copertina libro

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Sex & disabled people nasce da Facebook. In che modo? 

Barbara: Per gioco. Ho iniziato postando lezioni sul modo di approcciare una persona “disabilitata” da parte di una senza alcuna apparente disabilità. Sapendo che il tema sesso e disabilità è un tema tabù ho voluto provare, con ironia, a provocare il popolo di Facebook. Quando mi sono resa conto che l’interesse era altissimo ho pensato di trasformare questo “gioco” in un lavoro più serio e che uscisse dal web. Per questo ho chiesto ad Alessandra Sarchi, amica ma soprattutto bravissima scrittrice, sensibile come me al tema anche per ragioni personali, se le andava di integrare con il suo controcanto le mie lezioni. Lei ha accettato e ha arricchito di poesia e profondità quello che poi è diventato, con l’aggiunta della musica di Luca Garlaschelli e della voce di Viviana Gabrini, un reading musicale.

Alessandra: Quando lessi le prime lezioni di Barbara, pubblicate come brevi post su Facebook, mi vennero in mente le lezioni che la straordinaria attrice comica Anna Marchesini faceva nei panni di una sessuologa. L’effetto comico scaturisce dal ribaltamento: nel caso di Sex and disabled people è la persona disabile a impartire lezioni, invertendo i ruoli tradizionali che ne fanno una creatura in stato di minorità. Non credo che Barbara sapesse di preciso cosa voleva fare quando mi ha coinvolta, e nemmeno io, a dire il vero. Condividevamo l’urgenza di parlare di questi temi e di trovare una forma adeguata e comunicativa. Sapevo che per dare una dimensione più ampia al tema, che non fosse limitata allo sketch, dovevo esprimere l’altra faccia della medaglia, ossia quanto il corpo, disabile e non, sia sempre un luogo problematico sia nel rapporto con noi stessi sia nell’incontro con l’altro. Alla fine le due voci, quella comica e quella riflessiva, hanno composto un insieme che funziona proprio perché fa ridere e commuove nel perimetro dei sentimenti più forti e delicati: l’accettarsi e l’essere accettati, il riconoscere i limiti e l’innamorarsi comunque, poiché l’amore è sempre un azzardo.

Perché avete ricevuto tanto apprezzamento su quel social, secondo voi? 

Barbara: Perché credo che sia la prima volta in Italia che il tema del sesso e della disabilità venga affrontato con ironia, comicità. Dissacrando quello che, da sempre, è un tabù.

Alessandra: Credo che la componente di provocazione e di ribaltamento dei cliché abbia giocato un ruolo importante. L’ironia serve sempre a cogliere un aspetto universale, e quindi condivisibile da molti, di problemi che sembrano solo di categoria. Però devo dire che rispetto a Barbara io faccio un uso molto più limitato di Fb, non ho mai pubblicato le parti da me scritte se non per brevi frasi e in generale sono abbastanza scettica nei confronti di tutti i fenomeni di viralità. Avrei scritto Sex and disabled people anche se non avesse ricevuto nessun like su Facebook, tanto per intenderci.

Quali difficoltà presenta il parlare di queste cose di fronte a pubblico vero, piuttosto che davanti a un computer? 

Alessandra: Il realtà, proprio in ragione di quanto dicevo, per me l’incontro con il pubblico è stato, ed è, la verifica autentica del nostro lavoro. Lo schermo del computer è un diaframma a tutti gli effetti, mentre esserci con il proprio corpo, la propria voce, le proprie emozioni provoca un reale coinvolgimento quando la distanza fra te e chi ti ascolta/guarda non supera i venti-trenta metri. Per questo Barbara e io abbiamo pensato al teatro, perché era la naturale destinazione di un dialogo che partiva da noi e andava verso un pubblico in carne e ossa. 

Barbara: Dal mio punto di vista, nessuna difficoltà. Anzi, è un’intensa emozione stare davanti al pubblico che ascolta attentissimo, ride, si commuove, si lascia trascinare dalle nostre parole. Certo, c’è anche l’ansia di mettersi in gioco in prima persona, su un palco invece di fare quello che fa di solito uno scrittore: stare da solo con le proprie parole.

E quali belle sorprese? 

Alessandra: Io non ho mai recitato, se non nelle messe in scena parrocchiali da piccola, però ho fatto tanti anni di danza classica e tanti spettacoli. Mi è piaciuto ritrovare quel doppio registro: il lavoro che fai coi tuoi compagni prima di andare in scena e mentre sei sulla scena, da una parte, la risposta sempre sorprendente che ti dà la reazione del pubblico, dall’altra. Si tratta di un ‘pieno’  emotivo che solo il teatro regala.

Barbara: Il piacere di lavorare con compagni con i quali, ogni volta che si prova e che si porta in scena il reading, c’è una grande sintonia e la voglia di divertire e divertirsi. Emozionare ed emozionarsi. E poi, il coinvolgimento del pubblico.

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Barbara Garlaschelli - foto di Gigi Corsetti
Barbara Garlaschelli – foto di Gigi Corsetti

 

A parte il dato evidente che tutti hanno un corpo, cosa può dire Sex & disabled people a una persona non «disabilitata», per usare la vostra terminologia? 

Barbara: Di non avere paura di chi è diverso da te. Di essere curioso. Di lasciarsi andare alle emozioni. Di credere che l’amore e la sessualità siano patrimonio di tutti. 

Alessandra: Non avrei mai scritto Sex and disabled people se non avessi avuto la certezza che non si tratta di un testo rivolto solo alla minoranza (è poi una così tanto minoranza, numericamente parlando?) di persone con handicap fisico o di altro tipo. Recentemente ho partecipato a un convegno organizzato a Reggio Emilia su sesso e disabilità dal titolo Amo anch’io e ho avuto la conferma che la dimensione affettiva e sessuale delle persone è così importante che non rientra in nessuna categoria la vogliamo costringere. Esistono problemi sociali, problemi tecnici, problemi medici, è vero, e vanno affrontati come tali, con tutti gli strumenti necessari. Ma esiste anche l’irriducibilità delle persone ai protocolli e alle definizioni, di questo mi pare, parli soprattutto Sex and disabled people.

A proposito: perché preferite «disabilitato» a «disabile» o «diversamente abile»? 

Alessandra: ‘Disabilitato’ è una bella trovata di Barbara. Si tratta ovviamente di una scelta linguistica che gioca con l’inflazione autoassolutoria di un certo linguaggio politically correct. E poi disabilitato fa ridere (basta pensare a quante volte ci compare la scritta: utente disabilitato…), disabile no. Negli Stati Uniti, dove però la correctness è reale in termini di abbattimento delle barriere, parità di diritti e dignità, hanno inventato per le persone in sedia a rotelle l’epiteto “vertically challenged” . Non male. In effetti a stare sempre seduti qualche problema con l’essere verticali si accumula.

Barbara: Abbiamo giocato anche in questo caso sul “politicamente corretto”, ribaltando una definizione dietro cui spesso si nascondono ipocrisia e ottusità.

Quale «distanza fra il nome e la cosa», per dirla con Bergson, nell’uso di queste parole? 

Barbara: Io credo che il nome sia anche la cosa ma, nello stesso tempo, possa essere trasformato in altro. Uscire dalla rigida interpretazione della parola “disabile” che significa tutto e niente, perché si è disabili in mille modi diversi. Mettere in primo piano la persona e non la definizione che la qualifica e la rinchiude in una categoria. 

Alessandra: Credo che ci sia sempre distanza fra il nome e la cosa, perché la disabilità è multiforme, non ne esiste un solo tipo, ma migliaia. Si può essere disabili interiormente anche se si è perfettamente sani. Per come viene correntemente usata, questa parola definisce più una categoria sociale che delle persone reali.

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Alessandra Sarchi - foto di Sergio Bettini
Alessandra Sarchi – foto di Sergio Bettini

 

Il vostro spettacolo ha le “annotazioni di regia” di Luciana Littizzetto. Che tipo di indicazioni vi ha dato? 

Barbara: Soprattutto di movimento, il che partendo dal presupposto che due su quattro dei protagonisti del reading sono paralizzate, è già comico di per sé. Ci ha insegnato a interagire di più l’uno con l’altra, a scherzare tra di noi, a “scioglierci”. A pensare che c’è un pubblico davanti a noi e con lui dobbiamo entrare in sintonia.

Alessandra: Ritengo che il contributo di Luciana Littizzetto sia stato importante per darci una maggior consapevolezza scenica, ottenendo il risultato di dinamizzare il reading in senso ritmico. Ed è stato anche molto importante, per me, per Barbara e per Viviana che recita con noi e per Luca che suona, avere un’attrice e regista comica come lei che credesse nel nostro progetto.

Che idea di bellezza è alla base del vostro lavoro? 

Barbara: Che la diversità è una ricchezza. Che la diversità rende liberi e unici. Che le parole hanno una potenza enorme e possono spazzare via tabù e definizioni asettiche, aprendo orizzonti inaspettati. 

Alessandra: Io la bellezza la cerco ovunque, anche là dove non si direbbe mai che sia andata posarsi. Il concetto di bellezza è per me legato a quello di sacro. Dunque piuttosto distante dalla definizione di un canone corporeo soggetto a mode, numeri, chili. Esiste la bellezza corporea ed è una gioia incontrarla, indossarla, averla vicino. Ma è soprattutto una percezione interiore.

Sex & disabled people è diventato anche un libro. Da Facebook alla performance al testo pubblicato. Necessità di durare attraverso la scrittura?

Alessandra: A differenza della televisione e di Facebook, dove un post cancella l’altro, un’immagine sostituisce l’altra, credo che i libri possano accettare con maggior possibilità di riuscita la sfida col tempo. Facebook è un mezzo efficace e molto veloce di comunicazione, come negarlo, ma la comunicazione è spesso il contrario della conoscenza, come scriveva Susan Sontag. Non so se con Sex and disabled people siamo riuscite a fare solo della comunicazione o abbiamo anche strappato un pezzettino di conoscenza in più, mi piacerebbe crederlo. Il libriccino è lì anche per raccogliere questa sfida.

Barbara: Sì. Facebook è un veicolo straordinario – nel bene e nel male – di comunicazione, ma la scrittura ha bisogno di “fermarsi” in un libro. Necessita del lavoro artigianale che si può fare solo sulla carta. E trova il suo senso e riconoscimento nel testo scritto.

Che cosa nessuna di queste forme potrà mai dire, in merito a sesso e disabilità? 

Alessandra: L’irriducibilità dell’esperienza individuale che può essere solo suggerita e mai detta.

Barbara: Qual è l’esperienza sensoriale ed emotiva di ciascun individuo. Odori, reminiscenze, brividi, sussulti, immagini che si compiono nell’atto in sé. Quelle restano esclusiva preziosità di ogni uomo e ogni donna. Disabile o meno.

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MICHELE PASCARELLA 

 

7 febbraio, ore 18.30 – Milano, Serra Lorenzini, via dei Missaglia 44 – ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria – info e prenotazioni: ipercorsicoop.org

1 commento

  1. A fascinating discussion is definitely worth comment.

    I believe that you need to write more about this
    subject, it might not be a taboo matter but generally
    people don’t speak about such issues. To the next!
    Many thanks!!

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