“Le Canzoni della Cupa”, capolavoro vero e totale, pietra angolare della musica italiana di oggi, torna dal vivo. Se non vi è piaciuto poi così tanto, fatevi un esame di coscienza. Altrimenti ci arrabbiamo.

Sia detto senza vergogna: se sei un ascoltatore appassionato, serio e sul pezzo, allora talvolta sei anche un rancoroso idrofobo. Uno che sclera con modalità simili a quelle di Guzzanti-Conte Cattivo in Boris mentre recita il posseduto (schiuma dalla bocca, occhi rivoltati, convulsioni).

A me – per dire – la simpatia for the devil sale sempre quando un disco che merita, fatto da un artista noto, finisce per essere discusso da pubblico e critica in maniera così talmente compulsiva, frettolosa e sfocata, da mancare dolorosamente il Senso della Cosa.

Molto animatamente ho discusso, per dire, su Peace Trail di Neil Young, l’unico disco classic rock con dentro un sistema di idee nuove uscito negli ultimi quattro lustri, forse l’unico disco classic rock degno di uscire da tempo immemore. Un mezzo miracolo che non è piaciuto quasi a nessuno, e infatti si vede in che bel mondo viviamo.

Qui si voleva però parlare di Canzoni della Cupa di Vinicio, una meraviglia per ringraziare della quale mi sentirei di andare in pellegrinaggio a piedi nudi in cima ad una sassaia.

Nessuno ne ha parlato “male”, chiariamoci. E’ pur sempre Vinicio-santo-subito nel suo lustro di massima gloria, ed è addirittura andato primo in classifica. Ma la temperatura media, anche come affluenza ai live, è stata stranamente tiepidina, e nessuno pare avere messo questa svolta di Vinicio nel posto che davvero, evidentemente, merita. Ovvero nel cuore vivo della storia e della musica di questo paese.

Il suo non è un disco di tradizionali riarrangiati nè un disco di originali. E’ una strana cosa lì in mezzo.

Da una parte è operazione concettuale, contemporanea e persino avant, e dall’altra è semplicemente il senso più intimo del blues vero: quello di essere rimescolato e cotto da capo ogni volta, scrivendo il proprio verso su pagine già piene di parole, montando in groppa a un brano che già esiste per intravederne un altro, appena mezza strofa e due note più in là. E perpetuare così il segreto intimo di tutti i folklori: essere, alla fine, sempre e solo lo stesso pezzo, una sola canzone con infinite varianti. Una canzone sull’Uomo, sulla Terra, sull’uomo sulla terra.

A Vinicio basterebbe molto meno per farsi piacere. Se in qualsiasi momento facesse un’altra filastrocca alcolico-allusiva-waitsiana avrebbe fans e media felici ai suoi piedi. Invece no: stavolta si pone un obiettivo diverso, inafferrabile, e ottiene, in silenzio o quasi, una delle operazioni più belle mai cucite intorno alla musica italiana.

Tradizionalismo futurista cubista? O il vecchio cuore del folklore in eterna orbita intorno al tempo?

Di certo, sfoggia l’umiltà dei grandi, e si mette un passo dietro le canzoni, e le storie. Senza narcisismo, senza trucchi, senza calcare troppo sul personaggio, senza Bukowski e senza Fante, senza Conte e senza pescispadatromboni. Contando solo, e quanto!, sulla sua potenza di interprete maturo, ri-scrittore, traghettatore, tramite, medium di storie sempre esistite. Prendendosi un rischio di suono e di scrittura con pochi precedenti in un personaggio di questa popolarità.

La verità, come spesso accade in musica, è nelle partiture fuori pentagramma.

Nel mondo della Cupa le parole suonano, e i suoi parlano. Le storie si srotolano, e tu ne senti il fruscio.

Nessun rumore di nessuna cosa cade a caso. Sciocchio di lingua e di frusta su bestiame, colpo di tamburo di pietra sul selciato, respiro di polmoni, di vento e polvere.

E senza che ce ne accorgiamo, il Mito spinge dentro e fuori i versi e torna dentro il quotidiano, e la canzone parla ancora una volta di noi. Uomini, donne e bestie, prima di ogni altra cosa.

 

Dal vivo non è da meno. Anzi. Un altro mezzo miracolo, figlio del nostro tempo e di tutti gli altri.

 

 

 

ANTONIO GRAMENTIERI

 

 

 

1 marzo, Bologna, Teatro Europauditorium, viale della Fiera, Info www.teatroeuropa.it

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