. Op op op.

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