Creature in trasformazione / Want. Unconventional Lab

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Suggestion: leggi questa storia ascoltando la playlist a cura di Phoenix Can Die.

Si dice che lungo la strada sia necessario abbandonare qualcosa per poter proseguire il cammino: a tenere tutto con sé, si rischia di appesantirsi troppo e di non avere più spazio nelle tasche per raccogliere (e accogliere) ciò che di nuovo si potrebbe trovare.
Come ogni massima, di certo ha al suo interno un fondo di verità, ma si tratta pur sempre di un fattore relativo, soggetto a diverse forze combinate o in lotta fra loro: la volontà personale, la fedeltà identitaria, le incontrollabili dinamiche esterne. 

Attraversando le vie di Bologna, ci si accorge che anche la città respira e vive secondo la logica naturale del tempo e la volontà “artificiale” delle amministrazioni, pronte a imporle il vestito che dovrà indossare negli anni a venire, rattoppato a seconda di chi la governa. Alcuni quartieri, oggi, si stanno trasformando, altri sono al momento rumorosi, pieni di buchi e ricoperti di quella rete arancione di plastica che dice “work in progress”. 
Tra questi c’è la zona di via Saffi, la lunga strada trafficata oltre Porta San Felice, perlopiù di distratto passaggio: in auto verso il fuori città, a piedi in direzione del centro. Ma cosa accadrebbe se, per una volta, si provasse a fare qualcosa di non convenzionale, invertendo il flusso e proseguendo controcorrente?

Si potrebbe forse notare, un po’ nascosto in un’insenatura interna sotto i portici, al civico 16/2/E, il fermento di Want. Unconventional Lab, un nuovo spazio di incontro e contaminazione artistico-culturale, che fa convivere insieme tattoo, arti visive, design e abbigliamento, tra eventi, shop, studio di tatuaggi, bar e percorsi espositivi. Aperto sul finire del 2023, ma inaugurato solo “in via ufficiosa”, Want è un progetto dal respiro internazionale, ideato da due artisti bolognesi multidisciplinari, Mirco Campioni e Riccardo Franceschini (detto Richard), e realizzato insieme a Giulio Brunetti

La vera inaugurazione è in calendario il 3 e 4 maggio, con un programma composto da un walking day in cui tutti potranno tatuarsi senza appuntamento, tanti ospiti, musica dal vivo, bar e dj set. 

Prime bozze

«Ho iniziato a buttar giù il progetto di Want a livello embrionale insieme a Richard nel 2017», racconta Mirco in un flusso di parole ad alto ritmo che restituisce tutta la sua incontenibile passione e urgenza espressiva. 

«In quel momento lavoravamo al Sundance Tattoo, lo storico studio bolognese gestito da Genziana Nacocco, fra le più note tatuatrici a livello internazionale. L’anno successivo, il 2018, ho incontrato Giulio, un cliente che ho tatuato, e siamo diventati amici. Nelle nostre chiacchiere ho accennato alla mia idea e qualche tempo dopo mi ha contattato per chiedermi se era ancora valida. Così abbiamo iniziato a parlarne seriamente, ma ho preso tempo…»

Un attimo di silenzio rende manifesto un alone di mistero attorno a questo presentimento di Mirco, che pare avere quasi un sesto senso, a detta dei suoi compagni d’avventura: «sentiva che quello non era il momento adattorivela Giulio“magari fra un paio di anni”, mi dice. Tempo tre settimane ed è scattato il lockdown». Mirco sorride e annuisce, a conferma di questo suo “potere” preveggente. Prosegue poi raccontando che, dopo i mesi di fermo necessario, hanno ripreso la ricerca di una sede, non senza una certa difficoltà.

Unconventional site 

«A via Saffi non avevamo mai pensato – spiega Mirco – è capitata. O forse è lei che è venuta da noi. Inizialmente volevamo un posto in centro, avevamo avviato le pratiche per uno spazio in via Nazario Sauro che non è andato a buon fine…». Sospende il discorso, ma subito incalza Giulio: «diciamo chiaramente che spiacevoli vicissitudini con la banca – dettate da errore umano o da malafede, non lo sapremo mai – hanno bloccato la trattativa, facendoci perdere ulteriore tempo, nonché denaro».

Già due ostacoli lungo il cammino, la pandemia e gli intoppi burocratici, ma i tre non si sono dati per vinti, fino ad arrivare a via Saffi 16/2/E, un ex ristorante giapponese che «a livello di metratura mi sembrava perfetto» afferma Mirco, mentre Richard e Giulio se la ridono sotto i baffi: il loro amico e collega vuole sempre fare le cose in grande, non ne ha mai abbastanza.

«Riusciamo a recuperare l’annuncio: il posto è libero, lo prendiamo. Ci lavoriamo e investiamo senza aiuti o finanziamenti esterni, e a novembre 2023, dopo quasi un anno, apriamo, spingendo innanzitutto sullo studio di tatuaggi (che comprende anche trucco semipermanente, PMU), ma con già attivi alcuni allestimenti e lo shop». 

«Il nome nasce da un piccolo adesivo attaccato a un frigo in cui c’era scritto, per l’appunto, “Want” – aggiunge Richard – e ho subito pensato potesse funzionare. È una parola forte, d’impatto; inoltre mi è balenato un possibile acronimo, che ora non usiamo più molto, ma resta comunque fra le righe: Warehouse of Arts ‘N Tattoos. Sembrava perfetto».

Bianco&Nero 

Varcando la soglia di Want si viene accolti in un una sorta di piccola anticamera, avvolta da una luce blu. Lo sguardo è catturato da dei colori fosforescenti, provenienti dal lungo vaso ricoperto di sassi dipinti. Superata la seconda porta vetrata, si entra in un ampio open space bianco e nero, «tinte il più neutre e basiche possibile», suddiviso per aree: lo studio di tatuaggi di fronte, sulla sinistra lo shop-abbigliamento, a destra un lungo bancone da bar e, proseguendo, altre sezioni dedicate a progetti espositivi, nonché i bagni, da segnalare in quanto vere e proprie immersioni in opere d’arte. 

Bianco e nero sono anche i colori con cui si definiscono Mirco e Riccardo, per i loro caratteri e le attitudini così diversi da essere, quasi inevitabilmente, complementari. 

«La colpa di tutto questo progetto – riprende Mirco – è da associare alla musica, l’arte che ha fatto incontrare me e Richard nel 2001: io indossavo una maglietta dei Muse, gruppo che all’epoca non conosceva nessuno. Lui mi si avvicina e dice “ma va là, li ascoltiamo solo io e te!”. Richard aveva una band e aveva bisogno di un batterista, io lo ero e perciò abbiamo iniziato a suonare insieme. Abbiamo poi attraversato diversi progetti fino ad arrivare alla nostra Phoenix Can Die, band con cui stiamo realizzando un nuovo disco che uscirà con EMIC Entertainment». 

La musica è una presenza costante a Want e l’intenzione sembra quella di non lasciarla solo come sottofondo, ma renderla vera e propria protagonista: il locale nasconde spazi al momento “invisibili” che un giorno potrebbero trasformarsi in sala prove, per un ambiente che aspira ad essere un vero e proprio polo multidisciplinare

Tattoo

«Nel frattempo – prosegue Mirco – frequentavamo la Scuola d’Arte in via Castiglione, che ci ha trasmesso un’educazione molto pratica e manuale, tanto che entrambi ci dilettavamo con i primi dipinti e tavole. Richard era più ferrato sugli spray, io ero più vicino alle tecniche classiche, come pittura e olio. Con il tempo, la pratica artistica è diventata sempre più professionale, ci siamo avvicinati alle gallerie, io ho seguito il laboratorio il Paese dei Balocchi arrivando alla scultura…

Poi, sempre per colpa della musica, attorno al 2009 ho iniziato a pensare che un batterista senza tatuaggi non va da nessuna parte. Fatto il primo, comincio a pensare di provare a farli io stesso: all’epoca non avrei mai pensato che sarei diventato tatuatore ed era difficile trovare gli strumenti, non come ora che basta un click online. Sono andato ad un Supply per tatuaggi e all’inizio “Picchio” – il responsabile, poi diventato un caro amico – era molto scettico, giustamente: c’è spesso un approccio inconsapevole alla pratica. Gli avevo chiesto subito macchinetta e colori, lui mi ha detto che mi avrebbe dato solo il nero perché “da lì si comincia”. Alla fine, vedendo i miei quadri, mi ha dato tutto e ho iniziato a tatuare la sera stessa e da quel momento non mi sono più fermato: ho sospeso momentaneamente l’arte e ho iniziato a sperimentare questa nuova pratica a pieno regime».

Dopo aver coinvolto anche Richard a cimentarsi nel tatuaggio – attratto dai nuovi stili più astratti, mentre Mirco si rifà maggiormente al figurativo-pop – i due amici si professionalizzano fino a entrare a far parte del Sundance Tattoo di Genziana. Da quel momento, riprendono in parallelo il discorso artistico attorno a quadri e sculture: a volte non si abbandonano le cose per sempre, si sospendono soltanto per cucirsi addosso nuove e più ampie tasche che possano contenere tutto. 

«Per come siamo fatti noi, il tatuatore è un lavoro che ci completa al cento per cento solo nel momento in cui lo stiamo facendo, ma poi, una volta fermi, ci manca la musica, la pittura, la scultura… Così abbiamo ripreso entrambi i nostri percorsi creativi, ci siamo mossi nei locali con la band, abbiamo partecipato a Art City Bologna. Nel mentre stava avvenendo un’evoluzione del tatuaggio e hanno iniziato ad aprire moltissimi studi nuovi, molti stili hanno preso piede anche in Italia e iniziava a cambiare la generazione del tatuaggio».

Ora a Want sono presenti otto personalità differenti, tra cui MalaFede e la stessa Genziana, che ha deciso di chiudere lo storico studio per portare parte della squadra all’interno della nuova realtà. Ogni tatuatore propone uno stile e una linea creativa personali: c’è chi tratta il colore, chi solo il bianco e nero, chi l’astratto, chi il figurativo, chi il realistico, chi il minimal. Nel processo creativo si parte dall’idea del cliente per rielaborarla insieme, consigliando la migliore resa – anche in relazione alla pelle che si trasforma. 

«Indossare un tatuaggio è come indossare un vestito, solo che lo porterai per tutta la vita. Perciò affidarsi a un professionista, che è anche artista, dà la garanzia di una cura e un’attenzione della propria idea di tatuaggio, nel lungo periodo. Il valore aggiunto di Want è aver composto un team di esperti con importanti percorsi professionali in Italia e all’estero. Quello del tatuatore è un lavoro artistico e, come molti di questi, non tutelato. Non esiste un’idoneità, tutti possono farlo: per poter operare in uno studio, basta un corso igienico sanitario. Tuttavia chi ha esperienza e dimestichezza con il disegno, con la manualità, ha un valore aggiunto ed è in grado di capire fin da subito se un’idea funziona o meno, sa come riprodurla al meglio senza tradirla».

Want: un brand d’abbigliamento

Sempre rimasto un po’ silenzioso e in disparte, è Riccardo a raccontare della sezione dedicata all’abbigliamento, un suo particolare interesse. 

«Mentre Mirco era a casa a fare tatuaggi – vivevamo insieme – io avevo iniziato a dipingere magliette, tagliuzzarle, fare mercatini. Già a suo tempo sembrava si stesse aprendo la possibilità di fare delle mie grafiche un brand, ma questo è poi successo solo ora con WANT, che è marchio registrato. Ho fatto quindi della pittura delle magliette un progetto più strutturato, coinvolgendo le stiliste con cui avevo lavorato dieci anni fa e chiedendo loro di aiutarmi a creare i modelli che avevo in mente o che avevo provato a disegnare.

Già da ora abbiamo in esposizione e in vendita alcuni di questi capi originali, sia nella forma che nello stile. Ora ci apriremo a collaborazioni, con brand più o meno noti». 

Want: uno spazio espositivo (e non solo)

Fare rete è uno degli obiettivi cardine di Want, su più livelli: locale, nazionale e internazionale. L’intero ambiente proprio per la neutralità dei colori, si presta ad accogliere una varietà di opere ed eventi differenti. 

«Per presentarci, abbiamo avuto l’occasione di partecipare come area espositiva all’interno di Arte Fiera. Dal 6 aprile abbiamo inaugurato la mostra di Cicatrici Nere, street artist che lavora a Bologna e in Europa, ora noto per la sua opera “Pensati Libera”, portata inappropriatamente sul palco di Sanremo: lo scialle di Chiara Ferragni era infatti firmato da Claire Fontaine, senza alcun riferimento all’artista. Proponiamo qui da Want l’originale “Pensati Libera”dedicando a Cicatrici Nere una personale, da lui stesso presentata.

Non vogliamo però essere solo uno spazio dedicato all’esposizione, ma anche un luogo per corsi, laboratori, workshop. Inoltre, sebbene ci rivolgiamo necessariamente a maggiorenni, ci piacerebbe che Want fosse per tutti, dagli 0 ai 300 anni! Ad esempio, ci sta balenando l’idea di coinvolgere studenti/tesse e non, con giornate di open day dedicate all’arte o ad altri linguaggi. 

Un altro dei prossimi piani è di creare qualcosa insieme all’Accademia d’Arte di Bologna e con Brera; e poi, quando si tratterà di musica, abbiamo contatti con il Link, con il Millennium, per esempio. Sul fronte tatuaggi, partecipiamo già un po’ di anni a convention nazionali e internazionali, quindi abbiamo instaurato importanti rapporti. Cercheremo dunque di allargarci sempre di più, per affermarci come una realtà riconosciuta e riconoscibile». 

«Per fare qualcosa di nuovo, bisogna spaccare il vecchio»

Dai racconti dei tre amici e colleghi e dall’atmosfera vivace dell’ambiente, Want sembra essere una creatura in continua trasformazione, capace di mantenersi salda su alcuni principi e lungo precisi tracciati, ma sempre pronta a mutare, per acquisire la forma che più si avvicina all’ideale. 

«Bologna è una piazza difficilissima, anche per il suo spirito un po’ “provinciale”. È una realtà molto piccola, ci si interessa ancora troppo spesso a cosa fa il proprio vicino, per quartieri ci si conosce un po’ tutti… Nonostante la nostra origine bolognese – o forse proprio per questo – c’è molta diffidenza, specie su progetti così articolati e che hanno un’aspirazione sovralocale. Scegliere Bologna quindi è una sfida, scopriremo con il tempo se sarà la decisione giusta», riflette Mirco, a cui si agganciano subito, alternandosi, Giulio e Riccardo: «Di certo crediamo sia una città che ha bisogno di uno spazio-connettore. La zona Saffi è inoltre un quartiere in riqualificazione: portare un progetto originale qui, ha qualcosa che si avvicina all’avanguardia. Il problema è che spesso a Bologna si frequentano sempre le stesse zone e “il nuovo” viene frequentato solo quando inizia a funzionare, come è avvenuto con il DumBo, inizialmente poco capito. A Bologna ci vuole tempo».

Un’idea, inoltre, non ha sempre una forma chiara e precisa: ogni scelta e direzione intraprese, necessitano di una costante rinegoziazione e revisione, che si alimentano di tutto ciò che, lungo il cammino, accende e stimola. È di certo vero che per cambiare è necessario “spaccare il vecchio”, ponendo una fine o abbandonando qualcosa. Tuttavia, nelle orme dei passi compiuti, restano vive alcune scintille: sono i frammenti di quel fuoco originario che ha innescato la spinta e che conservano l’essenza di un’aspirazione, la fedeltà a un principio. È lì che, nel tempo, si può ritrovare il proprio senso e la propria direzione, con la fiducia che i confini di un’idea sono sfumati e la sua forma è molteplice, continuamente da (ri)scoprire e (ri)costruire.